Abbiamo 1394 visitatori e un utente online

Diario n°:

273

L'INFERMIERA PRIMA PARTE
FURIO A.

L'INFERMIERA PRIMA PARTE

PRIMA PARTE

Francia - Compiegne - 10 giugno 1918

Ore 5 del mattino

Il buio. Le ombre che avanzavano curve verso di lui, minacciose e anonime. Il rumore martellante degli spari ininterrotti. I tonfi sordi delle esplosioni che si ripercuotevano nello stomaco, lo sgranare secco delle mitragliatrici e i colpi rapidi dei fucili. Le vampate dei cannoni che spezzavano l’oscurità. Le urla di paura, di rabbia, di dolore.

Il tenente André Sorel si svegliò di colpo, zuppo di sudore, con la camicia fradicia incollata alla pelle e il cuore che scoppiava per i battiti impazziti. Era coricato su qualcosa di morbido, non sapeva nemmeno dove fosse e cercò di alzarsi, affannato. Una fitta lancinante al petto gli tolse il respiro e lo bloccò, mentre mani premurose si affrettavano a sostenerlo dietro le spalle.

«Si calmi, tenente. È tutto finito. Ha una brutta ferita, ma è in ospedale adesso, al sicuro.»

La voce maschile era amichevole e molto rispettosa. Si trattava di una voce conosciuta e il tenente, con la vista annebbiata, riconobbe il sergente Antoine Dubois. Era seduto accanto al lettino, su una seggiola di legno bianca dallo schienale scrostato. Portava ancora la divisa, troppo larga per il suo corpo smagrito.

Gli afferrò il braccio e lo fissò con lo sguardo acceso.

«Come è andata, Dubois? Abbiamo resistito?»

«Abbiamo vinto, tenente. Abbiamo respinto i mangiapatate.»

Il volto sorridente del sergente sembrò svanire in una nebbia. Sorel chiuse gli occhi e si ritrovò di nuovo in mezzo al buio e alla battaglia. Cercò di riaprire le palpebre ma era troppo stanco.

«Abbiamo vinto solo grazie a lei, tenente» aggiunse il sergente, quasi con affetto.

L’ufficiale sorrise, di un sorriso stanco e amaro.

«E i ragazzi? Quante perdite abbiamo avuto?»

«Ne sono rimasti pochi, tenente. Il capitano Roche è arrivato appena in tempo con i rinforzi.»

«Noi due, invece, anche questa volta ce la siamo scampata.»

«Più o meno, tenente» rispose allegro il sergente.

Sorel lo osservò meglio. La vista era meno annebbiata e si accorse che Dubois aveva la testa fasciata da una benda rossa di sangue.

Ne approfittò poi per guardarsi attorno. Si trovava in una stanzetta tutta bianca, linda, con un piccolo crocifisso appeso al muro, di fronte al letto. Era l’unico arredo sulle pareti.

«Per quale motivo sono in una stanza singola, e non sono in una corsia come tutti gli altri?»

«È un ufficiale, signore» rispose sornione il sergente.

«Anche i capitani finiscono nelle corsie, insieme ai soldati. Mi sembra strana questa attenzione per me.»

«Forse hanno avuto un occhio di riguardo per lei, signore.»

Il sergente aveva parlato con un tono complice, come se sapesse qualcosa che non poteva rivelare.

Il tenente lo fissò incuriosito, e di nuovo tutto scomparve dalla sua vista. Si ritrovò aggrappato alla mitragliatrice, dietro il muretto di protezione, e vide le file di fantaccini tedeschi cadere davanti a lui.

Una scossa lo risvegliò e il volto confuso di Dubois lo riportò in quella stanzetta d’ospedale.

 

Alzò le lenzuola per controllare le proprie condizioni. Era coperto solo da una camicia azzurra lunga al ginocchio. Sotto era nudo e delle bende gli fasciavano strette il torace.

«Da quanto tempo sei nel mio reparto, Antoine?»

«Da tre anni, tenente. E spero di restarci ancora sino alla fine di questa guerra.»

«La guerra è quasi finita» mormorò Sorel, con un filo di speranza. «Ha dissanguato intere nazioni, ma i tedeschi sono messi peggio di noi.»

