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Diario n°:

146

L’ARCHITETTURA DEL CORPO
Giorgia Red

L’ARCHITETTURA DEL CORPO

Piove.

L’auto sembra guidare le mie mani, sul volante, tremanti come le foglie quando vengono strappate, rapite, martoriate, dal vento, e lì si arrendono.

Bianche e violacee, causa forse il freddo.

Ripenso a ieri sera, a casa di Marco. Ero finita a casa sua senza preavviso, con la stessa pioggia, la stessa tempesta. Ho suonato al suo citofono come un automa: avevo bisogno di lui.

La prima volta che l’ho incontrato è stato due settimane fa, a una mostra d’arte di un giovanissimo pittore, mio amico, Andrea.

Anche io mi diverto a dipingere, ma è una cosa alla quale credevo durante l’adolescenza, che poi ho lasciato per conseguire gli studi d’avvocato ed essere la perfetta erede di mio padre e del suo studio legale.

Marco era un critico d’arte, adorava ritrarre nudi di donne, ed insegnava alla facoltà di Belle Arti.

Il suo sorriso era esso stesso un dipinto incorniciato dal suo sguardo e dal verde dei suoi occhi.

Andrea ci teneva a presentarmelo.

«Anna, son tutto euforico oggi! Sono così contento: il mio sogno si è avverato e ho avuto tantissimi complimenti! Ed ora mia cara, ti presenterò il critico d’arte più sexy del mondo. Peccato che non è gay, altrimenti sarebbe stato il mio giocattolo preferito!» affermò ironicamente mentre mi trascinava verso un gruppo di persone, e tra queste Marco.

Si voltò. Sorrise cordialmente e non esitò al baciamano.

Fissò le bretelle del mio vestito, la regolarità delle linee delle mie spalle, la concavità delle mie clavicole, fino a spiare velocemente la rotondità intravista dei miei seni. Continuò a sbirciarmi, come se fossi stata un disegno, come se fossi stata composta da delle rette sparse su di un foglio ruvido. Notai le sue pupille attente ai miei riccioli biondi e ribelli, che per quanto legati, cadevano giù, sulla mia nuca pallida.

«Lei si intende d’arte?» mi chiese.

«L’adoro. Mi diletto nella pittura di paesaggi. Amo il gioco di colori, caldi e freddi, che può donarci la natura. Tuttavia la mia vita professionale verte su un altro fronte.»

«Che lavoro fa?»  domandò incuriosito.

«L’avvocato» risposi ferma e schietta, come se quel lavoro fosse stato il peso che mi portavo dalla nascita.

Il mio sogno da bambina, era quello che stava realizzando Andrea, e che non si conciliava affatto con il diritto civile o penale.

«Lei ha una stupenda architettura del corpo, sa?»

Arrossii, inclinando il viso e socchiudendo le palpebre come per scovare il significato della sua frase.

«Tesoro...» una bella donna dai lunghi capelli mori e dalla carnagione abbronzata si avvicinò a Marco affettuosa «la galleria è veramente stupenda, caro, hai fatto un lavoro meraviglioso.» Affermò socchiudendo le sue labbra sulla bocca di lui.

Mi imbarazzai. All’improvviso mi vergognai di aver fatto illusori sogni su quell’uomo sconosciuto.

«Prego cortesemente di presentarvi» disse con sorriso accattivante dando il via ai soliti convenevoli. «Cara, lei è Anna, amica del nostro Andrea, esordiente di oggi. Mentre lei è mia moglie, Carmen.»

Notai ancora una volta, come per averne la conferma, che alla mano sinistra di Marco non ci fosse nessun anello al suo anulare, nulla che potesse sembrare una fede nuziale.

Sospirai, con il mio bicchiere di champagne, avvicinandomi al buffet, mentre, abbracciati, Carmen portava via suo marito. Le ore passarono, tra un cocktail e un saluto affabile, qualche parola sulle opere del nuovo artista, e ancora un altro cocktail. Andrea era circondato dai suoi ultimi ammiratori. Era sicuramente un bel ragazzo, fresco e allegro, eccentrico ed esuberante. Il ciuffo blu gli accarezzava la guancia sinistra, gli occhi azzurri erano contornati da una impercettibile matita nera, la cravatta rossa spiccava sulla camicia bianca sotto la giacca nera definita da piccolissime righe dorate.

«Si sta annoiando?» mi domandò una voce da dietro la schiena.

