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Diario n°:

117

LA PARRUCCHIERA
unuomo

LA PARRUCCHIERA

“Ciao, stasera sono stanca, non esco con voi. Baci. Sandy”.

Alessandra premette il tasto ok del suo cellulare di ultima generazione ed inviò il breve SMS. No. Stasera di uscire proprio non ne aveva voglia.

Appena rientrata a casa, era stata colta da una spossatezza indicibile.

Quella stanchezza che ti attanaglia le gambe, ti fa indolenzire i muscoli dei polpacci, t’impedisce persino di prendere sonno. Troppe ore in piedi oggi in quel negozio di parrucchiera dove lavorava da ormai un anno. Per di più Giorgio, il suo titolare, si era messo in testa di pubblicare un catalogo con le ultime mode in fatto d’acconciature femminili.

«Alle modelle potreste pensarci voi» aveva detto ad Alessandra e alle sue quattro colleghe «cercate fra le vostre amiche chi potrebbe essere disponibile; darò 500 euro a quella che ne procura di più.»

Peggio che fossimo delle pappone, aveva pensato Sandy. Però quei 500 euro le servivano. Eccome se le servivano. “Ci pago l’affitto così mi viene pure fuori quel paio di scarpe che ho visto una settimana fa” pensava mentre si girava e rigirava nel letto. Già ma come fare? No. Quella sera era una serata storta: la stanchezza, l’insonnia, la noia. Carlo, il suo ragazzo, era fuori per lavoro. Decise di alzarsi. Aveva letto da qualche parte che quando non si riesce a dormire l’unica cosa da fare è passeggiare. Si sedette alla scrivania. Accese il computer, attese che la connessione entrasse in funzione e scelse il suo browser preferito. Subito vide ciò che cercava. Senza esitazione cliccò su quella finestra allettante: ENTRA IN CHAT. Come nick scelse PARRUCCHIERA. “Così almeno vediamo se riesco a trovare qualche modella”.

Quanto alla stanza, nessun dubbio: leixlei. Nemmeno Carlo, che pure amava così tanto, sapeva del suo segreto. Di quella passione inconfessabile che talvolta la coglieva guardando una cliente particolarmente affascinante o una ragazza incrociata per caso per strada. Di quella voglia indicibile di baciarla, di frugarla, di vedere il suo corpo nudo. Di immaginare se teneva gli occhi chiusi o no mentre faceva l’amore. Di pensare alla sua voce quando raggiungeva l’orgasmo. In realtà, di occasioni non ne aveva avute affatto.

Impiegò cinque minuti ad ignorare tutti i messaggi che provenivano da uomini.

“Porci, che gusto hanno nel fare sesso virtuale? Tanto poi finiscono col farsi seghe…”

Chicca67Ve: quello era un nick interessante soprattutto se Ve stava per Venezia. Da Padova a Venezia è mezz’ora di macchina, potrebbe benissimo venire a tagliarsi capelli e a farsi qualche foto pensò Sandy. Decise di tentare.

“Ciao, sono una parrucchiera. Cerchiamo modelle disposte a tagliarsi i capelli e farsi fotografare per un catalogo; offriamo 80-100 euro, ti va?” Attese qualche minuto. Poi dalle minuscole casse del computer udì il suono inconfondibile che segnalava l’arrivo di un messaggio.

“Mi spiace, non ne ho il tempo anche se credo che i miei capelli ne avrebbero bisogno.”

“Perché? Come li hai?”

“Sono sempre in giro per lavoro e non riesco ad andare dalla parrucchiera. Sono lunghi e ricci ma maledettamente crespi. Il guaio è che a me non piacciono i capelli corti.”

“Potresti farteli scalare da un lato e solo accorciare leggermente dietro. Il negozio ha orari flessibili: domani ad esempio, che è sabato, chiudiamo alle 19. Allora vieni?”

Stavolta l’attesa fu più lunga. Molto più lunga.

“Potrei anche venire ma ad una condizione.”

“Dimmi.”

“Sei lsb o bsx?”

Sandy si fermò con le dita a mezz’aria sulla tastiera. In effetti non avrebbe voluto rispondere ma poi decise.

“Bsx.”

“Quanti anni hai?”

“23 e tu?”

“37. Da quanto tempo non fai sesso con una donna?”

