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Diario n°:

276

L'INFERMIERA SECONDA PARTE
FURIO A.

L'INFERMIERA SECONDA PARTE

SECONDA PARTE

Francia - Compiegne - 10 giugno 1918

Ore 5 del mattino

 

Il capitano Roche sporse cautamente la testa oltre il bordo del cratere, scavato da una granata. Davanti si distinguevano a malapena, nel buio, i resti della postazione che aveva resistito per un giorno e una notte interi all’assalto nemico. Attorno c’era solo silenzio, rotto in lontananza dal rumore di sparatorie sporadiche.

«Non si vede nulla, signor capitano» bisbigliò il sergente Lefevre, che lo aveva seguito nel riparo.

«Aspettiamo il ritorno della pattuglia che ho mandato in perlustrazione – gli rispose, con lo stesso tono basso.»

«Poveracci» riprese il sergente, con il viso rivolto verso la ridotta semidistrutta. «L’attacco tedesco li ha tagliati fuori e li ha isolati completamente.»

«Però hanno resistito. Non si sono arresi.»

«Gli Alti Comandi non se l’aspettavano proprio questo assalto, vero, signor capitano?»

Roche fu sul punto di rispondergli male, ma si trattenne. Avevano combattuto insieme per tutto il giorno. Lui era sfinito, e non aveva voglia di parlare per non dovere pensare. Il sergente era sfinito, e aveva voglia di parlare per non dover pensare.

«Sai come funziona, Lefevre. Hai tre anni di guerra sulle spalle. Gli Alti Comandi sanno e prevedono tutto, siamo noi a non capire le loro direttive.»

Il sergente rise. Nonostante le mani gli tremassero ancora per l’adrenalina.

«Quanti erano nella ridotta, signor capitano?»

«Settantasette. Settantotto con il tenente Sorel.»

«Voi due siete amici, vero? Nella ridotta c’era anche il sergente Dubois. È il mio migliore amico, abbiamo fatto l’addestramento insieme.»

«Il tenente Sorel parla molto bene di Dubois. Ha fatto una proposta per la sua promozione.»

«So che anche lei ne ha fatta una per me. Grazie, signor capitano.»

Un fischio modulato interruppe la loro conversazione, e un paio di ombre si avvicinarono silenziosamente al cratere. Un ragazzo di una ventina d’anni, dallo sguardo sveglio e il viso annerito dal fango, si appiattì sul bordo.

«Ne abbiamo trovato qualcuno ancora vivo, capitano. Il caporale Michelet è rimasto con loro – disse, commosso per quanto aveva visto.»

Roche, nonostante tutto, emise un sospiro di sollievo e una debole speranza gli diede forza. Scavalcò l’orlo della buca e soffiò due volte nel fischietto. A quel segnale, dietro di lui si alzarono dal suolo un centinaio di ombre indistinte, con i fucili in mano e curve sotto il peso dello zaino, che si mossero lentamente verso la ridotta.

Roche attraversò il terreno devastato dal bombardamento e ben presto iniziarono a comparire i segni della battaglia. Armi spezzate, cassette di munizioni vuote e spaccate, bossoli ovunque, affondati o sparpagliati nel fango. Poi si videro i primi morti, francesi e tedeschi mischiati, alcuni ancora avvinghiati fra loro in una lotta fatale per entrambi.

Seguì la pattuglia sino ad una casupola in muratura, circondata da una protezione di sacchi di sabbia e semidistrutta. Alcuni uomini ascoltavano inebetiti il caporale Michelet e si passavano una borraccia piena di vino, che il graduato aveva portato proprio per loro.

Alla sua vista, il gruppetto si bloccò e cercò istintivamente di riprendere un atteggiamento formale.

Roche li contò. Erano otto, con le divise stracciate e macchiate di sangue. Altri dieci erano coricati a terra, fasciati alla meno peggio, su un giaciglio preparato con coperte e paglia. Si lamentavano debolmente, e un paio non davano più segni di vita.

«Chi è il più alto in grado?» chiese, e non riuscì ad essere altero come si conviene ad un ufficiale.

Si fece avanti un soldato semplice, di una trentina d’anni, basso e con la nera barba ispida di qualche giorno.

