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Diario n°:

167

LA RAGAZZA CON IL CAPPELLO ROSSO
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LA RAGAZZA CON IL CAPPELLO ROSSO

Amava passeggiare per le stradine di Delft, quelle che dal porto, corrotto all’immaginazione, al colore e allo spazio, ti conducevano all’interno di luoghi più austeri, delineati, geometrici, nei quali le tinte dominanti erano il rosso mattone delle case, il verde delle finestre e la cruda quotidianità della gente comune.

 

 

Era arrivato presto l’autunno. La strada era piena di foglie che suonavano sotto i piedi dei passanti, un suono di pane secco, di cotone ruvido, di vita misera. Vivevo lì da sempre e, prima di me, mia madre. I miei occhi non si erano mai spinti oltre la fine della strada e l’unico volo che mi concedeva quel tunnel di case tutte uguali era il cielo azzurro che si ritagliava scampoli di spazio tra un comignolo e l’altro.

Stavo spesso in cortile a guardare mia madre, la sua cuffia bianca a coprire una chioma imbiancata troppo in fretta e il grembiule dalle grandi tasche che mi lasciava immaginare chissà quali segreti contenesse.

Faceva la lavandaia per riuscire a tirare avanti la famiglia: me e altri due fratelli più piccoli, mio padre aveva deciso da qualche tempo che il suo mondo era altrove, sicuramente lontano da noi.

«Jacob non devi aiutarmi a lavare i panni, è lavoro per una donna; vai a giocare con gli altri ragazzi in strada. Lo sai che poi ti prendono in giro: sei l’uomo di casa e tra un po’ dovrai occuparti dei tuoi fratelli e darmi una mano a pagare i conti.»

Mi sgridava sempre: non amava la mia delicata costituzione fisica, la mia malinconica infanzia, gli occhi dalle ciglia lunghe e quella bocca sempre tumida, quasi gonfia.

Quando ero più piccolo, succedeva spesso: la mattina presto mi portava al mercato del pesce, distante qualche isolato dalla mia strada, a scegliere quello che ci potevamo permettere:

«Che bella bambina, come si chiama?»

«Jacob.» Rispondeva seccata, mi strattonava via bruscamente e non parlava più fino a casa; camminava in fretta, a stento riuscivo a starle dietro, frignavo cercando di impietosirla e di convincerla a rallentare ma riuscivo solo a crescere la sua ostilità nei miei confronti.

 

 

Osservava attento la vita che si svolgeva senza scosse, senza onde, cercava di tenerla imprigionata negli occhi per poi riprodurla nel suo studio, in camera oscura, ossessionato dai particolari che lo aiutavano a esprimere prospettive e sensibilità nuove.

La stradina che aveva scelto, tra le tante percorse in quel periodo, lo aveva catturato con la sua fuga di case verso il cielo, con il cortile dove spesso trovava una donna intenta a lavare mucchi di panni in una gelida vasca di pietra; accanto, un bambino ossuto che si teneva in disparte dalle urla e dai giochi dei coetanei che passavano ore a rincorrere una palla di stracci tra i selci della strada.

Sulla porta di un edificio una donna in piena luce ricamava curva sul lino bianco; gli venne in mente il corredo che sua moglie aveva portato in dote con orgoglio e immaginava altrettanto per la giovane alla quale il lavoro era destinato.

 

 

Non giocavo mai.

Le gambe crescevano dentro la mia stanza e con loro la mia diversità.

Passavo giornate intere affacciato alla piccola finestra dalla quale vedevo il porto, il movimento delle navi, delle merci, chiudevo gli occhi e mi arrivavano distinte le grida di marinai euforici, il gergo pesante degli scaricatori e le lusinghe delle prostitute, sirene su uno scoglio.

Mi pesava il mio mondo fatto di nulla:

«Jacob, con i pochi risparmi messi da parte, ti ho iscritto alla scuola navale; diventerai il miglior marinaio di Delft, t’insegneranno a leggere le carte e a usare gli strumenti.»