Sandy ebbe un sobbalzo. Conosceva perfettamente la risposta che avrebbe dovuto dare ma non riuscì a digitarla. Mentì.

“Due anni.”

“Capisco. Allora posso dirti la mia condizione?”

“Dimmi.”

“Io mi taglio i capelli ma tu vieni a letto con me.”

Il cuore di Sandy si fermò. Cazzo vuole questa?

“Mi pare una richiesta ridicola. Se mi piacessi magari potrei anche farlo ma così al buio non credo proprio. Non sono mica una zoccola…”

“Non penso questo di te; comunque allora non se ne fa niente.”

“Perché?”

“Mi hai dato la risposta sbagliata.”

Ma guarda te ‘sta stronza. Ma chi si crede di essere?

“Descriviti.”

“Sono alta 170 cm, peso 58 kg, ho i capelli castani e gli occhi verdi.”

Sembra carina anche se secondo me non è una donna…

“Sì.”

“Scusa?”

“Sì. Ok. Non volevi che ti dicessi di sì?”

“Così non vale. Il sì doveva essere spontaneo.”

“Spontaneo? Ma se manco ti conosco. Inviami almeno una tua foto.”

“Mi chiamo Chiara. Insegno all’Università.”

“Cosa insegni e dove?”

“Archeologia a ***** e, come professore a contratto, alla Columbia University di New York.”

“Mandami una tua foto.”

“No è molto più eccitante se ci incontriamo senza mai esserci viste non trovi? Facciamo così. Io domani vengo, tu mi aspetti fuori dal negozio così quando mi vedi deciderai se scopare con me o no.” Scopare? Ma non sarà mica un uomo?

Sandy si sentì confusa. Che stava facendo, perché si lasciava trasportare in quel gioco. Divisa dal dubbio, dalla curiosità, dall’eccitazione di una situazione inaspettata.

“Non è che mi tiri un pacco poi?”

“No. Dammi il telefono così chiamo in negozio e fisso l’appuntamento.”

“Beh, te lo posso fissare io se vuoi.”

“Ok. Sono la professoressa Chiara ****. Domani quando vengo di chi devo chiedere?”

“Di Alessandra. O di Valeria o Sara.”

“Sei tu Alessandra vero?”

“Sì.”

“Va bene Alessandra. Domani ci vediamo e se ti piaccio verrai a letto con me ok?”

Sandy si morse le labbra, attese con le mani sospese nell’aria e decise.

“Se mi piaci…”

“Dammi il tuo numero di cellulare così quando sto per arrivare ti do uno squillo.

Se mi chiede il cellulare potrebbe anche essere vero che è una donna…”

Ma guarda tu in che razza di casino mi ritrovo….

“Va bene. Il mio numero è 33…”

“Ottimo. Allora a domani. Un bacio grande.”

“Ciao.”

Sandy faticò ad addormentarsi. Si pentì di aver dato il suo numero di telefono. In fondo non aveva nessuna sicurezza che fosse per davvero una donna. Eppure queste preoccupazioni si fondevano con immagini che si sovrapponevano. Una donna, una bocca, le mani...

La mattina dopo Alessandra si svegliò con largo anticipo sull’orario previsto. Si tolse il pigiama, si sfilò gli slip ed entrò in doccia. Un brivido le percorse la schiena al contatto con l’acqua inizialmente fredda. Rimase sotto il potente getto per almeno cinque minuti facendo attenzione a non bagnarsi i capelli. Poi uscì. Si avvolse in un morbido accappatoio e tornò nella camera da letto. Aprì il guardaroba e si stupì della cura con cui si accingeva a scegliere cosa indossare. “Manco avessi un appuntamento romantico. E poi lei non viene, non viene, non viene”. Ribadì tre volte quel pensiero quasi per convincersene. Aprì il cassetto e tirò fuori un perizoma nero con un reggiseno a balconcino. Scelse una gonna nera che le copriva le ginocchia ed una camicetta che lasciò volutamente sbottonata più del solito. Prese pure un giubbino bianco per ripararsi dai primi freddi autunnali. Usò un trucco leggerissimo. La combinazione di colori e del trucco e dell’abito valorizzava la sua splendida abbronzatura dovuta ai sette giorni trascorsi con Carlo in Mar Rosso. Per le scarpe preferì un paio di sabot dai tacchi bassi. In fondo oggi sarà una giornata pesante con tutti quegli appuntamenti pensò.

