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Diario n°:

262

LA CASCINA
URANIO

LA CASCINA

Le cascine sembrano tutte fredde, uno se le immagina sempre tremule nella bruma del mattino mentre uccelli frettolosi planano sui tetti alla ricerca di vermi coi reumatismi, troppo lenti per nascondersi.

E di mattina arriviamo noi infilando la corte con l'auto e smontando tenendo quasi la testa chinata come quando si scende da un elicottero, tanto basso è il cielo, tanto plumbeo è il suo colore. Ma l'aria è pulita, i rumori sono cordiali, non feriscono i timpani come quelli arroganti della città. E la ghiaia della corte assorbe gentile i nostri passi senza restituire fango.

Arrivare per un week-end non è stato difficile. Parlarne è stato come avviene tra chi si conosce da tempo, naturale, quasi ovvio. La cascina, la vicinanza, la mansarda, la stufona di ceramica, il grande tavolo a troneggiare nella cucina accogliente e piena di profumi, il sorriso di Maria, cordiale e discreto con una piccolissima punta di malinconia come un tratto quasi sfuggito dal pennello di un pittore che dipinge un tramonto seguendo per un attimo il corso dei suoi pensieri e aggiungendo senza pensarci un segno diverso dal contesto di quei colori trionfanti, quasi a insinuare il piccolo assurdo dubbio perverso che dopo quella notte non ci sarà un'altra alba.

Naturale: davvero hai una cascina? È grande? Ma davvero? E c'è un pagliaio per ospitare due amici? Una mansarda addirittura? Ma dai... Allora veniamo. E siamo venuti.

Alzato al mattino presto, appuntamento con Daniela allo svincolo dell'autostrada nebbiosa, panico di perdersi, di non trovarsi, santi cellulari. Andiamo con la sua auto, la musica, canzoni senza impegno, nasi freddi, negli occhi un lampo selvaggio che conosco bene quando Daniela esce per la caccia.

Daniela, la luce dei miei occhi, capace di sfidare qualsiasi tormenta e di vincere diventando un tormento per me. E un'estasi. Tormento come solo l'amore sa diventare. Estasi come soltanto l'amore sa mitigarlo. Daniela, le sue cacce. Io, la sua arma. E la preda. Quando è così il suo sguardo perde ogni timidezza, le nuvole sfilacciate di perturbazioni di passaggio si diradano e lasciano il suo cielo libero e splendente. C'è una profondità trasparente che lascia intravedere percorsi a reticolo, incroci di pensiero, biforcazioni, svincoli e rotatorie. Una mappa. Una mappa flessibile senza una meta, ma due, tre, cento: nel rispetto di un futuro aperto, senza il vincolo di un pregiudizio, di una strategia se non quella di non averne. Come nella caccia appunto: trovarsi nel posto giusto, al momento giusto e aspettare che la preda faccia il resto.

Guida piano, ogni tanto si gira verso di me e mi guarda con un sorriso che potrebbe essere stato dipinto da Antonello da Messina: enigmatico nella forma, malizioso nella sostanza. Dio se adoro la sua malizia. Quella che la spoglia dagli affanni, dai problemi affardellati come le placche di arteriosclerosi su per l'aorta. Quando si veste di malizia, ha lasciato tutto alle spalle. Tranne me, che alle sue spalle sono solo nei giochi d'amore, vicino però. Mi piace questo gioco malizioso. Mi piace sapere che non ha messo i pantaloni, come l'intemperie suggerirebbe, ma una gonna di lana pesante, aderente, piena di bottoni. E gli stivali marrone, stivali senza arroganza, eleganti e discreti. E la camicetta di seta, e la giacca morbida, e il lungo impermeabile imbottito con un cappuccio sbarazzino orlato di pelliccia (sintetica, ovviamente). So anche che sotto tutto questo la malizia prende la forma di calze leggere che arrivano su fino alla parte alta delle cosce, so della coulotte lavorata che le fascia la parte alta dei glutei e si arriccia un po sul pube liscio come la guancia di bambina. So del corpetto color vinaccia senza bretelline che dà voce all'affanno dei suoi seni magnifici quando la rabbia, la concitazione li sollevano col respiro che si fa più veloce. Oppure è l'eccitazione, il rimescolamento delle viscere, la farfallina che si affaccia proprio dietro l'ombelico.