Mia madre era orgogliosa del figlio che non ero: serio, mai dedito allo scherzo, sempre chiuso in stanza sui libri.

Se solo riuscissi a parlarle, a spiegarle le giornate passate a guardare il mio riflesso allo specchio, a osservare il mio corpo cambiare sotto la spinta prepotente della pubertà che feriva il mio corpo, lo rendeva estraneo.

Avevo quattordici anni e un solo amico: Emanuel.

Raccontavo a lui le mie angosce, le mie perplessità e lui in silenzio ascoltava a lungo, ma non riusciva a nascondere il suo affettuoso timore:

«Ho paura per te, se qualcuno scoprisse la tua vera natura, il tuo essere, saresti veramente nei guai Jacob. Lo sai che la legge non permette l’amore tra uomini e figuriamoci se poi tu decidessi di… Finiresti sul rogo ed io ne morirei. Lascia stare amico mio, trova una donna, metti su famiglia e dimenticati questa parte di te. Non potrei sopportare di perderti...»

Era sincero e i suoi occhi umidi mi muovevano a commozione e per un attimo mi facevano tornare Jacob, ma bastava voltare lo sguardo verso lo specchio per ritrovare di nuovo le labbra color ciliegia.

«Aspetta, voglio farti vedere una cosa, è una sorpresa anche per me e mi piace condividerla con te. Avevo lavorato l’estate scorsa portando l’acqua nelle case dei signori e avevo speso i risparmi per un attimo di piacere, per diventare farfalla per un giorno… solo un giorno.»

«Chiudi gli occhi.»

Indossai una camicia bianca, un paio di calzamaglie rosse, un mantello blu, profondo come il mare che vedevo dalla mia finestra e per finire uno splendido cappello di piume rosse che incorniciavano il viso rendendolo misterioso.

«Dai Emanuel apri gli occhi ora, dimmi cosa ne pensi!»

«Sei… sei bellissima…»

Lo abbracciai forte, il calore di quel corpo mi fece arrossire. Arretrai di un passo, avevo paura di aver rovinato tutto, di avere perso un amico ma Emanuel era lì, come sempre, la sua faccia piena di pustole, i capelli spettinati e un sorriso stupito che non voleva andare via.

 

 

Nonostante avesse finito il quadro, tornava qualche volta nella stradina.

Ne era rimasto prigioniero e nel corso delle sue passeggiate, quando stanco degli interni che dipingeva, della monotonia dei suoi ritratti, negli unici momenti nei quali lasciava dilatare lo spazio davanti a sé, ritornava a percorrere quel selciato conscio dell’impalpabile voglia di fuggire che rimaneva appiccicata in ogni particolare dei suoi quadri così imperfettamente perfetti.

Aveva visto crescere i bambini in strada, diventare buone braccia da lavoro, c’era sempre la lavandaia ma il bambino gracile non lo aveva mai più incontrato. Pensava che forse fosse a imparare un mestiere per aiutare la famiglia o imbarcato su qualche nave alla volta delle Indie.

 

Non voglio cambiare.

Ogni mattina controllavo e tiravo un sospiro di sollievo quando non trovavo nessun pelo sul viso e sul petto.

Sono soddisfatto del mio naso poco pronunciato, dei capelli morbidi e scuri, degli occhi spruzzati di malinconia e delle labbra così carnose, cosi avide di “fuori” che mi si formava una fossetta sulla guancia che aggiungeva quella giusta nota di sensualità che mi rendeva giustizia, che ridava al mio corpo la sua vera identità.

Al riparo del mio mondo indossavo il vestito buono di mia madre, quello delle grandi occasioni, una gonna nera di ruvido cotone, una camicia bianca impreziosita sul davanti da un merletto, il mantello blu con il cappello rosso.

Mi guardavo per ore studiando i movimenti, i gesti delle mani, la voce: ogni volta era più semplice, più giusto.