Decise di fare colazione al bar sotto casa.

«Sandy che bella che sei.»

Sorrise quando Elena, servendole un caffè macchiato ed un cornetto integrale, commentò il suo abbigliamento.

«Hai un appuntamento?»

«No devo andare a lavorare e sono già in ritardo, ciao ciao.»

Si salutarono scambiandosi un pudico bacio sulla guancia. Dieci minuti d’autobus e Sandy arrivò al salone di bellezza.

Fu una giornata uguale a tante altre. Il salone pieno, le hair stylist impegnatissime a sistemare donne d’ogni età. I pettegolezzi erano continui. Soprattutto le più anziane parlavano sempre delle stesse cose: degli ultimi gossip cittadini, di corna, di amanti. Di quanto fossero stronzi gli uomini. E di quanta voglia avessero loro di quegli stronzi. A Sandy quell’atmosfera faceva venire in mente una canzone ascoltata tanto tempo fa in casa di amici.

«Di chi è?» aveva chiesto allora. Dalle sue spalle giunse una voce calda, lievemente arrochita dalle troppe sigarette fumate. Con Davide si erano conosciuti così. Già. Con lui che le aveva raccontato di quel poeta venuto a mancare maledettamente troppo presto. Di quel suo cantare di Genova edei vicoli e del porto vecchio. Di puttane e di sante. Di guerre sempre idiote. Di re presi per il culo da giovani contadine. Di vecchi sbronzi e di professori che la notte cercavano consolazioni carnali alla solitudine del cuore.

Poi il giorno del suo compleanno le aveva regalato un disco in dialetto sardo. Bellissimo, anche se un poco si era scandalizzata leggendo la traduzione in italiano delle canzoni.

Erano diventati amici. Erano diventati più che amici. In lui, Sandy vedeva il fratello maggiore che avrebbe voluto tanto avere. Era diventato il suo confidente, il suo complice. In ogni occasione importante di uno, l’altro era lì. Il dottorato, il posto di professore associato in quella grande Università per Davide. I primi amori, la perdita della verginità, la gioia e i dolori che sempre accompagnano la vita di ciascuno, per lei. Certo. Scopavano insieme, anche. Di tanto in tanto e anche se avevano qualcun altro nel cuore.

Perché il sesso diventa sublime in un rapporto di amicizia. Ed in quei momenti perdevano la cognizione del tempo. Preliminari lunghissimi, fatti di baci, carezze, lingue che esploravano l’altrui corpo, erano preludio di orgasmi sempre nuovi. Poi rimanevano abbracciati con lui che le raccontava un mare che ti dà tanto ma che ti fa anche bestemmiare e di navi e di relitti. Di vita e di morte.

Persa in quei pensieri, Sandy quasi non si accorgeva del ronzio che accompagnava la vibrazione con cui il suo cellulare le segnalava l’arrivo di una telefonata.

«Pronto?»

«Alessandra?»

«Sì.»

«Ciao, sono Chiara. Fra cinque minuti arrivo. Mi aspetti fuori?»

Sandy rimase con il fiato sospeso. Una pausa.

«Ok.»

Click.

Almeno è una donna… con una voce simpatica, pensò sospirando.

«Valeria termini tu la signora? Io devo uscire un momento.»

«Va bene ci penso io.»

Sandy uscì dal negozio. L’autunno alle porte la fece rabbrividire. Frugò nella tasca del grembiule e prese una sigaretta dal pacchetto di Marlboro light. Era nervosa. La accese e ne aspirò voluttuosamente il fumo. In lontananza i fari di un’automobile iniziarono a lampeggiare. Sandy alzò la mano.

Vide la seducente sagoma di una Mercedes SLK avvicinarsi e fermarsi in una piazzola del parcheggio. Il cuore iniziava a batterle sempre più forte. La portiera dell’auto si aprì. Uscirono lentamente due gambe snelle, affusolate.

I piedi, nudi, erano fasciati in due sandali col tacco a spillo. Sulla parte superiore del piede delle lamelle di cuoio formavano un intreccio complicato, impreziosito da alcuni brillantini disposti a formare una G.

«Piacere, Chiara.»