Mi piace il dispetto delle mie mani fredde su di lei mentre guida. Le dita che raggiungono un capezzolino, piccolo e appuntito, le sue labbra che si schiudono solo un po’, il labbro inferiore, vero trionfo del suo volto scolpito, che finisce tra i denti. Tiro via la mano quando le dita si riscaldano. Mentre il Tom Tom ci guida verso la Riserva.

Maria. Sembra appartenere architettonicamente alla cascina. Quasi indistinguibile: nei colori, nel fisico, nell'armonia. È magra senza esilità, ha bei colori senza sentirne l'urlo, si muove un po' felina e questo suggerisce alla mia Cacciatrice il primo brivido inguinale. Jeans di fustagno, maglia molto pesante col collo blusato, montone. I capelli corti castani, gli occhi intensi senza clamore, la bocca morbida. Le mani di Maria sono bellissime: dita lunghe e sottili che, tuttavia, danno subito un'idea di forza. Le unghie corte ma curate, qualche graffio testimonia della familiarità con il lavoro manuale. Le orecchie sono disegnate come su un manuale di anatomia. Perfette. Ingentilite da due clips di corallo vermiglio. Un orologio indossato come un bracciale al polso destro che continua a rigirarsi come fosse una polsiera borchiata.

Potrebbe dire: avete fatto un buon viaggio? Ma veniamo da vicino e sarebbe eccessivo, darebbe l'idea di un primo approccio imbarazzto.

E invece dice: «Quando vi ho visto la prima volta chissà dove avevo la testa. Lasciatevi guardare adesso che non ci sono interferenze mondane. Sì... proprio come immaginavo. Sembra che vi abbiamo fatti insieme...» La sua risata è cristallina, serena e sincera.

«Infatti» dico «ci hanno fatti insieme. Il Poeta diceva: la spada col suo fodero/una rosa e le sue spine/ un aereo e le sue ali/ e lotta e affanni e gloria/scavano il sentiero/che ci porta insieme/verso l'orizzonte comune.»

«Bello, chi è il Poeta?»

«Io, naturalmente.»

Maria guarda Daniela ridendo: «Ma dove lo hai trovato?» e l'abbraccia baciandola sulle guance. Poi bacia anche me.

Prendiamo le borse e lei si mette in mezzo a noi prendendoci per mano. Che gesto antico... caldo e cordiale. È orgogliosa della cascina e si vede. Ha i modi di chi dice: ecco, venite nel mio regno e siate i benvenuti.

Una scala di mattoni con un passamano di legno ci porta su nella mansarda. È grande, luminosa, una grande finestra appena velata da tendine bianche di cotone coi ricami a motivi floreali, come prese da un corredo dotale. La finestra è incorniciata da assi di legno scuro come uno chalet. C'è un grande armadio di noce a tre ante, un cassettone rustico, in un angolo un treppiedi di ferro battuto che sostiene una bacile smaltato di bianco col bordo sottile blù notte. Sotto una grande brocca anche quella smaltata.

«Non vi preoccupate. Non dovrete lavarvi lì. Solo decorazione. Oltre quella porta c'è un bagno come comanda il signore.»

Il letto è enorme, alto. Ha il testale di ottone pesante sopra il quale, alla parete, è distesa una coperta messicana variopinta, quasi fosse un arazzo. Ai lati del letto due comodini anch'essi di noce scuro. A terra un grande tappeto ecrù, folto e morbidissimo che contiene il letto e si estende ben oltre.

«Ecco» dice «voi dormite qui.» Daniela si gira di scatto: «Da soli?» chiede simulando disappunto e sorpresa. Ma poi la sua bocca si apre in un sorriso. Ma il complesso sistema dei segnali è già operativo.