Marco assaggiava qualche oliva verde catturata dal suo stuzzicadenti, mentre la limpidezza delle sue iridi mi penetrava.

Provai un sussulto, dopodiché abbassando la testa risposi:

«Assolutamente no, è una bellissima galleria d’arte, ben progettata. Le rinnovo di nuovo i miei complimenti, e inoltre sono lieta di questo successo per Andrea.»

Parlai, senza aver il coraggio di incrociare il suo sguardo.

All’improvviso sotto i miei occhi lui pose alla mia attenzione il suo biglietto da visita.

«Per qualsiasi cosa può contattarmi – affermò con voce calda e poi scomparendo tra i suoi ospiti.»

Lo guardai svanire tra i suoi colleghi e amatori, intanto che stringevo il suo biglietto. Lì c’era scritto tutto, il suo nome, il suo numero di telefono, il suo indirizzo. Lo nascosi nella mia borsa, decidendo di andare a salutare Andrea per avviarmi verso casa. Lo baciai calorosamente alle guance, contenta realmente per lui, dopodiché corsi via.

 

Ora ho due bottiglie di vodka da condividere con Andrea, suonerò al suo citofono, ricordando quante azioni sono simili.

Perché ieri ho afferrato quel biglietto da visita, quel maledetto biglietto bianco che ospita il nome di Marco, e mi sono avviata al suo indirizzo.

Fradicia, mi sono riparata sotto la tettoia e ho suonato. In quel momento ho potuto riassaporare la sua voce e io ho scandito tremante il mio nome:

«Sono Anna... l’amica di Andrea, ci siamo conosciuti alla sua mostra.»

C’è stata una pausa di silenzio, e mi sono accorta della sua esitazione, poi mi ha esortato a salire.

Fermo, carico di passione, mi ha ordinato:

«Secondo piano, sali.»

Sono corsa su, per le scale. E lui mi attendeva alla porta.

Sono entrata che tremavo, mentre lui chiudeva la porta dietro di me.

Mi ha accarezzato e mi ha baciato il collo, sfiorando le gocce di pioggia che scivolano giù, tra le mie curve e gli angoli dei vestiti, mi cercava e mi trovava, stringendosi a me, contro quel muro, il muro della sua casa.

Sono rimasta in silenzio e l’ho fissato, mi sono soffermata alla sua bocca, e l’ho baciato.

Le sue mani, mi toccavano le gote, i suoi polpastrelli mi spogliavano della mia pelle.

«Ti ho desiderato dal primo momento che ti ho visto. Ho voglia di baciarti, di accarezzarti... Ti voglio mia» diceva.

Mi tolse la giacca. Mi baciò i capezzoli usciti fuori dal reggiseno nero, piccoli e rosa sotto la camicetta trasparente. Mi teneva i glutei sotto la gonna di cashmere, sentendo la loro candida pienezza, e il nylon dei miei autoreggenti color carne. Mi ha sbattuto giù, sul suo divano bianco.

E continuava a spogliarmi, a toccarmi e a baciarmi:

«Ti ho desiderato tanto, e ti ho pensato in questi giorni... Ti ho voluto fin da subito... Tu non hai idea di quanta voglia ho di... scoparti.»

 

Ed ora, forse per dimenticarmi ogni cosa, mi trovo da Andrea.

Una cena semplice. Io, lui e il suo gatto.

Spaghetti e vongole surgelate, ma soprattutto tanta vodka.

«Sai, Andrea, penso sempre che sei un bellissimo ragazzo» gli confido.

«Ma io sono bellissimo» mi risponde finendosi l’ultimo goccio dalla bottiglia.

È rosso in viso e ride. Non riesce a far nulla. Ed io rido con lui. Siamo ubriachi, completamente ubriachi, sdraiati sul suo divano.

Mi avvicino a lui e gli sbottono i pantaloni, quei suoi jeans blu, strappati e anticati come vanno di moda.

«Ma che fai, pazza?» mi domanda devastato dall’alcool e dal brio.

«Nulla, tranquillo, così stai più libero» lo rassicuro.

Via l’ultimo bottone e abbasso anche i suoi boxer.

«Anna, ma che stai facendo? Lo sai che mi piacciono gli uomini.»

«Tranquillo...» dico ancora.

E gli afferro il membro tra le mani, e poi in bocca. Succhio. Succhio ancora. Lo rendo lucido della mia saliva.

«Anna, smettila...» mi supplica, eppure ansima.