«Io sono il più anziano» riferì. «Gli altri sono tutti ai loro posti, signor capitano.»

Indicò con un gesto i corpi senza vita dei compagni ancora schierati sulla linea del fronte, con i fucili fra le braccia, o riversi accanto a un piccolo cannone con l’affusto spezzato.

«Dov’è il tenente Sorel?» chiese, con un nodo alla gola.

«Alla mitragliatrice, signor capitano. Non l’ha mai lasciata.»

Si fece accompagnare e lo trovò immobile, riverso sull’arma, accanto ai suoi uomini ugualmente immobili. Oltre il parapetto, file di corpi di soldati tedeschi erano ammucchiate davanti alla postazione.

Roche osservò il volto di André e un macigno gli schiacciò il cuore. Ne vide l’espressione serena, come se nel momento finale un pensiero meraviglioso gli avesse fatto affrontare senza paura la morte.

Gli toccò il viso. Era ancora caldo, la vita lo aveva abbandonato da poco.

«Stringe qualcosa in mano, signor capitano» disse la voce impietosita di Lefevre.

Si trattava di un ciondolo appeso ad una catenella e Roche riconobbe il portaritratti che Sorel portava sempre con sé. Lo prese con fatica dalle dita che lo stringevano con forza, come se il tenente non volesse distaccarsene. Era aperto sulla fotografia a colori di una ragazza ridente dai capelli ramati, e aveva un’impronta di sangue sul vetrino, segno di un’ultima carezza.

«Era la sua fidanzata, signor capitano?»

La voce di Lefevre non lo lasciava, ma adesso anche lui era contento di averlo vicino.

«Sì, è la signorina Celine. Avrebbero dovuto sposarsi appena finita la guerra.»

«Poverina, signor capitano. cosi bella…»

Roche si asciugò una lacrima. Ormai non gli importava più nulla della forma.

«La signorina Celine è arrivata a Compiegne tre giorni fa, come infermiera. Aveva fatto richiesta di essere assegnata in prima linea, per stare vicino al fidanzato.»

«Sono riusciti a vedersi?»

«No, Lefevre. Il tenente non ha nemmeno saputo che fosse a pochi passi da lui. La signorina mi aveva chiesto di non dirgli nulla, perché voleva fargli una sorpresa, poi c’è stata l’offensiva tedesca.»

«Poverina» ripeté il sergente.

Non riusciva a dire altro, sul punto di piangere per la commozione.

«Forse, se glielo avessi detto, André avrebbe chiesto il permesso di incontrarla e non si sarebbe trovato qui. Si sarebbe salvato e sarebbero vissuti insieme, felici.»

«Forse, signor capitano. Ma sarebbe morto un altro al suo posto, che avrebbe lasciato una fidanzata, o una moglie, forse dei figli. La sofferenza si sarebbe solo spostata su un’altra famiglia. È la guerra a essere cattiva, signor capitano.»

Roche lo fissò, stupito per quel pensiero, e pensò alla sua cara Nathalie e alla piccola Genevieve. Forse, con un po’ di fortuna, sarebbe riuscito a rivederle. Quella guerra maledetta stava ormai per finire, non c’erano più soldati da mandare a morire.

Si scosse, e vide Lefevre in lacrime, in ginocchio accanto a un corpo allampanato, riverso a terra in modo scomposto e con lo sguardo vitreo sul volto livido.

«È il sergente Dubois» disse Roche. «Mi dispiace, Lefevre.»

«È morto senza accorgersene, capitano. Lo hanno colpito in fronte, è morto sul colpo.»

«Sergente, è ora di andare via con i superstiti e i feriti. Domani verremo a raccogliere i caduti.»

Il sottufficiale si alzò.

»Conoscevo la famiglia di Dubois. La andrò a trovare, quando la guerra sarà finita – disse, quasi parlando fra sé.»

Roche lo ascoltò in silenzio. Lui invece sarebbe andato quel giorno stesso dalla signorina Celine. Era giusto che la informasse subito. Le avrebbe mostrato il ciondolo e la ragazza avrebbe capito che l’ultimo pensiero di André era stato per lei.

Doveva saperlo. Se non lo sapeva già.

 

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