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Diario n°:

176

LA CORAZZATA POTEMKIN
Michele Cogni

LA CORAZZATA POTEMKIN

«E cos’è che ti piace?»

Erano diversi minuti che aspettavo, quasi spasmodicamente, quella domanda.

 

Avevo conosciuto Alice solo da alcuni giorni. Conosciuto in verità è una parola grossa, avevo visto per caso la sua foto sul commento che aveva lasciato sulla pagina di una mia amica di Facebook.

Una foto che mi aveva folgorato. Era in piedi, in bikini, un costume rosso estremamente ridotto, su una spiaggia deserta dall’aspetto tropicale, forse caraibico.

Certo la posa era un poco da vamp, probabilmente sollecitata da un fotografo assolutamente privo di fantasia e immaginazione, ma rivelava una ragazza di una bellezza disarmante. Gambe sottili, lunghissime, seno piccolo ma decisamente splendido, collo lungo, e un viso davvero perfetto. Aveva un’espressione insieme virginale e lussuriosa, un volto dolce con occhi dallo sguardo davvero peccaminoso. L’immagine celava poi la promessa di un sedere davvero indimenticabile.

Guardai per un tempo interminabile quella foto, e mi imposi di provare a conoscerla. Si trattava ormai di un proposito irrinunciabile. Decisi però di giocarmela al meglio. Iniziai a monitorare la bacheca della nostra amica comune, in attesa dei suoi commenti, sui quali lasciavo cadere saltuariamente qualche mia arguta o ironica riflessione, finché capitò di scambiarci una serie di battute consecutive. Quello fu il momento di aggiungerla agli amici, amicizia che lei accetto prontamente.

Decisi a quel punto di scoprire qualcosa di più su di lei. Curiosando tra le sue pagine, passioni e preferenze scoprii numerosi riferimenti al cinema, a misconosciuti registi di film muto e, cosa ancora più importante, che anche lei viveva a Milano.

Internet è sempre una fonte inesauribile di sapere, mi bastò googlizzare un po’ di quei nomi per giungere a molteplici pagine riguardanti la cinematografia dei primordi. Tra questi alcuni titoli e registi che rammentavo giusto perché citati da Fantozzi nelle immortali scene al cineforum del potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli, fanatico cultore del cinema d’arte.

Dopo aver letto e selezionato diverse cose in un file di testo consultabile all’occorrenza, ero finalmente pronto per una chiacchierata, in cui avrei rischiato il getto dell’amo adatto. L’occasione giunse solo un paio di giorni più tardi, quando dopo un nuovo scambio di commenti iniziai una apparentemente casuale chiacchierata via chat aspettando la sua giusta domanda.

 

 

«Sai io sono un cinefilo, ho una smisurata passione per i film classici, opere immortali dell’espressionismo tedesco, del surrealismo spagnolo ma soprattutto del formalismo sovietico!»

Lasciai cadere la risposta con nonchalance, anche se non attendevo altro che l’occasione per copiaincollarla al momento adatto.

Iniziò così un fittissimo appassionato dialogo tra sordi. O meglio io ero praticamente sordo a quasi ogni sua affermazione cinematografica, cui rispondevo barcamenandomi tra decine di pagine explorer aperte sulla cinematografia mondiale e, quando necessario, con abili bluff, indimenticabile retaggio di anni di interrogazioni liceali su cose mai studiate. Lei, in compenso appariva totalmente sorda sia alla mia reale ignoranza in materia sia ai miei tentativi di mutare il corso della conversazione su argomenti di qualsiasi altra natura.

Discettai amabilmente sulla fotogenia, la bellezza pittorica delle immagini e l’indagine psicologica di Delluc, L’Herbier, Hepstain e Gance, che per me potevano tranquillamente essere in realtà degli ottimi formaggi erborinati. Poi il tono della conversazione discese al modo di riflettere la realtà con una visione fortemente distorta e cupa del mondo di Pabst, Fritz Lang, Murnau e il grande Robert Wiene con il suo indimenticabile Das Kabinett des Doctor Caligari del 1919, per cui tornò utile il Fantozzi, a ricordarmi di non aggiungere la s in fondo al nome.