Alzò la testa. Di fronte a lei una donna alta, con un viso ovale dove spiccavano due occhi di un verde intensissimo. La carnagione scura, quasi mulatta, risaltava in quel tubino bianco aderentissimo che, lasciando le spalle scoperte, le fasciava il corpo fino a poco sopra le ginocchia. Avvolta al braccio uno spolverino in pelle nero. Alle mani due zirconi. Dal collo scendeva un pendaglio con un’ambra di un rosso acceso. I capelli ricci e sciolti le cadevano sulle spalle.

La stretta di mano era energica mentre gli occhi erano perennemente incollati ai suoi tanto che Sandy dovette abbassare lo sguardo per evitare di arrossire.

«Allora come mi trovi?» le chiese Chiara.

«È molto bella.»

«Ma come? Non mi dai del tu? Ti sei già dimenticata le mie condizioni?»

Sandy abbassò ancora più gli occhi. Intuendone il disagio misto alla timidezza, Chiara per il momento decise di cambiare discorso.

«Dai andiamo a farmi bella.»

A farla bella? Ma questa non ha bisogno di nulla per diventare bella, pensò Sandy.

Chiara emanava una sensualità incredibile. Appena entrata, calamitò su di sé gli sguardi di tutti. Nel salone di bellezza, il brusìo lasciò il posto ad un silenzio quasi assoluto. Le donne la guardavano con un misto di invidia e di rabbia. Negli occhi di Giorgio, il titolare, potevi leggere chiaramente la voglia di scoparsela. Lei ricambiava gli sguardi dei presenti con la sua aria altera.

Non fu un lavoro particolarmente impegnativo. I capelli castani di Chiara non erano minimamente crespi. Prima di affidarla alle mani esperte di Sonia per il taglio, Sandy le lavò i capelli. Le sue mani accarezzavano dolcemente la testa di Chiara con movimenti circolari. Poi usò una lozione rinforzante premendo delicatamente coi polpastrelli in modo che entrasse sino alla radice dei capelli. “Mmhhh… è piacevolissimo” le sentì dire. Poi toccò a Sonia valorizzare quel viso angelico con un taglio moderno. Quando ebbe finito vide la collega avvicinarsi.

«La conosci?»

«Non molto, perché?»

«È bellissima e pure di gran classe? Hai visto che scarpe?»

In attesa che Giorgio si liberasse da una telefonata, Chiara si avvicinò a Sandy.

«Allora ceniamo insieme stasera?» le chiese sottovoce.

Sandy tornò ad arrossire. Poi vincendo la sua naturale timidezza alzò lo sguardo fino ad incontrare quello di Chiara:

«Cenerò volentieri con te.»

Chiara saldò il conto con l’Amerikan Express Platinum. Uscì dal negozio.

Sandy fu assalita dall’agitazione. Che fa? Va via? Un sentimento misto l’assalì. Meno male, tutto si è risolto, pensò in un primo momento. Ma allora non le piaccio, subito dopo. Vide che Chiara la stava fissando dall’altra parte della vetrata. Quando gli sguardi si incrociarono Chiara sorridendo sollevò le chiavi dell’auto e la invitò a seguirla.

Sandy non ebbe esitazioni. Una decisione che le uscì d’impeto.

«Giorgio io vado, buon week-end» disse mentre si toglieva il grembiule e si ravvivava i capelli.

«Ciao Sandy a martedì.»

Uscì, alzandosi il bavero della giacca. Si guardò attorno. Vide Chiara, in piedi, col gomito appoggiato allo sportello dell’auto che le sorrideva. Le si avvicinò.

«Sono pronta.»

Chiara la guardò. Con la mano destra le scostò un ciuffo ribelle di capelli che le era caduto a coprire la fronte. Dai capelli la mano, con fare languido, si spostò sulla guancia e poi sulla nuca. Avvertì che Chiara stava aumentando la pressione sul collo. Decise di non resisterle. Le bocche si avvicinarono e ancor prima che le labbra si sfiorassero le lingue erano già lì che si accarezzavano.

