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Diario n°:

94

L’AMBIGUA PSICOLOGIA DEL COCKER
Madame G. Urbetzkj

L’AMBIGUA PSICOLOGIA DEL COCKER

Mi giro e ripenso al menù. Tortino di sfoglia con ripieno di formaggi francesi su lettuccio di rucola. Il maresciallo Turri si è seduto di fronte a me.

Dopo il primo boccone, ha inteso intrattenermi sulle delizie della coltivazione del basilico, su cui, mi dice, è particolarmente ferrato, grazie ai natali partenopei del ramo paterno della famiglia. Io ne osservo i capelli neri, che a tratti scivolano sulle sopracciglia. Vorrei baciarlo. Ha gli occhi grandi e placidi, un po’ sporgenti. Tutto il pelo nero che gli cresce attorno alla bocca non riesce a involgarirne il profilo, le labbra spuntano, quasi femminili.

«Sa» mi dice mentre mi fingo interessata, ma penso solo a godermi l’ultimo boccone del tortino e due dita di vino rosso «come si prepara la ricetta originale del pesto?» Faccio cenno di no, e intanto mi chiedo cosa ci sarà di primo.

Erano anni che non tornavo in questa sala da pranzo ma l’arredamento sontuoso-rococò, con sedie imbottite come torte viennesi e le posate d’argento non mi impressionano. Spazzolo via le briciole dei grissini e annuisco due o tre volte.

Il maresciallo, forse timido nella conversazione con un’assessora, pare non notare il mio sguardo insistente. Non me ne importa niente, delle piantine di basilico della nonna, né della sua antica ricetta. Più del tortino e del vino, mi frega di riuscire a infilarmi il maresciallo nelle mutande. Diciamo, in pausa tra il primo e la carne?

Anticipo io, con una tartare in alta uniforme maresciallo. Non male. Lo frollerei per bene...

Ma lui continua con le ricette della nonna e io sfogo la noia arrotolando un ciuffo fra l’indice e il medio. All’improvviso mi chiede se mi piacciono gli animali. Vira su una conversazione da primo appuntamento, questo uomo solido. Ma riempie così bene l’uniforme che mi sforzo di rispondere a modino al suo tentativo di verificare connessioni e interessi in comune.

«Certo che mi piacciono gli animali» mormoro e tronco “e il tuo pelo - quante belle pecorine che ti farei, mio bel bisteccone!” Ma non glielo posso dire. “Ti spalmerei anche di pesto casareccio, se la cosa ti fa impazzire”. Sospiro.

 

 

Immagino di scopare su questa bella tavola imbandita – il maresciallo che mi prende da dietro, i calici che tintinnano mentre mi sbatte – io urlo e mi aggrappo alla tovaglia di pizzo rischiando di rovesciare il vino.

«Il cocker è davvero un compagno formidabile, sa?» mi richiama a terra lui. «Pensi che mi sono iniziato a documentare sui cani dopo essermi, per così dire, “innamorato’’ del cocker di un mio caro amico. E non ho smesso più. Ah, lei preferisce i gatti? Nooo, io no. Ho da sempre una spiccata predilezione per i cani, in particolare quelli da caccia. Perché sa, come dico io, il gatto dimostra verso l’uomo una sorta di affetto di circostanza - sì, affetto di circostanza, lo chiamo. Cioè, si abitua alla nostra presenza e la sfrutta per garantirsi, con quattro moine, da bere e da mangiare e una cuccia calda.» Ride, sorride.

“Ma che ti ridi? La situazione è drammatica. Bisteccone del mio cuor, possibile che non capisci?” Annuisco e addento un pezzo di pane. Riprendo la bottiglia di Lagrein rosso riserva, faccio per versargliene un po’, ma lui mi ferma con la mano.

«No grazie, devo guidare.» E che palle!

Alla prima forchettata di lasagnette ai porcini con salsa di radicchio allungo un piede sotto il tavolo. Ho sfilato una scarpa, decolleté pitonato, design americano. Spingo la calza di seta sul collo del piede del maresciallo. Lo guardo fisso, punto le pupille nei suoi occhioni. Sorrido, abbasso gli occhi e lo invito a parlarmi ancora dei suoi cani. Entro piano, mi faccio strada con le dita - lo sento tendersi - ma non tirarsi indietro. Non se lo aspettava, mi rende uno sguardo stupito. È in imbarazzo. Gli occhi, già grandi, si gonfiano, ma restano nei miei. Non dico altro. Mastico lasagnette e poteri telepatici, sperando che capisca finalmente cosa farmi, con il suo bel pezzo di carne di padre partenopeo. Se ci fosse lui, tra le mie labbra, al posto delle lasagnette. Continuo a lavorarlo di piede. Il maresciallo deglutisce, si agita sulla sedia, afferra il collo della bottiglia e si riempie il bicchiere.

Il polpaccio è peloso, pieno, gli abbasso il calzino e lo strofino con intenzioni chiare.

«Ti - ti piace la - la - la lasagnetta?» mi fa, passando al tu senza accorgersene.

«Ottima.» Salgo verso il ginocchio, oltre la stoffa ruvida dell’uniforme. Gli scosto le ginocchia, senza trovare resistenza.Di fronte a me, lui sbianca, poi arrossisce. Beve e rigira la lasagna nel piatto. Io continuo a sorridere, aspettando che la lussuria trabocchi dall’imbarazzo. Non dubito che sia questione di minuti.

 

 

E infatti il maresciallo Turri mi lascia entrare; allungo una gamba sotto il tavolo, col piede mi muovo intorno al suo inguine, spingo, perlustro, lo accarezzo. Lui sistema la tovaglia. E ci lascia sotto una mano. Me la mette sulla caviglia e finalmente inizia a accarezzarmi.

Tra il primo e il secondo, il servizio è intervallato da canzoni di montagna, intonate dal coro di paese, in fondo alla sala. Tutti o quasi smettono di mangiare. Mi tolgo il tovagliolo dalle gambe, lo appoggio sul tavolo, vicino alle posate, il resto è storia.

«Vado a cercare un bagno» gli dico. «Mi aiuta?» Gente va e viene dalla sala rococò, qualcuno esce a fumare. I camerieri non sembrano gradire i cori, io faccio strada sulle scale. Bisogna scendere, poi prendere la seconda a destra. Ma la scala porta anche al deposito sci. E al garage. Senza tentennare mi ci infilo, tirandomi dietro il maresciallo. Vado in fondo, in un angolo. Me lo stringo addosso e lo bacio. Le mani del maresciallo perdono ogni titubanza. La lasagnetta telepatica ha funzionato, è il mio ultimo pensiero prima di darci dentro.

Torniamo al tavolo giusto in tempo per il dolce.

Non sbagliavo. L’uniforme addomestica una bestia di prima scelta, quando gli ho chiesto di mostrarmi a che punto arriva la sua passione per i cani mi ha sbattuta sul cofano di un macchinone blu. Via salamelecchi e buone maniere. Mi ha strappato reggicalze e mutandine.

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