Ma l’apice giunse arrivando a Griffith, quando mi chiese se lo conoscevo, e sul quale rischiai di giocarmi tutto:

«Ma certo, Griffith, è il padre del cinema americano. Io lo adoro, è come se fosse mio padre.»

Mi sfuggì la citazione esatta in un lampo, tipico esempio di dita e incoscienza più rapide della ragione. Per mia immensa fortuna Il secondo tragico Fantozzi non aveva posto nella sua cineteca.

Mi sorbii comunque un’ampia disamina sulla sua meravigliosa intuizione, la sua costruzione delle fondamenta del linguaggio cinematografico, capace con lui di discostarsi dall’eccessiva teatralità di cui soffriva il cinema, facendo così davvero nascere la settima arte.  Arte di cui intuì e mise in pratica tutti gli elementi basilari, montaggio delle singole immagini, primo piano, piano americano, montaggio alternato, dissolvenza e flashback, l’uso di più cineprese in contemporanea, il movimento delle stesse per seguire l’azione e, non ultima, una complessa ricerca sulla luce.

Quando iniziò a sviscerare quello che secondo lei era il suo capolavoro assoluto, Intolerance, tentai ancora di salvarmi affermando di non averne purtroppo un ricordo recente, non essendo più riuscito a rivederlo da moltissimi anni.

Qui fu tratto il dado.

«Io ne ho una copia rimasterizzata in dvd, nuova nuova. Sai ho provato a convincere i soliti amici a vederlo, ma quando gli parlo di un film muto da 15 bobine, che dura 200 minuti rifiutano sempre.»

Quindici bobine! Duecento minuti di film muto. Quasi tre ore e mezza. Parte di me fu estremamente tentata dallo spegnimento immediato del pc, ma l’immagine di quella foto stampata nella mente, e i lussuriosi pensieri che obnubilavano il resto fermarono il lato logico, quindi rilanciai.

«Dev’essere bellissimo, e come per ogni cosa speciale solo chi sa davvero apprezzare l’arte cinematografica può comprenderlo. Io lo vedrei con te con immenso piacere.»

Scrissi vergognandomi profondamente di me stesso, e sentendomi già praticamente sui ceci.

Fu così che rimediai incredibilmente un invito a casa sua per la domenica successiva dopo pranzo, per una splendida, a suo dire, giornata di proiezioni. Già il tempo passato prima a studiare le opinioni e la trama del film, per non risultare poi troppo impreparato, furono una pena da girone dantesco.
Più volte fui preso dalla tentazione di simulare una qualche malattia a caso, ma lussuria e desiderio ebbero ancora una volta la meglio, aiutati anche da alcune nuove foto inserite da Alice, che stuzzicarono oltremodo i miei più perversi pensieri.

Giunse così finalmente domenica.

Mi presentai a casa sua in perfetto orario, con un cabaret di biscottini secchi assortiti e un’ottima bottiglia di Passito di Pantelleria Ben Ryè di Donnafugata, perfetto per rilassare la mente e allentare i freni inibitori. Rischiai però di frantumare la bottiglia, lasciandola cadere nell’istante in cui Alice mi aprì la porta.

Era decisamente bellissima. Indossava una maglietta bianca attillata senza reggiseno, i suoi capezzoli segnavano lievi il tessuto rivelandosi appena, e degli short blu, talmente corti e succinti che ebbi quasi l’impressione di poterle sbirciare le mutandine persino mentre era in piedi. I piedi nudi e il sorriso aperto, dolce e innocente completavano l’insieme più erotico che vedessi da molto, molto tempo.

Strinsi forte il collo della bottiglia giusto un istante prima che mi scivolasse dalle mani. Quando trovai la forza di sorridere e salutarla mi accorsi contemporaneamente che erano già passati diversi secondi nei quali era rimasta a guardarmi incuriosita, con la testa interrogativamente inclinata di lato, e soprattutto che ero già intensamente eccitato.

«Ciao Alice.»