«Noi due siamo dei sopravvissuti, tenente» commentò Dubois, a voce bassa.

Quella frase racchiudeva tutto. Anni di trincee, di combattimenti, di amici morti, di tanti giovani sacrificati.

«Può darsi che non rientrerai nemmeno al fronte, Antoine. Forse arriverà la pace mentre sarai in convalescenza.»

«Lo spero. Lo spero anche per lei.»

«Che cosa farai quando smetterai la divisa?»

«Me ne starò per un po’ con mia moglie e mio figlio, e ne faremo subito un altro. Dobbiamo recuperare il tempo perduto. Poi cercherò un lavoro. Sono un contabile, non sarà difficile.»

«Se vorrai, potrai venire a lavorare nella mia azienda di famiglia. Un buon posto per te ci sarà sempre.»

«Grazie, tenente. Sarà dura convincere mia moglie a cambiare città. È troppo legata alle sue abitudini e ai suoi genitori.»

Ancora quei lampi maledetti, il rumore terrificante, come se una mano spietata volesse trascinarlo di nuovo in mezzo al sangue.

«Lei che cosa farà, invece?» la voce preoccupata del sergente lo svegliò nuovamente.

«Mi sposerò. Sarà la prima cosa che farò.»

«Con la signorina Celine?»

 «Sì, Antoine. È stato il suo pensiero a sostenermi in questi anni. Senza di lei non ce l’avrei fatta. È il mio angelo protettore.»

 «La capisco, tenente. È quanto è successo anche a me, con la mia Ivette e il piccolo Jacques.»

Tre colpi discreti alla porta li distrassero.

Il sergente, lungo e allampanato, con la divisa insanguinata che gli cadeva addosso, si alzò in piedi.

«È l’ora delle medicazioni, tenente. Vedrà che bella infermiera le hanno assegnato.»

Sorel sorrise. Fissò l’uomo e lo vide pallido, tirato, più vecchio dei suoi ventisei anni. Due anni in più di lui. Le loro classi avevano buttato la giovinezza nel fango delle trincee. Troppi vi avevano lasciato anche la vita.

«Vai a riposarti, Antoine. Devi riprenderti, avrò bisogno di un bravo contabile nella mia azienda.»

Il sergente salutò in modo formale, era sempre stato attento alle regole, e si diresse verso la porta.

André si abbandonò sul letto, stanco, e chiuse gli occhi. A tratti, gli sembrava di essere ancora sul campo di battaglia. Erano dei flash, improvvisi ma lancinanti, che lo lasciavano stordito.

Udì distratto il passo dell’infermiera e il cigolio del carrellino con le medicine. Un passo così famigliare, gli venne da dire, che lo riportò a momenti felici, famigliare come il profumo che si diffuse vicino al letto. Quel profumo che aveva sempre amato, quando lo sentiva sulla pelle di...

«Celine!» esclamò sconvolto, con gli occhi spalancati.

Il bel viso ridente dell’infermiera, circondato dagli adorati capelli di un rosso ramato, illuminò l’intera stanza come se il sole stesso vi avesse fatto ingresso.

«Signor tenente, sono stata assegnata a lei» disse la ragazza con voce sussiegosa. «Sperò che perdonerà la mia inesperienza, è il primo incarico importante.»

Sorel non riuscì a rispondere per la felicità. Cercò di tirarsi su, ma il dolore della ferita lo ributtò sul materasso. Fu Celine a venire in suo aiuto. Gli buttò le braccia al collo e lo baciò sulla bocca. Un bacio fresco e caldo, la lingua da ragazzina che giocava impertinente con la sua, l’alito profumato di menta.

Celine era sempre la stessa, la medesima ragazza che si era portata nel cuore in quei tre anni di inferno.

«André, amore mio» gli mormorò con le lacrime agli occhi, quando riuscirono a dividere le labbra. «Come sei cambiato! Che cosa ti hanno fatto?»

«Nulla che tu non possa curarmi, Celine. Il male è dentro di me, non nella ferita. Vicino a te ritornerò ad essere l’André di sempre.»

La ragazza si distaccò e riprese la padronanza sui sentimenti. Era sempre stata molto forte.

Lo guardò critica, con l’espressione burlesca che lui conosceva così bene.