Maria china la testa simulando imbarazzo ma è solo un attimo perché poi la rialza e i suoi occhi parlano e le sue labbra sorridono promettenti. Mi faccio avanti, mi fermo di fianco a Maria, prendo Daniela per mano e la faccio avvicinare. Adesso le due donne sono di fronte, si guardano. Appoggio le mani sulle loro nuche, le spingo l'una contro l'altra. I loro sorrisi si sfiorano, sembrano cercarsi. Le labbra si uniscono piano piano, si appoggiano le une contro le altre, chiuse. Daniela le dischiude per prima e cattura quelle di Maria come a volerle risucchiare, chiuse, dentro la sua bocca. Maria si lascia fare e socchiude gli occhi. Adesso Daniela le sta passando la punta della lingua sul bocciolo. Poi le forza giusto un po' per inumidirle tutte. Poi, dispettosa, la lecca dal mento alla punta del naso con un plateale "slap". Le prende il viso tra le mani, la guarda negli occhi, le fa una smorfia finta-truce e le dice: «Sei carina Maria. Tanto carina.» Poi si gira come se della stanza non avesse visto nulla e dice a voce alta: «Ma che bello qui!» e comincia a ruotare su di sè come un radar che disegna la mappa circostante.

 

Daniela è così. È una maestra nel creare certe tensioni positive. Agisce, si ferma, torna, lascia intendere, poi molla, preme, poi si libra leggera come una farfalla lasciando il fiore in attesa. Maria la guarda mentre esplora la camera da letto, passa una mano sui mobili, accarezza la trapunta immensa che ricopre il letto, preme una mano sui cuscini. Le sorride: «Ma dai Dani, è una semplice camera da letto rustica in una bella camera grande.»

«Ma no Maria» risponde Daniela allagando il suo sorriso «non lo sai che le stanze parlano e raccontano? Anche questa. Guarda quella finestra grande, le tendine candide. Chissà quanti occhi le hanno accarezzate. E questo armadio austero? Quasi mi sembra di sentirlo borbottare per le risate cristalline del bacile e della brocca. E il letto? Non senti come chiama? Tutti i letti chiamano: quando nasci, quando riposi, quando fai l'amore, quando stai male, quando muori. Ma questo letto è troppo grande per parlare di dolori. Io sento solo parole frizzanti, allegre, ammiccanti. Sussurri, ecco. Tanti sussurri. Come quando qualcuno ti dice qualcosa all'orecchio.»

La vedo avvicinare a Maria, mettersi di fianco a lei e appoggiare le labbra all'orecchio. Vedo che mormora qualcosa, vedo Maria fare un gesto con la testa sul collo come quando si è colti da un piccolo brivido. Ma non so se questo avviene per lo sfiorare delle labbra oppure per le parole che vengono sussurrate. Daniela non si allontana e appoggia una mano sull'altra guancia di Maria avvicinandole l'orecchio alle proprie labbra. Adesso non sussurra più ma stuzzica con la punta della lingua il lobo e segue tutte le pieghe della cartilagine come in una spirale che corre verso il centro. Maria è immobile per un po' ma poi si gira quasi di scatto, prende il volto di Daniela tra le mani, la guarda dritto negli occhi, si passa la lingua suelle labbra.

«Piccola bastarda» mormora «piccola bastarda.» Poi si avventa sulla sua bocca e vedo le guance di Daniela gonfiarsi e quella di Maria svuotarsi e capisco che la sua lingua sta esplorando la bocca della mia donna che chiude gli occhi con un gesto che conosco bene quando vuole assaporare una sensazione, un abbandono.

Il bacio dura a lungo e Maria non smette mai di tenere tutt'e due le mani sulla nuca di Daniela, le teste unite per la bocca, una dritta, una di sbieco, per meglio consentire alle lingue di scambiarsi desiderio e conoscenza senza l'intralcio dei nasi. Alla fine si staccano e Maria, un po' affannata, sta sorridendo. «Su, andiamo giù, venite ad aiutarmi a preparare il pranzo. Saremo solo noi tre. Gianni va via al mattino alle sette e torna alla sette e mezzo di sera e i ragazzi sono tutti fuori.»