Nel riflesso allo specchio non vedevo più il volto affilato e scarno di Jacob ma quello morbido di una giovane donna dall’incarnato pallido, dallo sguardo timido e dalle labbra rosse come ciliegie: Adrielle.

Jacob non c’era più.

 

 

Aveva deciso di uscire a fare un giro, era una bella giornata, l’estate aveva portato un po’ di aria calda e di sole e finalmente le strade non erano più rivoli di fango.

Voleva rilassarsi, l’ultimo lavoro lo stava impegnando molto, era la prima volta che dipingeva un uomo intento nel suo lavoro.

Ogni personaggio era in stretto rapporto con gli oggetti e lo spazio circostanti.

Non riempiva mai la sua tela di oggetti, avevano una funzione ben precisa nell’insieme della composizione pittorica; aveva studiato per anni l’intersecare delle linee geometriche con la resa della luce che gli permetteva di dare un’armonia all’insieme e di far venire fuori il suo bisogno di spazio, di aria, di vento.

La capacità di usare la luce sembrava dare vita agli oggetti che dipingeva, li rendeva vivi, quasi palpabili.

Era arrivato all’inizio della strada, dove la fila delle case rincorreva l’orizzonte e il suo sguardo fu colpito da una ragazza avvolta in un mantello di velluto blu; delicata, leggera nell’incedere, un’adolescente consapevole della sua natura di donna che guardava il mondo distaccato, ignorandolo.

Sul capo un cappello rosso cremisi, fatto di piume che ondeggiavano come i suoi fianchi appena nascosti dal mantello.

Fu tentato di fermarla ma la ragazza entrò nell’edificio in fondo alla strada.

Chissà da dove veniva, forse sbarcata da una nave straniera, forse una merlettaia o solo una semplice cameriera.

 

 

L’inverno di quell’anno fu il peggiore a memoria di uomo: una stagione aspra e pietrificante che predò la città come una raffica di vento biblica e assassina.

Era morta.

Se ne era andata senza far rumore, in silenzio così come era stata tutta la sua vita: un leggero e continuo cader di gocce senza vento.

Non provavo dolore, un piccolo vuoto in un angolo profondo del cuore, un vago senso di euforia, spesso l’affetto non tiene conto di cosa è giusto o ingiusto, a volte ami chi ti fa male e lo ami con tutto il cuore.

Ora ero libero, non dovevo più nascondermi.

Mi preparai a uscire, dovevo festeggiare la mia nascita, la mia nuova pelle.

Il porto. Lo avevo immaginato per anni dalla finestra della mia stanza.

Rimasi senza parole, la mia immaginazione non era stata capace nemmeno lontanamente di descrivere quello che avevo davanti: marinai e mercanti chiassosi, leggiadre signore con l’orlo del vestito sollevato per non sporcarsi di fango, davanti a me negri, cinesi, odore di sudore e fetore di urina.

Enormi navi che arrivavano da ogni angolo della terra messe in riga una vicina all’altra come sardine in un barile, botteghe, illuminate come a Natale, e un andirivieni di uomini e bestie.

Sorridevo mentre cercavo una taverna dove brindare alla farfalla dalle ali appena schiuse. Solo un giorno.

Prendo fiato sulla soglia del locale, lo varco: mi trovo nella luce tremolante ad aspirare l’aria viziata dell’ambiente. Una piccola sala subito all’ingresso con un camino e panche dalla superficie liscia per lo sfregare dei numerosi fondoschiena e quattro tavoli su ciascuno dei quali una candela emanava una luce fuligginosa.

L’oste è in piedi dietro il banco, così come aspettavo di trovarlo, braccia lungo i fianchi enormi e sguardo torvo.

Mi guardavo intorno cercando negli occhi delle persone sedute ai tavoli uno sguardo di ammirazione, di adorazione. Avevo bisogno di essere riconosciuta nella mia nuova identità. Ne sentivo il peso sulla testa, vibrava come il vento ma non era vento, grande come il cielo ma non era cielo.