Percepì nettamente che Chiara stava allentando la pressione. La mano sinistra prese il posto di quella destra che iniziò a scendere, ad accarezzarle la schiena sino a posarsi sul suo sedere. Indugiò tra le pieghe della gonna, iniziò a pizzicarle dolcemente una natica. Intanto le lingue continuavano a gustare l’una la saliva dell’altra. Immaginando che Giorgio, dopo aver contabilizzato l’incasso della serata stesse per uscire, Sandy a malincuore decise di mettere fine a questo bacio appassionante.

«Andiamo» disse con voce roca a Chiara.

Chiara la guardò sorridendo. Salirono a bordo dell’auto. Con grande naturalezza, si sfilò i costosissimi sandali e li gettò alle spalle:

«Sono scomodi quando guido.»

Vinta dalla comodità dei morbidi sedili in pelle e ancora in preda ad una fortissima eccitazione, Sandy si lasciò cullare dal lieve ronzio del motore.     

Ogni tanto avvertiva la mano di Chiara che le accarezzava docilmente un ginocchio. Cadde in una sorta di torpore dal quale si destò solo udendo una voce maschile:

«Ben arrivata professoressa, lasci pure l’auto all’ingresso poi la parcheggiamo noi.»

«Gentilissimo come sempre Francesco, grazie.»

«Dove siamo?» le chiese.

«Ma come» rispose ridendo Chiara «dimmi che non riconosci Venezia.»

«Venezia? Mi hai portato a Venezia?»

«Certo, abito qui.»

La seguì attraverso Piazzale Roma. Poi, lasciandosi sulla sinistra un hotel, entrarono in un imbarcadero. Ad attenderle un taxi acqueo:

«Ciao Chiara, dove vi porto?»

«Al solito ristorante.»

Fu un viaggio molto breve.

«Ma conosci proprio tutti, eh?» le chiese Sandy.

«Che vuoi, è una vita che abito qui.»

Il potente motoscafo le lasciò davanti ad un ristorante giusto di fronte alla Punta della Dogana.

«Ciao Chiara, ti ho riservato il solito tavolo.»

La cameriera le accolse con un gran sorriso. Si baciarono sulla guancia mentre Chiara la ringraziava. Si accomodarono ad un tavolo collocato su un angolo di un gran pontile che dava sul bacino di San Marco. L’atmosfera era garantita dalle luci soffuse, dalla brezza leggera proveniente dalla laguna e dal profumo dell’aria che segnalava l’imminente arrivo dell’alta marea.

Lasciarono alla fantasia e alla competenza di Aurora, la cameriera, il compito di saziare la loro fame di cibo. Iniziarono da un antipasto di crostacei e si deliziarono alla vista degli assaggi di tris di primi: spaghetti alle vongole, tagliolini al nero di seppia ed un risotto di scampi impreziosito da una spruzzata di zafferano secondo un’antica ricetta che il cuoco aveva scovato nel suo peregrinare in giro per il mondo. Gli scampi furono richiamati anche dal secondo: grigliati insieme a delle seppie e coperti da una mistura di spezie ed odori, di timo e valeriana. Per finire una mousse al cioccolato e arance caramellate. Il tutto accompagnato da un vino bianco, frizzante. Un prosecco DOC curato con amore infinito da una delle tante cantine che corrono lungo la strada dei colli, verso Valdobbiadene, là dove in autunno l’oro dei grappoli maturi si mescola al marrone delle castagne e alle prime foglie gialle che cadono a terra, sospinte dal vento di Ponente.

Un arcobaleno di odori e colori con cui la Natura sembra quasi salutare il sole caldo dell’estate dandogli appuntamento ad un altro anno.

Durante la cena, Chiara volle sapere tutto di Alessandra. Mentre parlava le aveva preso la mano nella sua e la accarezzava. Ogni tanto se la portava vicino alla bocca e le baciava le dita. Mi sto eccitando sul serio pensò.

Dopo aver consumato i primi piatti ed in attesa dei secondi, Sandy chiese a Chiara dove fosse il bagno.

«Vieni, ti ci accompagno.»

«Ma no, non serve.»

«Dai, non ti vergognerai mica vero?»

L’assalto folle dei turisti pendolari, da qualche tempo ha spinto i locali pubblici a chiudere le toilettes per riservarle solo ai clienti. Chiara chiese la chiave ad Aurora. La cameriera dopo pochi secondi gliela consegnò. A Sandy non sfuggì la strizzatina d’occhio che Aurora le rivolse. Entrarono nella toilette. Sandy si accorse che Chiara l’aveva seguita. Rimase interdetta.