Dissi per spezzare quel momento di mio grande imbarazzo.

«Ho portato qualcosa da bere e da sgranocchiare durante il film. Spero ti piacciamo i vini passiti.»

«Certo, adoro tutti i vini, grazie. Però non dovevi.» Rispose lei, prendendo dalle mie mani la bottiglia e invitandomi a entrare.

Viveva in un appartamento piccolo ma decisamente accogliente. Intravidi una cucina e un paio di altre porte socchiuse, evidentemente il bagno e la camera da letto, quindi entrammo nel salottino.

Una grande televisione a cristalli liquidi, almeno 46 pollici troneggiava al centro della parete più lunga, circondata da una libreria a muro che traboccava letteralmente di libri e soprattutto dvd.
Di fronte, all’altro lato della stanza, separato dalla tv solo da un grande, folto tappeto, c’era un ampio divano blu, sul quale ci accomodammo.

Posai su un tavolino a lato del divano i biscotti, aprendo il pacchetto e togliendo la carta. Nel frattempo lei mi portò un apribottiglie e due splendidi piccoli calici. Stappai la bottiglia e versai il vino. Il suo colore ambrato, quasi oro antico scintillò dentro il vetro.

Le porsi il suo bicchiere e accennai un brindisi.

«A Griffith, e a noi naturalmente.»

Lei mi sorrise e disse con voce bassa e estremamente sensuale.

«A noi e al cinema.»

La vidi dilatare gli occhi dopo l’assaggio.

«Ma è davvero buonissimo, grazie.»

Il mio lato dionisiaco ebbe la meglio, scivolai lungo il divano più stretto a lei e le avvicinai il bicchiere.

«Chiudi gli occhi, annusa lentamente, a fondo. Senti la ricchezza di profumi? Ananas, fiori d’arancio, fichi secchi, albicocca e sentori di miele e uva sultanina. Tutti i profumi e sapori della Sicilia, sole e mare insieme.»

Mentre annusava rapita la guardai molto da vicino. Io assaporavo il suo profumo, l’odore della sua pelle, del suo collo e capelli, la deliziosa promessa del sapore delle sue labbra.

Quando aprì gli occhi era estasiata.

«È vero, li ho sentiti tutti quei profumi, è fantastico.»

Le sorrisi e avvicinai ancora di più il viso al suo. Quando vidi che non arretrava la testa la baciai. Un bacio lieve, solo di labbra, leggero ma intenso.

«Scusa ma non ho potuto resistere, sei davvero bellissima Alice.»

Arrossì, quindi si alzò sorridendo.

«Ma in fondo tu sei venuto qui per Intolerance.»

Disse, quindi prese uno dei dvd, lo aprì e inserì il disco in un lettore ai piedi della televisione. Poi tornò a sedersi accanto a me, sorseggiando ancora un po’ di passito, e accese la tv.

Ho un ricordo nebuloso delle successive tre ore.

Lei guardava il film rapita. Trovavo quasi incredibile che potesse davvero piacerle quella muta mostruosità. Io in verità vidi poco del film. I miei occhi erano più che altro rapiti da lei. La guardavo di nascosto, osservando soprattutto il gioco delle sue lunghe gambe sottili che si muovevano spesso e che, dopo poco, salirono sul divano spingendosi verso di me, con i suoi piedini nudi premuti contro la mia gamba sinistra. Ogni tanto poi i suoi movimenti lasciavano salire ancora di più gli short, rivelando appena il bianco delle mutandine, il cui pizzo sporgeva a volte leggermente tra le gambe.

La mia mente vacillava tra le immagini in bianco e nero e le innumerevoli erotiche fantasie che quella situazione assurda stuzzicavano. Non posso però dimenticare alcune scene terrificanti, mentre i quattro episodi del film si susseguivano lungo la storia umana, da babilonia ai gangster americani.

Durante quella che lei definì la famosissima scena della “culla che dondola senza posa” faticai a trattenermi dall’urlare a causa dello stress. Solo la mia mano che ora accarezzava la sua gamba da diversi minuti mi mantenne sufficientemente lucido da resistere.