Qualcosa di unico che era oltre il bene e il male.

Mi coglieva di sorpresa, all’improvviso, mentre ero per la stradina oppure davanti alla finestra a guardare l’orizzonte, allora allontanavo la tristezza e mi trovavo immersa nell’infinito senza odore e colore.

Acqua stagnante dove allargare mani e braccia per non affondare galleggiando in balia della melma.

 

 

Non capitava spesso che le sue passeggiate lo conducessero al porto.

Non amava tutta quella promiscuità, l’assenza di dignità lo colpiva allo stomaco.

Quel pomeriggio d’inverno il freddo lo aveva costretto a trovare riparo nella locanda vicino al molo.

Aveva bisogno di qualcosa di caldo per placare la sensazione di gelo che lo attanagliava. La taverna era piena di odori e suoni di voci mescolate tra loro.

Ognuno sembrava avere un suo universo da placare, senza speranza, un buio profondo e brevi spiragli di luce.

Cercava un posto, dove sedersi, lontano da quell’umanità torva, il suo sguardo si posò su una figura femminile seduta poco distante da lui.

Riconobbe l’adolescente che aveva intravisto camminare nella stradina; decise di avvicinarsi a quel corpo esile, quello sguardo malinconico e quella bocca succosa.

«Salve.»

Jacob volse lo sguardo e sorrise: «Adrielle.»

«Sono felice di avere l’occasione per conoscerla, sono rimasto colpito dal suo volto e vorrei poterle fare un ritratto.»

Era riuscito a parlarle.

Si sentiva vivo, aveva di nuovo voglia di dipingere, non più donne prese dal loro lavoro, racchiuse nel loro mondo tranquillo e sicuro.

Aveva ritratto merlettaie, cameriere, donne in amore ma Adrielle era diversa.

La sua maliziosa innocenza, la sua caparbia sensualità sfidavano le sue linee di fuga rigide, lo studio rigoroso dello spazio.

 

 

«Posso accompagnarla? Questo non è un luogo sicuro per una ragazza.»

Un brivido percorse la mia schiena, mi girai di scatto: uno sconosciuto si era formato a pochi passi da me e aveva un sorriso di scherno sul viso.

Aveva capito subito che non ero una donna e, nonostante l’istinto che mi spingeva ad andarmene, decisi di restare.

«Freddo, fa un freddo tremendo questi giorni.»

Era vestito di abiti signorili, il cappello non riusciva a nascondere completamente la mancanza di capelli, i suoi tratti mi facevano pensare a delle origini arabe, l’espressione del viso era così contratta da somigliare a una statua.

Avvertii subito l’odore di uomo, forte da procurarmi nausea.

«Sì è proprio freddo»  stringendomi nel mantello.

Si appoggiò al muro che costeggiava l’uscita del porto:

«Vieni spesso qui?»

«No oggi è la prima volta.»

«Questo è un posto difficile, ci si trova di tutto, da ricchi mercanti unti e grassi a dissolute prostitute cadenti come vecchie galere.»

Rimasi in silenzio in preda ad una forte repulsione, non mi piaceva il suo modo di parlare, il suo odore, non mi fidavo dei suoi occhi piccoli e sfuggenti.

Allo stesso tempo, mi eccitava l’idea di essere solo con lui in una zona franca, dove niente era straordinario e le faccende sessuali erano affari privati.

«Che cosa cerchi? Che cosa vuoi da me?»

Una risata cupa. Poche parole decise:

«Ho moglie e figli ma adoro giocare e quando lo faccio, mi lascio andare senza pormi problemi.»

«Potremmo...» provai a suggerire la mia voglia, la mia curiosità cercando una risposta, un gesto, un movimento.

«Dimmi.»

«Potremmo toccarci insieme?» dissi tutto di un fiato.

«Ah» fece lo sconosciuto «vuoi che ti accarezzi? È questo che vuoi?»