«Forza, che aspetti? Non ti scappa?»

Arrossendo, Sandy si tirò su la gonna. Prese con le mani il perizoma e se lo tirò sulle cosce. Si sedette. Aveva visto che gli occhi di Chiara si erano subito incollati alla peluria nera che la gonna alzata lasciava intravedere. Ne fu contenta. Quando finì stava per prendere un pezzo di carta igienica per pulirsi.

«No» le ordinò Chiara «usa il perizoma.»

«Scusa?»

Chiara si inginocchiò. Sfilò i sabot dai piedi di Sandy e le tolse il perizoma.

Lo prese in mano. Lo annusò e glielo porse guardandola dritta negli occhi:

«Pulisciti con questo.»

Sandy ubbidì. Prese il perizoma, se lo passò fra le cosce, attenta a pulirsi bene.

«E adesso?»

«Dammelo.»

Glielo porse. Chiara si alzò la corta gonna. Sandy vide che sotto non aveva nulla. La sottile striscia di peli rossicci spiccava tra le eleganti cosce senza nessuna protezione. Prese il perizoma, lo annusò ancora e lo indossò.

«È eccitante non trovi? Per fortuna abbiamo una corporatura simile, l’ultima volta che ho fatto questo c’era una ragazza più corpulenta. Camminando il perizoma mi è sceso sulle caviglie, ho fatto una figura di merda.»

Tornando al tavolo risero insieme.

Terminata la cena, uscirono dal ristorante e Chiara propose di fare una passeggiata prima di arrivare a casa sua. Le cinse i fianchi con un braccio, incurante dei turisti che le passavano accanto. Poi la sua mano s’introdusse all’interno della gonna e si posò dolcemente su una natica oramai nuda.

Iniziò a parlarle:

«Ecco alle tue spalle l’Arsenale: qui squadre di artigiani e carpentieri riuscivano a costruire una galea in meno di venti giorni; di fronte a te la Punta della Dogana: qui transitavano le navi che provenivano dall’estremo oriente cariche di ori, di velluti, di spezie e di broccati.»

Sandy la ascoltava con grandissima attenzione. La mano di Chiara si era intanto infilata tra le due natiche e la stava accarezzando.

«Accanto la basilica della Salute e poco prima l’isola di San Giorgio che ora è sede di una importante fondazione culturale; adesso girati a destra, lo vedi? È il ponte dei Sospiri. Una volta condannati dal tribunale che stava nel Palazzo Ducale, i carcerati lo attraversavano per scendere ai Piombi, il carcere di Venezia da dove Casanova fu fatto evadere; ecco il palazzo Ducale, la finestra dalla quale il Doge, appena eletto, salutava il popolo.»

«Ecco siamo arrivate, io abito qui» le disse aprendo un pesante portone in legno.

Di fronte a loro una ripida scala di marmo.

«Fai attenzione, si scivola. Anzi, è meglio che ti togli le scarpe.»

Sandy prese in mano i sabot. Entrarono nell’appartamento posto all’ultimo piano. Il pavimento alla veneziana era un’unica sfumatura di rosso e bianco. Sparsi in giro sofà e poltrone antiche. Alle pareti quadri, tantissimi quadri ciascuno illuminato da un’applique in vetro di Murano.

«Ti piace?»

«È bellissimo» esclamò Sandy.

«Seguimi.»

Entrarono nella stanza da letto. Chiara si mise alle sue spalle. Le circondò i fianchi con le braccia ed iniziò a baciarla sul collo. La punta della lingua salì fino all’attaccatura delle orecchie e poi le labbra iniziarono a succhiarne i lobi. Le mani erano sulla camicetta. Aprì gli ultimi tre bottoni e con forza gliela tolse. Si staccò da lei giusto il tempo per slacciarle il reggiseno. Poi tornò a baciarla. La mano destra indugiava sui capezzoli, glieli stimolava, glieli pizzicava. La sinistra si era posata sulla cerniera della gonna che venne subito abbassata. A quel punto Sandy decise di aiutarla. Cercò i due gancetti e, aprendoli, la lasciò cadere per terra. Ora era nuda davanti alla sua amante che iniziò a baciarle i seni mentre una mano frugava dentro le grandi labbrae, piano piano, risaliva fino a titillare dolcemente il clitoride ormai gonfio.