La cucina è come te l'aspetti in una cascina. Fuochi e forni lungo una parete, grandi madie, un enorme tavolo centrale col ripiano di marmo sul quale prendono continuamente vita pizze, sfoglie e lasagne, sul quale si lardellano i brasati. Uno di quei tavoli attorno al quale c'è sempre qualcuno intento a fare qualcosa, bambini compresi. Sulla parete opposta ai fornelli c'è anche un enorme camino acceso dove i ciocchi si consumano senza protestare. C'è spazio anche per un gancio che sostiene un grande paiolo annerito che rispetto al fuoco sta un po' di fianco. È li sotto che si mette la brace quando si cucina la minestra. E c'è anche un treppiedi per appoggiare il paiolo quando bisogna tenerlo fermo per fare la polenta.

Mi offro di cucinare. Profanerò quel tempio del Nord inquinandolo di profumi siciliani. Un delitto premeditato perché mi sono portato dietro l'occorrente: un vasetto grande di acciughe sott'olio, una busta piena di pinoli e una piena di uva passa. Siciliano in trasferta. Corredo indispensabile. Chiedo solo aglio e una scatola di concentrato di pomodoro. E faccio la salsa con le "anciove" mentre Daniela e Maria chiacchierano sedute al tavolo. Maria ha fatto il caffè, fumano. ridono. Nulla insidia la pace di quel momento.

«Non credevo che sarste venuti davvero», sta dicendo Maria

«E perché mai? Noi siamo così. Andiamo a pelle. Se una persona ci piace, che problema c'è? E poi sei così vicina che sarebbe stato un delitto non venire a curiosare nella tua cascina. Ne parli con un amore infinito.»

«È vero Maria. Come vi ho detto sono una che si muove molto e quando non posso andare per il mondo, il mondo lo porto qui. Adoro questo senso di appartenenza, come dire, planetario. Ma, nello stesso tempo adoro questo luogo perché lo vivo con un senso di sontuosa semplicità, di provocatoria essenzialità. Mi induce ad andare al sodo, a trovare lo zoccolo duro delle questioni. È qui che mi sento di prendere le decisioni più importanti della mia vita, quelle solide. Solide come questa cascina.»

«Forse abbiamo avvertito tutto questo. Forse abbiamo avvertito la tua forza. Ma non solo Maria.»

«No?»

«No, sei anche molto attraente. Non solo come donna. Intellettualmente intendo. Hai un modo di giocare molto candido ed eccitante. La tua malizia è istintiva. Il mondo è pieno di maliziosi stupidi, quelli che la malizia la copiano dai racconti erotici, la recitano. Che noia quelli. Tu no, sei naturale. Ti vedevamo in cam, il tuo sorriso aperto, i tuoi occhi trasparenti. I gesti mai teatrali. Anche quando era evidente che ti facevo eccitare.»

«Ah, sì, eccome. Certo siete due bei tipi. Vi ho visto fare delle cose che in altre circostanze mi sarebbero sembrate volgarissime. Ma fatte da voi, non so... è sembrato sempre tutto così pulito, così appassionato, così... buono! Ecco: buono. Senza retropensieri torbidi. Una cosa fatta perché è bella, perché si sente di farla. Sì, è capitato di eccitarmi molto, lo avete visto.»

«Sì» dico «un'eccitazione visibile e so come comincia. Ti metti un dito tra i denti come chi è impegnato nella soluzone di un rompicapo, concentratissimo. Poi però cominci a morderti il labbro inferiore magari mentre io e Daniela ci stiamo baciando davanti a te. Oppure quando mi metto dietro di lei e le tiro fuori i seni offrendoli al tuo sguardo.»

«Bastardo di un siciliano... mi fai morire quando fai così...»

«E io?» dice Daniela «non ti faccio morire io?»