«Ma ti piace, Andrea» gli dichiaro. «È inutile che mi dici di no... Perché io ho voglia di violentarti, sì, di violentarti dolcemente.»

E così dicendo mi alzo la gonna, e mi poso su di lui. Sul suo pene dritto, che da tanto non sa cosa sia il calore dell’umore femminile. E inizio a muovermi. Facendo spazio al suo desiderio e ai suoi “no”, facendo spazio alla sua carne  e ai suoi godimenti.

E mi faccio penetrare e ansimo. E mi faccio sfiorare, guidando le sue mani, dando sfogo alle sue dita, tra i miei seni e il mio sesso umido.

Mi muovo ancora su di lui, allargando le cosce e affondando con più forza. Voglio godere del suo glande e bagnarlo dei miei spasmi.

E mi piego indietro, curvando la mia schiena che riflette la luce blu della notte, come il dorso che hanno i delfini tra le onde marine, e riemergo proprio come loro o come sirene che cercano l’eco delle fiamme dal sole.

Mi ritornano, così in mente, i gemiti di piacere di Marco. Mi aveva aperto le gambe, dopo avermi fatto sdraiare per terra, sul tappeto del salotto. Mi aveva tolto ogni cosa che potesse coprirmi le nudità. Mi aveva osservato, studiato e ammirato, mentre era dritto e in piedi, e si toccava il prepuzio scorrendo sul suo pene.

«Prima che torni mia moglie voglio vederti godere» mi disse entrandomi dentro e facendosi spazio tra le mie labbra e il mio clitoride, spingendo la sua lingua contro la mia.

 

Andrea spalanca la bocca, ansima, digrigna i denti, mi succhia i capezzoli tumidi ed irrigiditi, spinge il suo membro cercando una via di fuga dal tormento, dopodiché si lascia andare, espandendo il suo seme tra i miei muscoli che lo hanno tenuto stretto. Lo accolgo, caldo e vischioso.

“Più tardi dovrò ricomprare la pillola in farmacia” penso.

Gli bacio la fronte e lo lascio riposare, rivestendomi e andandomene via in punta di piedi.

Marco, invece, mi aveva afferrato, mi aveva presa per vedermi perdere i sensi durante l’orgasmo, ed io gli avevo graffiato la schiena. Avevamo avvicinato le bocche, perché lui potesse sentire i miei respiri e aver voglia di mordermi. Il suo membro aveva accolto tutto il mio umore.

Chiusi gli occhi stremata. Nuda ed infreddolita. Lui sgusciò via tornando poi con un blocchetto per disegni.

«Che vuoi fare?» domandai.

«Immortalare il tuo corpo» mi rispose.

«Non ritrarre il mio viso» mi assicurai. «Cosa può pensare tua moglie poi?»

«Già... mia moglie, non è ancora tornata, probabilmente si è fermata con uno dei suoi amanti.»

Rimasi immobile sul tappeto, con i seni floridi tra le braccia, e lo fissavo, nudo anche lui, seduto vicino a me ma con la schiena appoggiata al muro.

Mi porse il disegno.

«Non potevo non immortalare la tua bocca e i tuoi occhi, perché io li adoro. La tua bocca quando geme e i tuoi occhi quando brillano.»

Mi baciò, avvicinandosi con attenzione, strofinando il suo petto al mio seno, e toccandomi la bocca.

Poi si alzò per andare in bagno e farsi una doccia.

Mi guardai le gambe bianche e i capezzoli scoperti. Fissai le curve della matita impresse sul foglio di carta.

Mi drizzai anche io. Il celeste del grigiore, che accompagna l’atmosfera e la nebbia, era quasi sparito tra il buio che sovrastava la città. Mi rivestii velocemente, anche se erano ancora umidi gli abiti. Piegai il disegno che accuratamente eclissai nella tasca della mia giacca. Poi, guardando quel tappeto che aveva ospitato l’architettura del mio corpo, come una chiave di volta tra l’arco e la colonna, scappai via.

Non so se Marco uscendo dalla doccia avesse voglia di cercarmi, né so quale pensiero potesse invitare il suo ardore. Ma aveva sfiorato le mie linee nel pensiero più segreto di lui, fra i ritratti che lui ripone con cura negli archivi dei suoi ricordi. E sono sicura, che ogni volta che avesse ammirato “il collo immacolato” oppure “la sagoma vergine” di una delle costruzioni che ama esporre e spiegare ai suoi studenti, mi avrebbe pensato, paralizzandosi un attimo e facendo riemergere i miei respiri al suo udito.

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