«Siediti.»

Sandy si accomodò sul bordo del letto. Chiara si inginocchiò davanti a lei.

Le prese un piede fra le mani e se lo portò delicatamente alla bocca. Iniziò a succhiarlo. Con colpi sapienti, la lingua ne percorse la parte superiore, soffermandosi qualche istante sulle caviglie per poi scendere ad aprire gli interstizi tra le dita. Sandy fu colta da fremiti quando avvertì la punta della lingua leccarle ogni anfratto. Chiara si infilò il piede ancora umido di saliva tra le cosce mentre si dedicava all’altro. Sandy intuì cosa doveva fare: iniziò ad esercitare leggere pressioni sulla fica di Chiara ancora avvolta dal perizoma. Le due non parlavano. Chiara allargò ancora più le gambe di Sandy. La fece stendere sul letto e poi con la lingua iniziò a salirle lungo le gambe. Arrivò all’interno delle cosce. Le mani erano saldamente sui suoi capezzoli ed iniziarono a stimolarli mentre la lingua sempre più appassionata iniziò a sfiorarle l’inguine. Una sensazione bellissima la pervase: il leggero solletico che avvertiva non faceva che acuire la sensazione di piacere e benessere che quella lingua ormai arrivata alle sue grandi labbra le stava procurando. Chiara iniziò a succhiarle la fica in maniera molto lenta. Di tanto in tanto lasciava le grandi labbra per concentrarsi sul clitoride che stimolava con la punta della lingua o succhiandolo. Sandy ormai vicina all’orgasmo appoggiò le mani sulla testa di Chiara ed iniziò a spingere. La bocca della sua amante penetrò ancora di più all’interno. Chiara aveva accelerato il ritmo. Sembrava una furia. La lingua saettava lungo tutta la fica, instancabile. Il clitoride continuava ad essere titillato, succhiato. Talvolta riceveva piccoli morsi delicati. Sandy tornò a sdraiarsi. Avvertendo le mani dell’amica che stavano scendendo lungo la schiena, appoggiò i gomiti sul letto ed inarcò la schiena. Chiara allora si fermò giusto il tempo per inumidirsi due dita della mano sinistra. Poi ricominciò a leccarla mentre le dita stavano stimolando il suo culo. Sandy si rilassò completamente. Allentò lo sfintere per permettere alle dita di entrare. Ogni volta che Chiara avvertiva, dalle contrazioni del culo, che Sandy provava un po’ di dolore accelerava il ritmo della lingua. Quando le dita erano ormai all’interno, iniziò a stimolarlo mentre la bocca si dedicava esclusivamente al clitoride.

Sandy appoggiò le gambe sulle spalle di Chiara. Mano a mano che il piacere cresceva in lei, le cosce premevano sulla nuca di Chiara quasi volessero che la sua bocca penetrasse ancora più in fondo. L’orgasmo la colse improvviso, violento. Sandy chiuse gli occhi. Nessun suono uscì dalla sua bocca. Il corpo era scosso da brividi e le cosce continuarono a premere sul collo di Chiara tanto da costringerla ad espirare dal naso. Poi definitivamente vinta, si abbandonò sul letto. Chiara si alzò. La bocca era bagnata degli umori di Sandy. Salì sopra di lei. Iniziò a baciarla, ad accarezzarle i capelli.

Con un movimento della schiena, Sandy la rovesciò e si mise sopra l’amica. La lingua iniziò a leccarne il viso. Scese fino al mento. Si incuneò fra le pieghe del collo. Si fermò sui lobi delle orecchie. Poi scese, raggiunse l’incavo dell’ascella. Iniziò a leccare avvertendo la prima peluria che stava rinascendo. Scese ancora. Si soffermò sui capezzoli. Poi le mani presero il posto della lingua. Si saldarono fermamente su quelle tette che nemmeno la posizione sdraiata del corpo riusciva ad afflosciare. Erano dure e sode e i capezzoli, oramai inturgiditi, si muovevano in sincronia col suo respiro. La lingua scese all’ombelico. Saltò volutamente quei peli rossicci già bagnati dall’eccitazione per concentrarsi sull’interno delle cosce. Poi sempre più giù. Sandy decise di ricambiare i baci e le carezze che Chiara aveva riservato ai suoi piedi. Li prese in mano. Li odorò. Li accarezzò. Poi iniziò a suggerli piano piano, con grande dolcezza. Risalì. Con la coda dell’occhio intuì più che vedere che Chiara stava accarezzandosi. Poggiò la mano su quella della sua tenera amante, la aiutò in quei movimenti. Lasciò che continuasse in quella masturbazione. Poi la prese in bocca e succhiò le dita bagnate degli umori caldi che Chiara ormai non riusciva a trattenere. Prese il clitoride tra le sue labbra. Mentre lo succhiava, con la punta della lingua dava piccoli colpi su quella protuberanza ormai gonfia dell’attesa dell’imminente piacere.