«Però non cambiare proprio tutto, anche così non sei niente male. Hai l’aspetto di un soldataccio rubacuori. Forse troppo.»

Lo baciò sulla guancia.

«Una via di mezzo sarebbe l’ideale.»

Sorel riuscì a ridere, per la prima volta da tanto tempo, e non badò al dolore della ferita.

«Sei sempre più impudente, Celine.»

La ragazza si alzò in piedi e lo fissò, simulando una vanità che non le apparteneva.

«Mi preferiresti se fossi tutta compunta come le ragazze che hanno cercato di farti sposare?»

«Come sai, ho detto di no a loro e di sì a te.»

«A dire il vero, sono stata io a dire di sì a te.»

La guardò, come se volesse ubriacarsi di quegli occhi color nocciola che rispondevano furbi al suo sguardo.

« Anche tu sei cambiata. Sei diventata ancora più bella.»

Era vero, e la divisa bianca da infermiera faceva risaltare le curve morbide del suo corpo. Il viso dalle linee dolci, cosparso di minuscole lentiggini che lui aveva l’abitudine di sommergere di baci, aveva acquisito una nuova maturità, seducente. Non era più la diciottenne, ingenua e poco più che adolescente, che aveva lasciato tre anni prima per partire verso il fronte.

«Finalmente te ne sei accorto» rispose Celine, visibilmente toccata. «È la prima cosa carina che mi hai detto da quando sono entrata.»

Manteneva quell’atteggiamento un po’ spavaldo per nascondere l’emozione e non scoppiare in lacrime.

Si scosse e lo guardò in modo ancora diverso, molto professionale.

«Adesso devo cambiarti la medicazione e devo impegnarmi bene, se non vuoi che mi rimandino a casa.»

«Farò tutto quello che mi dirai.»

Celine scostò le lenzuola e André si sentì in imbarazzo a rimanere in camicia davanti a lei.

«Non avere questi timori» lo rimproverò la ragazza. «Durante il corso ho medicato degli uomini e ho visto cose che una fanciulla di buona famiglia non dovrebbe vedere, almeno fino al matrimonio.»

André non rispose, ancora più imbarazzato.

La ragazza prese una siringa, la riempì di un liquido incolore e studiò attenta, con gli occhi socchiusi, per regolare la giusta quantità di medicinale. Con un gesto deciso scoprì poi un fianco del fidanzato, passò un batuffolo di cotone imbevuto d’alcool su una natica e infilò l’ago.

André era teso, pronto a sobbalzare per il dolore, eppure non sentì nulla. Solo il liquido entrare nel muscolo, denso e fastidioso, e null’altro.

La guardò stupito, ma Celine non vi fece caso.

«Ora togliti la camicia. Devo controllare la fasciatura e lavarti» ordinò con tono fermo.

«Ma sotto sono nudo» disse André, con un filo di voce.

«Te l’ho già detto, ho già visto altri malati nudi. Sono un’infermiera e non mi fa nessuno effetto.»

 

Si abbassò su di lui e gli mordicchiò un labbro.

«Forse però con te sarà diverso. Per la prima volta vedrò il mio fidanzato nudo. Credo che tua madre sverrebbe se lo venisse a sapere.»

L’espressione dei suoi occhi nocciola, divertiti e maliziosi, fu contagiosa e André si arrese, anche se il cuore prese a palpitare emozionato.

Celine gli sfiorò le labbra con le sue.

«Vedrai, sarà questione di un attimo e non ti accorgerai neanche quando ti toglierò la camicia.»

Gli insinuò la lingua in bocca, André ne assaporò la soda consistenza e sentì le mani di Celine sfilargli rapidamente la camicia. Trovarsi nudo di fronte alla donna che amava di più al mondo gli provocò una fitta di desiderio ed eccitazione, e istintivamente portò le mani sul pube, per nascondere il membro che si stava inturgidendo.

Aveva impiegato un attimo solo, ma non era riuscito ad impedire a Celine di lanciare un’occhiata curiosa.

La vide arrossire e bloccarsi, con lo sguardo fisso sulle sue mani.

«Oh …» esclamò, con la bocca spalancata, e Sorel fu definitivamente vinto dalla passione per lei.