Riuscii persino a stupirla azzardando un paragone con il telefono che squilla interminabilmente all’inizio di C’era una volta in America, anche se mi astenni dal farle notare che era senza dubbio la cosa più fastidiosa di tutta la cinematografia del grande Sergio Leone.

L’arrivo della scritta “The end” mi diede quella che senza dubbio doveva essere la stessa soave sensazione provata dal comandante Nobile all’arrivo dei soccorsi.

Lei mi guardò, e dovetti davvero trattenermi dal ridere alla vista dei suoi occhi quasi velate di lacrime di commozione. Mi abbracciò felice e mi disse:

«Grazie di aver condiviso con me questo piacere, nessuno aveva mai partecipato così alla mia passione. Sai certi momenti di questi film mi provocano una sorta di eccitazione, quasi sessuale, non so se puoi comprendermi.»

Le sorrisi lievemente, riavvicinandomi al suo viso.

«Oh sì, ti comprendo perfettamente, provo proprio la stessa sensazione, un’eccitazione irrefrenabile.»

La baciai nuovamente. Questa volta senza fermarmi. Entrai tra le sue labbra prepotente, impetuoso, accarezzandole contemporaneamente il collo e percependo i brividi che le scorrevano lungo la schiena. Lei si lasciò andare contraccambiando il bacio appassionatamente, dandomi l’impressione che davvero quella visione interminabile le avesse provocato veri palpiti di eccitazione.

Ci baciammo così, dolcemente e a lungo, ma quando stavo per iniziare seriamente ad accarezzarla e spogliarla mi tenne strette le mani e sussurrò all’orecchio, con voce eccitata.

«Sai, c’è una cosa che desidero davvero moltissimo ora.»

«Tutto quello che vuoi, davvero, basta chiedere.» Le risposi, oltremodo curioso di scoprire quali perversi pensieri o fantasie stavano stuzzicando la sua mente.

«Vorrei davvero condividere con te un altro film, quello che in assoluto è il mio preferito. L’avrò visto mille volte, ma con te sicuramente avrà un sapore nuovo e più intenso.»

La sensazione che percepii fu come se Mike Tyson mi avesse appena afferrato tra le gambe stringendo con tutte le sue forze. Riuscii però solo a dire:

«Sì, certo, con molto piacere.»

Lei mi diede un ultimo bacio, quindi si alzo a cambiare il dvd.

La visione del suo piccolo, alto meraviglioso sedere, che oscillava lieve mentre si allontanava da me fu la sola cosa che mantenne ferma la mia decisione e mi trattenne dal gettarmi dalla finestra sperando nel passaggio del 102 nero delle collinari.

Fece partire il secondo dvd e tornò ad accoccolarsi accanto a me sul divano, sorridendo felice come una bimba cui hanno appena regalato il giocattolo preferito.

Quando apparve il titolo, in bianco e nero, circondato da greche e arabeschi in stile comiche di Stanlio e Ollio, non riuscii a crederci davvero.

Era la Corazzata Potëmkin, del grande maestro Sergej M. Eisenstein.

Volevo morire.

Invece sorrisi, e dissi:

«Ma dài, è anche uno dei miei film preferiti in assoluto, sarà fantastico vederlo qui, insieme così.»

Intanto continuavo ad accarezzarle il collo, la schiena, le gambe. Tornai a baciarla un paio di volte, anche se notavo che mentre mi baciava i suoi occhi si giravano verso lo schermo.
Eppure la sentivo eccitata, il viso arrossato, il respiro rapido, il profumo di piacere che emanava da lei era inequivocabile. Decisi di azzardare il tentativo finale.

Mentre sullo schermo gli insubordinati della nave venivano spinti di fronte al plotone di esecuzione le sussurrai all’orecchio.

«Riesci a sentire l’intensità e l’emozione? La forza che protende dallo schermo?»

«Sì certo.» Mi rispose con gli occhi lucidi, intensi.

«L’hai visto mille volte, ma l’hai mai fatto davanti al film? Hai mai davvero provato a mescolarne il piacere fisico?»

