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Diario n°:

130

LA DONNA DI NESSUNO
Maddalena Costa

LA DONNA DI NESSUNO

Nella stanza piombò il silenzio.

Aveva occhi gelidi e la sua bocca serrata mostrava il ghigno di un morso.

Non parlava.

Ma il suo verbo taciturno mi urlava tutta la mia inadeguatezza.

Ero lì, nuda e muta di fronte alla sua ostile veemenza, con le braccia tese e le mani sole, a cercare le sue mani in uno slancio di remissiva soggezione.

Mi ignorava, e i suoi occhi ciechi si spegnevano sul pavimento, dove incendiavano un rogo nel quale bruciavo, mentre le parole che avrei voluto gridare si incenerivano soffocandomi.

Trattenni il respiro e ingoiai le lacrime perché quell’ultimo velo lasciato a coprire le mie fragilità non cedesse servendomi in pasto alla sua diffidenza.

Si chiuse la porta alle spalle. Un tonfo e poi i suoi passi lungo il corridoio. Un ricordo, l’ultimo.

Attesi a lungo. Segnai le ore vegliando. Contai i secondi nello spazio che divenne infinito.

Mi addormentai stringendo al cuscino il mio desiderio.

Fuori l’alba annunciò il domani.

Mi svegliai contesa fra l’irrimediabile verità della mia solitudine e l’inganno gridato a gran voce dai miei turbamenti.

Sola, stretta nel vuoto abbraccio del mio bustino di seta.

Il letto vacante, il telefono muto.

Io e le mie autoreggenti, testimoni uniche e silenti della mia disfatta.

Era uscito dalla mia vita portandosi via passato, presente e futuro, lasciandomi sola a leccarmi le ferite.

Scese il gelo.

Mi sorprese nuda, indifesa. Tremavo come una foglia. Tremava tutto.

Non bastò neppure toccarmi.

Convulsa e smaniosa seduta al centro della stanza a darmi l’unico piacere che mi era rimasto, che liberai in un orgasmo di lacrime per finire sfinita sul pavimento a guardare il soffitto.

 

Nelle settimane successive divenni larva del mio dolore che vivevo scavandomi dentro. Lasciai che la sofferenza mi forgiasse e finalmente, sopravvissuta all’amore, uscii da quell’isolamento nel quale mi ero costretta per giorni.

Dentro di me colavo fondendomi ma fuori ero la mia maschera.

Era una di quelle notti in cui il cielo è terso e soffia il vento dell’inquietudine, col suo inconfondibile odore di sesso. Mi sentivo cagna, serva di un istinto ancestrale che dominava i miei impulsi, tesi a saccheggiare tutto ciò che fosse carne e sprigionasse umori. Camminai a lungo facendomi strada fra la ressa di gente che affollava quel paesino a ridosso del mare.

La piazza era gremita e nell’aria, nonostante pullulassero gli odori, continuavo a sentire quello di femmina che veniva da me. Deciso, esigente, primordiale, mi entrava negli alveoli inebriandomi. Sentivo i capezzoli premere sul vestito di cotone leggero, doloranti; e la mia fica, liberata dalle mutande prima di saltare fuori dall’auto, colarmi fra le cosce, resa tesa e umida da quel desiderio possente.

Scorsi fra la folla lo sguardo di Elide che si illuminò e mi corse incontro lanciandosi in un abbraccio che mi fece perdere l’equilibrio.

«Ninè, da quanto tempo!! Non credo ai miei occhi!»

Non ci vedevamo da mesi, da quando avevo cominciato a frequentare Francesco.

«Ma sei da sola! E il tuo fidanzato?» Mi domandò incalzando.

«Non ho un fidanzato. Claudio e Cinzia danno una festa in una delle ville a ridosso del porto mercantile. Ho parcheggiato la macchina prima della piazza. Li raggiungo a piedi.»

Elide non trattenne l’entusiasmo. Delle mie parole parve cogliere solo la prima frase.