Quella era la sua espressione di sorpresa, che la rendeva così unica e diversa dalle altre ragazze che aveva conosciuto. La futura suocera gli aveva raccontato ridendo che aveva preso quell’abitudine da piccola, e non l’aveva mai abbandonata. Esprimeva un genuino stupore, ingenuo e accattivante, e per Sorel rappresentava l’essenza stessa dell’animo di Celine.

Quell’ “Oh” con la bocca spalancata gli aveva fatto compagnia in tutti i tre anni di guerra, ed era sempre stato l’ultimo pensiero prima di addormentarsi.

«Io non ho molta esperienza» gli spiegò, incerta, «ma lì mi sembra grande, più di quello che ho visto finora.»

«Celine, non mettermi in imbarazzo» la rimproverò André, che non riuscì a trattenersi dal ridere.

La ragazza non lo ascoltò, gli prese le mani e le scostò per vedere meglio.

André ormai era eccitato e il membro duro puntò verso il cielo.

«È tanto grande» si corresse Celine, con gli occhi sempre più spalancati.

«Una ragazza per bene non dovrebbe fare questi discorsi» rispose André.

Era divertito anche lui e non si preoccupò di coprirsi, nonostante Celine oontinuasse a fissare quel punto, senza ascoltare le sue proteste.

«Mia sorella, dopo essersi sposata, mi aveva spiegato qualcosa, con i suoi irritanti giri di parole e i suoi risolini da scema, ma non credevo... così.»

Guardò l’espressione fra l’eccitato e l’imbarazzato del fidanzato e gli si coricò accanto, con le movenze di una gattina.

Gli carezzò il viso e appoggiò una mano sul petto muscoloso.

«Io non voglio essere sempre una ragazza per bene, con te» bisbigliò.

André la fissò pronto a tutto. Conosceva l’animo indipendente di Celine e le piaceva darle corda.

«Ah sì? Hai intenzione di coprirmi di vergogna con il tuo comportamento impulsivo?» la punzecchiò.

«No, anzi. Quando usciremo insieme sarò una sposa perfetta, impettita accanto all’eroe di guerra.»

Si interruppe.

«Tutti dicono che ti daranno una medaglia e che sarai promosso per il tuo valore.»

«Non è importante questo. Parlami di noi.»

«Allora, la domenica andremo a messa, poi a pranzo dai tuoi genitori o dai miei, come ogni famiglia che si rispetti. Organizzeremo delle splendide feste e sarò una magnifica padrona di casa.»

«E sarai una madre magnifica per i nostri bambini.»

«Anche quello. Tutti mi guarderanno e penseranno a quanto sei fortunato ad avere una moglie bellissima e irreprensibile come me.»

«E invece?» chiese ridendo, impaziente di conoscere il seguito.

«Non immagineranno che sarai molto più fortunato di quanto credono.»

«Perché? L’averti vicino è già una fortuna, Celine.»

La ragazza lo baciò e scese con la mano sino al pene duro, che carezzò delicatamente.

Sorel sobbalzò con un gemito, e la ragazza sorrise compiaciuta.

«Perché quando saremo soli, nella nostra camera, diventerò la tua amante spudorata, affamata e ingenua. Nuda e calda. Non dovrai cercare nuove esperienze con altre donne, perché avrai da me tutto quello che vorrai.»

«È allettante l’idea» ammise André.

Cercò di baciarla, ma la ragazza lo bloccò.

«Però devi calcolare anche il rovescio della medaglia» lo minacciò seriosa.

«Quale? Non ne vedo. Io sono d’accordo su tutto con te.»

«Che io ho gli stessi diritti tuoi, e dovrai donarmi quanto io donerò a te.»

Sorel non rispose, l’abbracciò e fu turbato dal calore del corpo sodo, che vibrò sotto le sue mani. Adesso anche gli occhi di Celine luccicavano per il desiderio, e l’uomo la sentì arrendevole sotto i baci e le carezze.

Le sfiorò il seno, quasi con timore, e Celine si protese per togliergli ogni incertezza. Strinse la carne morbida, e il capezzolo duro puntò contro la stoffa. La ragazza si strusciò contro di lui, gli carezzò la schiena nuda e si fece baciare a lungo, sempre più eccitata. Appoggiò il ventre sul membro congestionato, poi si staccò, rossa nel viso, e si inginocchiò sul letto.