«No! No!» mi affrettai a precisare. «Uno da una parte e uno dall’altra. Non l’ho mai fatto prima.»

«Non ti preoccupare, capisco il tuo timore. Va bene.»

Sentii nel tono della sua voce una lieve delusione.

Iniziai a toccarmi, il mio sesso era già duro, il cuore mi batteva così forte da sentirlo in testa, annegavo in una eccitazione nuova e frastornante. Nessuno aveva mai visto il mio corpo nudo.

«Sei bello» era nudo anche lui, dalla vita in giù «hai la pelle così bianca e liscia.»

Ero preso da leggeri fremiti di piacere, continuai a masturbarmi, chiusi gli occhi, un attimo, lasciandomi andare.

Li aprii di nuovo e mi resi conto che l’uomo, distante da me alcuni passi era fermo, intento a guardarmi.

Fui colto dal primo orgasmo all’improvviso, soffocato dal piacere. Il cielo, gli alberi, ero mia madre e me stesso: niente poteva essere paragonato a quel breve momento di abbandono.

 

 

Una frenesia aspra si era appropriata delle mani, dei gesti e degli occhi.

Doveva finire il quadro; il volto di Adrielle inseguiva il suo tempo rendendolo febbricitante.

Tornava, ogni giorno, alla locanda, verso l’imbrunire, per cogliere la luce morente e l’approssimarsi delle ombre, aspettando in cuor suo di rivederla.

Con il passar del tempo era diventato più difficile restare solo con lei e allora l’unico modo era fissare quei tratti così particolari nella mente, appiccicando i colori delle vesti alle dita, intingendo la pelle dell’odore di sesso che sentiva ogni volta, si avvicinava a lei.

Le aveva chiesto di posare per lui, nel suo studio, dove la luce avrebbe riscaldato le labbra carnose e la sua eccitazione. Adrielle non era mai andata, non aveva concesso che quei pochi momenti nella taverna. Uno sguardo languido, un sorriso accennato, niente di più. Lui, obbediente, aveva accettato le sue condizioni pur di viverla.

Non gli importava delle espressioni volgari degli avventori, delle bestemmie dell’oste, dell’afrore delle cameriere. Quando lei si avvicinava, affondava nelle sabbie mobili della sensualità e beveva dallo sguardo fino a perdere la ragione.

Al ritorno dal porto attraversava la stradina, dove l’aveva vista la prima volta, benedicendo i mattoni dei muretti, il selciato duro e l’orizzonte in fuga tra la prospettiva delle case. Il ritratto diventava vivo sotto i tratti del pennello e rimaneva ore a definire un’ombra, una tonalità, una linea.

Sfinito, seduto su una vecchia sedia, guardava la tela e i sensi si accendevano come il rosso delle piume sul cappello.

Lasciava andare la mano.

 

 

Tornavo a casa, ogni volta sempre più in fretta.

Davanti allo specchio non era cambiato nulla: nessuna piega rendeva amara la bocca e nessun velo opaco lo sguardo.

Trovavo spesso Emmanuel ad aspettarmi, in ansia per la mia sorte.

Sdraiato sul letto, osservava il mio corpo mentre ripiegavo le ali e tornavo a essere il suo Jacob.

«Come sei cambiato! Se non ti conoscessi, direi che sei una donna, una splendida donna.»

«Caro Emmanuel i tuoi occhi sono sempre benevoli nei miei confronti; le tue parole mi rendono forte e decisa nella mia scelta.»

Mi avvicinavo a lui e una carezza si posava sul suo volto, restavamo abbracciati a lungo e tutto si schiudeva in un bacio caldo, pieno e senza speranza.

Quel tenero amico aveva riconosciuto la mia anima, ascoltava i miei passi ed ero felice, consapevole che Adrielle fosse vera. Il bisogno di sentirmi viva, di dimenticare Jacob era pulsante e, ogni giorno, ripetevo come in un rituale, la vestizione.