«Vieni con noi. Stavamo andando a prendere da bere alla frutteria. Marco ha un piccolo appartamento qua vicino. È molto carino: ha una splendida terrazza con vista sul mare. Alloggio da lui per un paio di settimane» proferì tutto d’un fiato.

Marco. Solo in quel momento mi accorsi di lui. Alto, brizzolato, occhi verdi. Indossava un completo di lino chiaro e sandali ai piedi. Lasciai Elide pendere dalle mie labbra e allungai la mano per stringere quella di lui, che non smetteva di fissarmi.

«Piacere, Ninè.»

«Ninè! Io sono Marco. Elide mi ha parlato tanto di te. So talmente tante cose sul tuo conto che mi sembra di conoscerti da una vita.»

Fulminai Elide con uno sguardo, che non parve però farle perdere le speranze di poter trascorrere la notte con me.

Ci frequentavamo da anni. Elide era una delle mie amiche speciali, una di quelle con cui mi concedevo i lascivi piaceri della carne. Lesbica, femminile, assatanata come un uomo e isterica come una donna. Più volte mi aveva dichiarato il suo amore, ma ogni volta avevo lasciato cadere il discorso fra le lenzuola.

Non volli indagare su cosa gli avesse raccontato di me, la conoscevo a sufficienza da poterci arrivare da sola e gli sguardi di approvazione che continuava a lanciarmi Marco da dietro gli occhiali in celluloide ne erano la conferma.

Ecco, non avrei potuto desiderare di meglio. La sorte mi serviva una scopata su di un piatto d’argento. Non avrei dovuto fare neppure la fatica di sorbirmi la festa noiosa di Cinzia e Claudio, pretesto per rimorchiare qualcuno di appetibile su cui sfogare la mia sete di vendetta e saziare la mia brama di sesso.

«Io salterei la frutteria» proposi senza esitazione. «Se a casa hai qualcosa da bere potremmo godere del panorama prima che i fumi dell’alcool possano godere di noi.»

«Ho del vino ricercato e degli ottimi formaggi stagionati. Potremmo bere a volontà e spizzicare qualcosa.»

Dieci minuti più tardi eravamo a casa sua.

Elide mi aveva marcata stretta per tutto il tragitto. Sapevo che covava profonda gelosia per le attenzioni che rivolgevo al suo amico Marco ma ero consapevole che il desiderio di avermi sarebbe sceso a patti col compromesso di dividermi con lui.

L’appartamento era molto carino e la vista che si godeva dal suo terrazzo non deluse le mie aspettative. Lasciai Elide e Marco armeggiare in cucina e mi avvicinai alla ringhiera che correva intorno al perimetro pertinente.

Mi affacciai sporgendomi di sotto. Era meraviglioso. Il cielo stellato si confondeva col mare da cui soffiava una leggera brezza che mi accarezzò le carni nude sotto il vestito svolazzante. Sentii dei passi dietro le mie spalle. Era Elide. Reggeva due calici colmi di vino e avanzava sorridendo. La vista di quel corpo sinuoso pronto per essere saggiato e colto ruppe ogni mio indugio. Vuotai il vino velocemente e, mentre sentivo diffondersi un calore nello stomaco, la baciai. Schiuse le labbra mollemente. La sentivo fremere. Fui dolce, tenera. Disegnai il contorno delle labbra con la lingua umida, che infilai delicatamente nella sua bocca. Le cinsi il fianco con una mano e con l’altra le feci una leggera pressione sulla nuca. Il mio bacio divenne più profondo, quasi spudorato. Mi incollai a lei come una seconda pelle. Sentivo i suoi seni premere sui miei, il suo pube sfregarsi languidamente sul mio basso ventre. Indossava una di quelle maxi maglie che lasciano scoperte una spalla; aveva messo un cinturone in vita che le slacciai, lasciando che finisse sul pavimento, fatto di enormi tavelloni irregolari. Infilai fremente le mani sotto la maglia per toccarle la fica. La guardavo fissa negli occhi. Adoravo lo smarrimento che ci leggevo ogni volta che le facevo l’amore. Elide sapeva che amavo dominarla, che con le donne godevo dal piacere che riuscivo a trarre dal loro. Che mi bastava dare per avere, e che non volevo nient’altro se non farla gemere. Scostai l’elastico delle mutandine e con l’indice e il medio mi feci largo fra le grandi e le piccole labbra. Era bagnata. Entrai in profondità, come una bimba ingorda che affonda le dita nella marmellata e se ne compiace, golosa. Le tirai fuori e le portai a due centimetri dal mio naso. Lasciai che la brezza marina, col suo gentile venticello, mi desse un piccolo anticipo odoroso del suo gusto salmastro, che assaggiai infilandomi in bocca i polpastrelli.