Si girò, con il dorso verso il giovane, e mostrò la lunga fila di bottoni del camice.

«Voglio essere come te» mormorò, con il fiato corto. «Voglio sentire la tua pelle contro la mia.»

Sorel faticò a slacciare i bottoni. Le mani gli tremavano e lo spicchio di pelle nuda che si allargava sempre di più gli toglieva la concentrazione. Celine attese, paziente, e alla fine sgusciò dal camice. Si voltò nuovamente verso di lui, sempre in ginocchio, prese la sottoveste dai bordi e la sfilò dalla testa.

Il ragazzo fissò ammaliato il corpo rosato punteggiato da efelidi, coperto solo dagli slip aderenti che scendevano poco sotto l’inguine, dalle calze nere e da due coppe in stoffa che coprivano il seno.

Celine rise al suo sguardo perplesso, portò le mani dietro la schiena e slacciò la parte superiore.

«Questo è diventato di moda dopo la tua partenza per la guerra. il rinomato reggiseno.»

Sorel quasi non l’ascoltò, ipnotizzato dai seni che sbocciarono nudi davanti ai suoi occhi. Due seni grossi e sodi, sul cui biancore spiccavano le punte rosee, lunghe e già dure per l’eccitazione.

La ragazza lo baciò e portò le mammelle all’altezza della sua bocca. Lui le racchiuse nelle mani, ne palpò la carne soffice e passò la lingua sui capezzoli. Li sentì vibrare, insieme al corpo della fidanzata, e li succhiò con dolcezza, quasi temesse di offendere il pudore di Celine. Lei se ne accorse e gli premette il viso sui seni, in un gesto complice, per fargli comprendere che non doveva avere paure e che lei lo desiderava nello stesso modo.

Le mani del ragazzo, troppo abituate a maneggiare le armi, si impacciarono con i gancetti delle calze e fu la stessa Celine a togliersi lentamente tutto il resto. Si strinsero poi insieme, completamente nudi, e ogni timidezza svanì di fronte al desiderio che li travolse, impellente e incontenibile.

Si baciarono, si morsero le labbra, si esplorarono ovunque come se ogni minuscolo pezzettino di pelle nascondesse un tesoro da scoprire. Sorel non sentì più il dolore della ferita, appoggiò il viso nello stretto solco fra i seni pesanti, ne aspirò il profumo, baciò le gocce di sudore che vi si erano raccolte, succhiò i capezzoli e leccò le larghe areole che Celine gli offrì, ansimante. Poi scese lungo il ventre, lentamente, con il cuore che batteva all’impazzata, verso il boschetto scuro che racchiudeva il mistero della vita e della femminilità. Lo raggiunse, baciò i riccioli morbidi e affondò il viso fra le cosce che si aprirono, invitanti e impudiche, per offrire all’amore la vulva dischiusa, impregnata della sensuale fragranza del desiderio.

Il giovane sfiorò le grandi labbra, passò la punta della lingua sui bordi che tremarono sotto la carezza, indugiò sulla fessura bagnata, ancora timoroso di violarla, nonostante la sentisse pulsare impaziente alla ricerca di nuovi baci, e infine la penetrò emozionato. Il sapore asprigno degli umori gli riempì la bocca, lo assaporò come un liquore unico, creato e custodito gelosamente solo per lui, e Celine sollevò il bacino per aprirsi completamente, con il gesto di una donna innamorata pronta a donarsi con gioia.

Le carezzò i fianchi, e glieli strinse quando la sentì gemere. Risalì con la lingua al bocciolo che sporgeva turgido fra la peluria gocciolante, leccò la minuscola tenera punta completamente scoperta e racchiuse fra le mani i seni turgidi per il desiderio. Celine appoggiò le proprie mani sulle sue, per guidarle nelle carezze e le tenne strette sui capezzoli grossi come germogli di rosa. Mormorò il suo nome, poi lo ripeté più volte mentre strusciava la natura sul suo volto, con movimenti sempre più febbrili, e gli piantò le unghie nelle mani quando venne. Si tese in un orgasmo dolcissimo, e André bevve assetato il piacere che sgorgò bruciante dalle intime labbra, perso nel loro profumo intriso di peccato e di innocente intimità.

