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Diario n°:

112

L’INVIDIA
AGRAMANTE

L’INVIDIA

In uno dei consueti ritorni a casa, alle due del pomeriggio, c’eravamo trovati sul treno, nello stesso scompartimento, noi insegnanti che lavoravamo a Civitavecchia, Santa Marinella e Ladispoli e abitavamo a Roma. Quelli che salivano sul treno a Civitavecchia occupavano i posti per tutti e poi li difendevano con i denti dalle orde barbariche che cercavano di impossessarsene. Tra noi amici di treno c’era l’abitudine, una volta che ci eravamo ricompattati, di farci ognuno gli affari nostri: chi leggeva il giornale, chi lavorava a maglia, chi discuteva di politica o, inevitabilmente, ancora di scuola, chi dormiva soporitamente. Quel giorno però la discussione andò su un argomento che, essendo piuttosto succulento, attirò l’attenzione di tutti: il professore di matematica e fisica Francesco Fiorelli assicurò che gli era stato riferito dall’assistente di laboratorio Ludovico Melassa che al nosocomio di Civitavecchia era stata portata una coppia, un maschio e una femmina adulti che, coinvolti in un turbolento coito anale, non erano più riusciti a staccarsi.

«Quanto tempo sono stati incastrati?» si informò la professoressa di filosofia Speranza Ferzetti, che, disse poi, aveva pensato alla vergogna che aveva dovuto provare la lei della coppia all’arrivo dei soccorritori.

«Ludovico ha detto otto o nove ore, perché non avevano il coraggio di telefonare all’ospedale» disse Francesco Fiorelli «e hanno atteso fino a quando non hanno perso la speranza che l’uccello potesse disincagliarsi spontaneamente.»

«Ma» chiese a tutti e a nessuno la professoressa di ragioneria Speranza Cardia «come può succedere una cosa del genere? Io non pensavo che fosse possibile.»

Nessuno ne sapeva niente, nonostante tutti fossero propensi a credere che il fatto fosse accaduto davvero, ma il professor Fiorelli assicurò che qualche anno prima si era verificato un incidente simile: erano due maschi in quel caso, due operai che lavoravano a costruire la centrale di Montalto di Castro e il fatto aveva fatto scalpore. Renato Palumbo che avevo spesso sorpreso a fissare incantato il sedere portentoso della professoressa Cardia, intervenne scanzonato: — Hai paura che possa succedere anche a te, Speranza?

Speranza Cardia arrossì diffusamente e cercò di colpire con uno schiaffo, fingendosi arrabbiata, il suo amico Renato che le bloccò il braccio all’altezza del polso: «Stavo scherzando» aggiunse Renato «lo so che tu queste cose non le fai, o si?»

Speranza partì col braccio libero e questa volta sorprese Renato che stava sghignazzando per la sua facezia con uno schiaffo che lo colpì esattamente sui denti. Renato accusò il colpo, cominciò a sanguinare dalla bocca e Speranza, inorridita per quello che aveva fatto, tirò fuori un fazzoletto e cominciò a pulire il sangue che, d’altronde in piccola copia, sgorgava dalla gengiva di Renato. La professoressa Miriam Aguzzini, che insegnava greco e latino al liceo Guglielmotti di Civitavecchia, cercò di informarsi su come i medici dell’ospedale avessero provveduto a separare i due amanti.

«Lubrificando la parte?» aveva supposto «allargando ancora di più l’ano, che doveva essere dilatatissimo, della signora? Intervenendo col bisturi sulle tenere carni della sodomita? E in questo ultimo caso, quanti punti erano stati messi alla donna, e come avrebbe potuto l’organo svolgere regolarmente le sue funzioni? Il passaggio delle feci non avrebbe fatto scucire i punti o infettare le ferite?»

«Potrebbero anche aver tagliato l’uccello del maschio!» intervenne Adele Stenti che era una femminista militante. La provocazione non fu raccolta, ma nessuno sapeva niente delle tecniche di disincaglio in simili casi; tutti stavano pensando alle varie procedure possibili e insieme con un senso di pietà per la malcapitata, alcuni si erano eccitati.

La discussione fu interrotta dal fatto che il treno era arrivato a Maccarese ed era stato fermato per permettere il superamento del rapido che proveniva da Torino. I passeggeri del treno locale, affamati, stanchi e scoglionati, erano scesi, senza neanche scambiarsi una parola sull’argomento e si erano seduti sul binario sul quale sarebbe dovuto passare il rapido. Il capostazione era corso subito assicurando che il rapido non avrebbe sorpassato il locale, i passeggeri erano risaliti e il treno era ripartito.