Le chiesi mentre con la lingua le stimolavo i punti più sensibili dietro l’orecchio destro.

Alice mi guardò, rossa in viso, poi quasi distolse lo sguardo e replicò.

«Io... qualche volta mi sono masturbata guardandolo.»

Vidi che si stringeva le mani una nell’altra, forse pentita di questa inaspettata intima confessione. Non le diedi tempo di pensare, la presi per le mani e la tirai gentilmente sul tappeto, in ginocchio con me ai piedi del divano. Con la mano sotto il suo mento la indirizzai verso il grande schermo illuminato.

«Lascia fare a me, tu guarda, goditi tutto il piacere, vedrai.»

Lei rimase così, ferma, a quattro zampe, con il volto rivolto alla televisione.

Le sollevai piano la maglietta, verso la testa, liberando i seni e accarezzandole i capezzoli da sotto, con entrambe le mani. Divennero rapidamente turgidi mentre li stringevo, vellicavo e accarezzavo ora con la punta delle dita ora a mano aperta. Sentivo il suo respiro sempre più affannato e i suoi fianchi muoversi istintivamente, mentre stretto a lei le lasciavo percepire la mia forte eccitazione.

Quindi mentre con una mano continuavo a stimolarle i seni, con la destra scesi finalmente sui bottoni degli short. Sbottonai, e feci scendere lentamente la cerniera, lasciando le dita a sfiorare lievi il tessuto delle mutandine, in un movimento ovale.

Quando non riuscii più a resistere abbandonai con rimpianto i capezzoli e le sfilai insieme pantaloncini e mutandine, rivelando un sedere veramente meraviglioso. Iniziai ad accarezzarlo, dalle cosce, risalendo lungo la schiena e tornando giù, scivolando di volta in volta sempre più intimamente. Era completamente depilata, e la cosa già mi faceva impazzire, poi vedevo le piccole labbra rosee lucide di eccitazione, che fremevano di desiderio e sentivo ormai forte il suo odore, che mi attraeva inarrestabile.

Cominciai a toccarla, la trovai così bagnata che quasi mi morsi il labbro a sangue dalla voglia. Sapientemente giocai con la sua eccitazione, sfiorando stringendo e roteando sul clitoride mentre la musica e il film continuavano imperterriti. Poi avvicinai le labbra.

La baciai e leccai profondamente, assetato di lei, leccando e accarezzando finché non arrivarono le incontrollabili contrazioni di un forte orgasmo. La leccai ancora un poco, e mi slacciai finalmente i jeans.

Ero praticamente eccitato da ore. Senza indugio scivolai in lei, aderendo perfettamente al suo umido stretto intimo. Mi spinsi lento fino in fondo, provocandole un forte gemito, poi iniziai a godermela. Mi presi tutto il tempo, alternando spinte rapide a lente, lievi a profonde, finché la sentii godere ancora, senza più frenare brevi urla di piacere.

A quel punto decisi di osare totalmente. Uscii da lei e puntai deciso al suo buco più piccolo, stretto e roseo. Lo leccai rapidamente quindi mi appoggiai spingendo piano. Tra i suoi gemiti più forti entrai di nuovo in lei, ancora più tenera e stretta qui.

Nel frattempo i cosacchi dello Zar scendevano la scalinata in riga, sparando sulla folla di civili. Lei continuava a guardare, i dettagli dei fucili, degli stivali, giunse infine l’occhio della madre e pure la carrozzella del bambino, che precipita lungo lo scalone.

In quel momento esplosi dentro di lei, in un orgasmo assolutamente possente, sfrenato.

Mi appoggiai quindi lungo la sua schiena nuda, stringendola. Le baciai il collo, quindi mi avvicinai al suo orecchio, sussurrando.

«È stato fantastico Alice, e devo proprio dirti una cosa.»

Lei distolse finalmente lo sguardo dallo schermo, rossa in viso, eccitata, e mi guardò languida e dolce. Io mi appoggiai alla sua guancia con la mia, quindi parlai ancora:

«Sai, per me, la Corazzata Potëmkin, è una cagata pazzesca!»

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