Continuò a lambire con un tocco leggero la pelle morbida, ricoperta di umori e saliva, per raccoglierne gli ultimi brividi, in attesa di sentire Celine rilasciarsi sfinita sul materasso.

Solo a quel punto baciò il piccolo clitoride ammorbidito e si coricò accanto a lei. Appoggiò il viso nell’incavo della sua spalla e inspirò il profumo della pelle, che sapeva di sapone e di piacere appagato.

«Hai un odore buonissimo, Celine. Irresistibile.»

La ragazza lo guardò con gli occhi annebbiati per l’orgasmo, luminosi di felicità, e gli carezzò una guancia.

«Tu invece sai ancora di polvere da sparo, di sudore e di medicine» gli rispose intenerita.

Lo abbracciò stretta, gli appoggio il viso sul petto e Sorel sentì le lacrime bagnargli il torace.

Le carezzò il collo per calmarla, e i singhiozzi si attenuarono lentamente.

«Ho avuto tanta paura per te» mormorò la ragazza, e il fiato caldo delle parole gli solleticò la pelle.

«Sono qui con te, Celine, e avremo tanto tempo da passare insieme. Avrò una lunga convalescenza.»

La ragazza lo baciò sul torace e palpeggiò i testicoli con una interminabile carezza.

«Ora però terminiamo quello che abbiamo iniziato. Non occorre attendere la tua guarigione» gli disse rivolta verso di lui, con la guancia ancora sul suo petto.

Sorel lesse nei suoi occhi la gioia di quel momento. Celine raccoglieva ogni piccolo istante di felicità per esorcizzare l’angoscia del futuro, e lui con sofferenza si sentì in dovere di bloccarle la mano.

«È meglio fermarsi qui, Celine» le disse dolcemente.

«Perché? Non ti piaccio più?» chiese perplessa, con uno sguardo esageratamente offeso.

Intanto aveva riportato la mano allo stesso posto e aveva ripreso a carezzargli il pene duro, con la punta delle dita.

«Il tuo amico lì sotto mi fa capire che ti piaccio ancora, e anche molto» continuò, maliziosa.

«Piaci tantissimo a me e al mio amico lì sotto, per gli stessi motivi, ma non possiamo andare avanti. Siamo ancora in guerra e non è possibile prevedere il futuro. Domani potrei non esserci più.»

«Ora siamo qui insieme. Domani è lontano» ribatté Celine, nel tentativo di rasserenare entrambi.

«Tesoro mio, proprio perché ti amo non posso fare l’amore con te. Il mondo è strano, suona le fanfare quando manda i propri figli a morire in guerra, ma si indigna se una ragazza si offre per amore. Se tu rimanessi sola, le conseguenze del mio egoismo ricadrebbero tutte su di te.»

Celine scivolò sopra il suo corpo, calda e morbida, e Andrè fu sul punto di perdere ogni controllo, nel sentire i seni schiacciarsi sul suo petto e il cespuglio ancora umido sfiorargli il membro eretto.

«André, è la seconda volta che ti sopravvaluti e non tieni in nessun conto la mia volontà. Non sei tu a rubarmi la verginità, sono io che te la dono. Il mondo, che si fotta.»

Gli baciò le labbra asciutte, si appoggiò con una mano sulla sua spalla e con l’altra guidò il membro sulla fessura. Scese con i fianchi sul pene che fremeva, duro e irruente, e Sorel si sentì avvolgere da una morsa vellutata che gli annullò ogni resistenza. Carezzò i seni e spinse il pene nel canale virgineo, stretto e bagnato, che si aprì con passione sotto le sue spinte caute e attente.

Si bloccarono entrambi, quando giunsero a quel momento che tante volte avevano immaginato nell’intimità dei propri sogni, nel tiepido letto da fanciulla o su una coperta lacera in fondo a una trincea. Si fissarono negli occhi per vivere insieme l’unicità di quell’attimo irripetibile, e Celine emise un lieve gemito di dolore nel momento in cui André affondò in lei e la penetrò totalmente.

Specifiche

3.0/5 di voti (2 voti)

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.