La professoressa di Italiano e storia Angela Ribecchi era seduta impettita, ascoltava tutto, ma non sembrava approvare i nostri commenti mordaci e il nostro interesse morboso. Sul viso limpido da bambina, si alternavano diverse emozioni; ogni tanto i denti mordevano il labbro inferiore e gli immensi occhi azzurri si rabbuiavano. Stava raccogliendo informazioni e stava riflettendo, e la riflessione era così coinvolgente che non poteva impedire che parte di essa si trasmettesse sui suoi lineamenti.

«Si sapeva chi fossero, i due amanti?» intervenne per la prima volta Luisa Accorsi che non era propriamente un’insegnante, ma faceva parte dell’ambiente scolastico, essendo applicata di segreteria. Non si sapeva, ma Fiorelli aveva sentito dire che la lei fosse la proprietaria dell’erboristeria in via Santa Fermina. Io ero rimasta di stucco, perché mi servivo in quell’erboristeria e parlavo spesso con la proprietaria, che consideravo una persona simpatica, edotta nella materia e che mi somigliava, anche fisicamente.

Entrambe more e in carne, ma non grasse. Entrambe con un culo ben fatto. Però Renato, che all’inizio aveva fatto finta di non sapere, aveva sentito dire che si trattava della signora Panini, vedova di un ricco imprenditore, ma lui non pensava che si trattasse di lei perché la conosceva, dato che era la mamma di una sua alunna, e non le sembrava il tipo.

«Di prenderlo in culo o di non volere più che l’uccello la abbandonasse?» lo sfidò Riccardo Pagliacci, supplente di educazione fisica, che fino ad allora aveva soltanto ascoltato.

«No, non mi sembra il tipo di farsi portare, avvolta in un lenzuolo con il suo amante, all’ospedale pubblico. Con i soldi che ha, avrebbe trovato un’altra soluzione.»

«E come hanno fatto a telefonare» disse Riccardo che ormai si era disinibito «avevano il telefono vicino al letto?»

«No» rispose il prof. Fiorelli «sono dovuti con grande difficoltà arrivare al telefono che era situato in un’altra stanza. Rotolando in terra, in trenino, a pecoroni… non si sa con certezza.»

«E dove si erano messi ad aspettare la croce rossa? Accanto alla porta? Erano ritornati a letto? Seduti o in piedi?» insistette Riccardo.

«Questo si sa» rispose il prof. Fiorelli «in piedi accanto alla porta.»

Erano già coperti da un lenzuolo. L’infermiere che li ha visti per primo ha detto che lui aveva le gambe piegate, perché era molto più alto di lei.

Miriam Aguzzini, a questo punto si era urtata, e disse che non potevano parlare così superficialmente di un fatto così grave. Se non fosse stata laureata e razionale, avrebbe ritenuto che quella fosse stata la punizione di Dio per un atto così bestiale. Fiorelli, Riccardo e Palumbo cominciarono a ridere. Adele Stenti sostenne che i maschi avrebbero messo il loro cazzo da tutte le parti e che le cose si sarebbero risolte quando tutte le donne avrebbero fatto l’amore fra loro, lasciando i maschi a spararsi pugnette. Speranza sostenne che Dio non c’entrava con il recipiente nel quale il cazzo si infilava, anche se lei non se lo sarebbe mai fatto infilare nel sedere. E mentre lo diceva guardò insistentemente Renato Palumbo. Io mi lanciai in una difesa del libero arbitrio e sostenni con passione il verso di Torquato Tasso “s’ei piace, ei lice”.

«Duriamo tanto poco al mondo» dicevo «sarebbe terribile morire con il rimpianto di non aver soddisfatto un nostro desiderio!»

La confusione divenne incontrollabile. Ognuno parlava sull’altro e tutti erano convinti di avere ragione. Chiudemmo la porta dello scompartimento ma io ero convinta che la nostra discussione fosse a portata d’orecchio di tutto il treno. Miriam Aguzzini litigava furiosamente con Adele Stenti e Renato Palombo aveva messo un braccio intorno al fianco di Speranza Cardia e tentava timidamente di spostare la mano sul suo sedere.

In un momento di silenzio improvviso e imprevedibile un attimo prima, mi volsi verso la professoressa Angela Ribecchi che non aveva più detto una parola, ma sembrava sollevata. Il viso era disteso come quello di una persona che aveva finalmente capito tutto. Gli occhi azzurri guardavano verso l’alto, persi nella contemplazione dell’infinito, e quando parlò, lo fece in un sussurro, ma con tale intensità emotiva che tutti capirono subito:

«Otto ore di seguito? Oddio! Magari capitasse con Emiliano!»

 

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