Anche l’orgasmo di Chiara giunse inaspettato e violento. Sandy, mentre l’amica godeva, continuava nella sua stimolazione fino a quando avvertì la rilassatezza del corpo di Chiara e ne bevve le stille che colavano da quella fessura oramai dilatata.

«Vieni qui.»

Sandy obbedì. Si sdraiò accanto all’amica. Si abbracciarono.

«Voglio berti» le disse Chiara «voglio bere ciò che esce da te, voglio ingoiare ciò che il tuo corpo può e vuole regalarmi; ti prego fammi bere.»

Sandy non capiva. Si limitò ad annuire.

«Vieni » le disse Chiara.

Si alzarono. Entrarono nel bagno. Chiara stese alcuni asciugamani per terra. Si sdraiò.

«Vieni sopra di me; appoggia la tua fica sulla mia bocca ti prego.»

Sandy obbedì. La bocca di Chiara riprese a leccarla mentre le mani afferravano saldamente le sue natiche.

«Spingi!» urlò.

Meccanicamente, quasi senza rendersi conto di quel che sarebbe potuto accadere, Sandy iniziò a spingere. In breve la vescica iniziò a svuotarsi.

Vide gocce d’urina scendere dagli angoli della bocca di Chiara.

Cazzo ho combinato? Pensò. Si alzò tutta imbarazzata.

«Oddio, scusami… scusami tanto.»

«Perché?»

«Guarda che ho combinato.»

« Scema, era quello che volevo… vieni qui, voglio pulirtela con la mia bocca.»

Furono i raggi del sole che una fessura della tapparella lasciava entrare a destare Sandy. Quando si svegliò, si accorse che Chiara la stava fissando, accarezzandole dolcemente il viso con un dito.

«Ciao, già sveglia? Non ho chiuso gli occhi stanotte, ho voluto rimanere a guardarti, sei così bella amore mio...»

«Ho ancora voglia di te» disse Sandy avvicinando la bocca a quella di Chiara.

Si baciarono e fecero di nuovo l’amore.

Rimasero abbracciate ancora per qualche minuto. In silenzio. Ciascuna persa fra i propri ricordi e le sue emozioni. Poi Sandy si alzò. Andò in bagno. Si lavò velocemente e raccolse i suoi vestiti sparsi per tutta la casa.

Il cuore batteva all’impazzata. Il cervello era pieno di dubbi, di domande inespresse. Chiara la lasciò sola. Capiva i turbamenti di quella giovane amica.

Una volta vestita, Sandy rientrò in camera.

«Non ho mai goduto così tanto, è stato tutto molto bello ma adesso è meglio che vada. Devo fare chiarezza dentro di me.»

Chiara annuì. In meno di un’ora erano già sulla via del ritorno a casa.

Entrambe ancora in silenzio. Chiara la lasciò davanti a quel negozio. Sandy le diede un ultimo bacio.

«Posso chiamarti qualche volta?»

Chiara sorrise di quella improvvisa tenerezza.

«Ogni volta che vuoi» le disse.

Dopo tre ore da quell’addio, Chiara sentì annunciare il suo nome dagli altoparlanti dell’aeroporto Marco Polo di Venezia: “la signora Chiara G è attesa urgentemente all’imbarco del volo per New York”.

Una lacrima le scese sul volto. Fece in tempo a leggere l’ultimo SMS arrivato sul suo cellulare: “Hai fatto la scelta giusta. Buon viaggio e chissà che ogni tanto tu non possa ritornare in Italia. Addio. Baci, Davide”.

 

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