«Vuoi sentire che sapore hai?» Le chiesi respirandola.

Lei annuì vacillando. Afferrai saldamente il calice che sorreggeva a fatica con la mano destra, noncurante del vino che continuava a versarsi per terra, scivolando dalle sue dita affusolate. Le cacciai nuovamente la lingua in bocca, questa volta tenendola in una stretta decisa per i bruni e lunghi capelli. La lasciai senza fiato, mentre Marco imbarazzato si schiariva la voce per attirare la nostra attenzione.

Reggeva un vassoio su cui aveva adagiato due taglieri di salumi e formaggi e una sperlunga di bruschette al pomodoro.

Mi liberai dalla stretta di Elide che per tenersi in piedi si aggrappò alla ringhiera.

Sul tavolo, che Marco aveva apparecchiato lasciandoci amoreggiare, c’era del vino, olive e cruditè di verdure.

Riempii i calici vuoti e, sollevando il mio, brindai a quella notte in cui sarei stata monarca, regina dell’alcova che mi attendeva sotto il cielo stellato di agosto.

Presi Marco per mano e lo portai sull’enorme letto di canna di bambù, sotto il porticato di colonne intorno al piccolo appartamento. Elide ci raggiunse subito dopo, senza veli.

La lasciai a guardare. I suoi occhi recitarono una preghiera, la sua voce intonò un lamento, mentre con le dita si toccò fremente fra le cosce aperte.

Marco si tolse i vestiti e con la bocca esplorò il mio corpo nudo sotto l’abito di cotone leggero. Aveva una lingua generosa e sapiente, che come dardo infuocato incendiò ogni centimetro della mia pelle. Mi mordicchiò sul ventre e con la bocca tracciò un sentiero fra pube e seni. Indugiò sui capezzoli titillandoli e poi tornò in basso disegnando umidi cerchi circoncentrici, per finire il suo viaggio subito sotto il monte di venere, dove il mio clitoride attendeva, teso come un piccolo pene, per rivendicare il piacere tanto atteso. L’orgasmo mi percorse tutta. Lo vomitai a gran voce dalla gola con gemiti che non trattenni, ma liberai nell’aria, abbandonandomi. Mi aggrappai a lui, mentre spasmi involontari mi scossero tutta. Mi lasciai baciare. La sua bocca aveva il mio sapore, i suoi baci voluttuosi e profondi mi riaccesero in fretta. Invitai Elide a unirsi a noi, in quell’abbraccio in cui tre corpi divennero uno solo.

 

La cena attese. Saziai la mia fame scopando, per nutrire il lungo digiuno scaturito dall’astinenza dai piaceri della carne e sedai il mio dolore, durato quel che bastò a togliermi ogni sembianza umana.

Ero una splendida fiera selvaggia, che aveva lasciato cadere le difese in nome di un sentimento chiamato amore e che era stata beffata dalle paure di un uomo affogato nella diffidenza. Ero tornata, sopravvissuta a un viaggio fatto di  lacrime e sangue. Ninè, la donna di nessuno, punitiva e sanguinaria, la cui natura intreccia corpi su letti stropicciati e pensieri sudati fra i biondi capelli.

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