Allontana la sedia dal tavolo, la gira in modo da trovarsi di fronte a Maria, comincia a sbottonare la camicetta lentamente ma si ferma a metà per infilare una mano che comincia ad accarezzare i seni senza scoprirli. Poi continua. Quando è tutta sbottonata, la allarga e tira il petto in fuori mettendo le mani sotto i seni coperti dal reggipetto. Se li guarda. Dio, mi fa impazzire quando se li guarda perché quegli occhi meravigliosi diventano come mani, puoi davvero "vedere" la carezza del suo sguardo. E so che basta questo per fare diventare i suoi capezzoli come i chiodini. Adesso allarga un po' il decolleté del reggiseno, mette una mano dentro e si tira fuori il seno prendendolo per il capezzolo. Poi lo masaggia piano.

Maria è come ipnotizzata ma Daniela non le dà il tempo di reagire. Si alza in piedi e le si avvicina tenendo una mano sotto il seno scoperto. Poi comincia a strofinarle il capezzolo sulle labbra, spingendo un po' quasi a suggerirle la reazione. Maria apre la bocca e fa avanzare un po' la lingua senza affacciarla fuori dalla bocca. E Daniela comincia a a passare il capezzolo su quel muscolo bagnato che sente così morbido. Poi si siede sul tavolo di fronte a Maria, tira fuori l'altro seno e comincia a massaggiarli lentamente. E nel frattempo dischiude un po' le gambe. Non le allarga, le dischiude solo un po' ma a Maria il gesto non sfugge e i suoi occhi la vanno a cercare. Io mi metto dietro a lei, le appoggio le mani sulle spalle, le massaggio la base del collo, le strofino i capelli corti. So che questo dà una sensazione molto sensuale. Guardo Daniela e le sorrido. Lei ha lo sguardo fiammeggiante che conosco bene. Adesso ha una mano appoggiata sul ginocchio e muove le dita in modo da fare risalire lentamente la gonna. È una cosa lentissima, estenuante, la sua gamba si scopre, appare il ginocchio poi su ancora lungo le cosce sino a scoprire il bordo nero delle calze.

Mi porgo oltre le spalle di Maria, appoggio le mie mani sulle ginocchia di Daniela e le allargo lentamente. Poi spingo la testa di Maria tra le sue gambe. Lei si avvicina e sembra una macchina da presa che "stringe" su un dettaglio. Daniela sposta il busto all'indietro e appoggia le mani sul marmo del tavolo mentre già sente il fiato caldo di Maria tra le cosce, vicinissimo al suo sesso senza peli.

Le mie mani vagano ormai sotto la maglia della nostra ospite, cercano i suoi seni abbondanti, li sento morbidissimi e con i capezzoli ben turgidi. La sua posizione, chinata tra le gambe di Daniela, fa in modo che i suoi seni pendano un po' e mi piace raccoglierli nelle palme delle mani, soppesarli, strizzarli leggermente. Sento la sua pelle turbata da questa carezza, come percorsa da leggere scariche elettriche. Adesso la sua bocca è appoggiata sul sesso di Daniela. Non si muove ma sento che ne sta avvertendo il profumo. Daniela tiene la testa reclinata e gli occhi chiusi ma lentamente scivola all'indietro stendendosi sul tavolo. Vado dietro di lei, l'afferro sotto le ascelle e la tiro verso di me in modo che possa appoggiare i talloni sul bordo del tavolo. Maria si anima, prende il bordo delle coulotte e comincia a tirarlo verso di sè fin quando non riesce a sfilarlo. Adesso Daniela è completamente esposta e Maria comincia a guardarla da vicino mentre le sue dita lunghe e affusolate cominciano ad accarezzarla leggera, quasi non ci fosse contatto tra le pelli ma solo un tatto magnetico. Le apre il fiore disvelando la carne morbida del suo sesso ormai umido di succhi. Il clitoride di Daniela è già gonfio e sensibile e Maria, dopo essersi bagnata di saliva l'indice della destra, comincia a strofinarlo sul cappuccio con un moto rotatorio. E Daniela comincia a gemere piano piano.

Sono le undici del mattino, sul fuoco brontola il mio sugo alle acciughe, il cielo e sempre basso ma in quella cucina calda ci sentiamo a Papete. Il ciocco, nel camino, si consuma per noi. Generoso.

 

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