Il bozzolo si sgretolava sotto la spinta decisa di Adrielle, stendevo le ali umide al sole e poi fuori, un punto azzurro e rosso tra la gente.

Il porto era diventato un palcoscenico, un luogo ove nascondere timori e timidezze. L’equilibrio incerto tra il cielo azzurro e la nuda terra.

Lungo le banchine del molo, inseguita dagli sguardi lascivi dei marinai, percorrevo la strada del sesso e ogni bacio, ogni corpo mi rendeva più fragile.

 

 

Il ritratto era finito.

Adrielle era davanti a lui, bellissima con le labbra umide protese all’altro.

Guardava ogni spicchio di spazio, cercando un’imperfezione per accarezzare, ancora una volta, quei tratti.

Era diverso da tutti gli altri quadri, il suo pudore espressivo si era trasformato in rigore e sensualità.

L’azzurro del mantello e le piume rosse del cappello racchiudevano una perla bianchissima, difficile allontanare lo sguardo, restare insensibili agli occhi di Adrielle, a quel tenue mistero che traspariva dal volto.

Poesia e rigore si mescolavano perdendosi nelle pennellate di luce della camicia e nell’ombra che copriva lo sguardo.

Era sicuro che il quadro gli avrebbe regalato quella fama che inseguiva da tempo. La sua pittura si era persa nel mondo borghese di Delft che non lo aveva riconosciuto come maestro, osannato come artista.

A nulla era valsa la sua passione, la vita dedicata alla luce, allo spazio e al colore rendendolo materia palpabile, Non riusciva ormai a mantenere nemmeno la famiglia con la pittura e si era dovuto adattare a fare il commerciante di quadri, vendeva le opere degli altri mentre le sue giacevano nello studio.

Quando la fuga da sé diventava insostenibile, si chiudeva fra le pareti dello studio e guardava Adrielle, a lungo.

Tutto ritornava perfetto, giusto.

 

Passavo tra bocche e braccia nuove, da circa due anni vivevo due vite tenendo nascosto ai più Adrielle. Nella stradina tutto era rimasto uguale.

Il tempo mi aveva reso coraggiosa e alcune volte avevo portato degli uomini, fin nel mio piccolo universo. Adrielle usciva allora con tutta la sua passione e il cielo diventava saturo di grida e umori.

Quando l’universo si richiudeva tra le pareti della mia stanza, aprivo le finestre per respirare aria nuova, per pulirmi della sozzura di quei momenti.

Avevo imparato a bere, poco m’importava se il vino sapeva d’aceto, accostavo la bottiglia alla bocca e bevevo a canna.

I pensieri diventavano leggeri come passi di danza e avrei voluto vivere come un assolo di violino. Breve, giusto, melodioso.

La mia vita invece era forte di dissonanze e stonature, piena di attese inutili che non portavano mai nulla. A volte era faticoso persino alzarmi dal letto. Vivere un attimo è eccitante, vivere la quotidianità, la mia, era tutta un’altra storia. Avevo imparato in questi due anni a mettere da parte il fantastico abituandomi all’ordinario. Avrei voluto essere Adrielle, solo Adrielle.

Era tardi, avevo perso tempo davanti allo specchio a sistemare il cappello rosso ma dovevo affrettarmi. Il porto, i clienti, gli uomini mi aspettavano, Volevano vedere la farfalla volare sopra di loro.

Quella sera c’era un odore strano nell’aria, un miscuglio di carne putrefatta e spezie odorose.

Sentivo l’istinto vibrare forte, come animale che avverte il pericolo ma chiusi più stretto il mantello e mi diressi in fretta verso la taverna.

«Vai di fretta Adrielle?»

Mi trovai di fronte un marinaio che avevo visto diverse volte seduto di fronte alla locanda con il quale avevo scambiato qualche parola.

«Vorrei bere qualcosa per riscaldarmi.»

«Non hai un po’ di tempo per me? Ho voglia della tua bocca, sai mi hanno raccontato cose favolose su quelle labbra. Vorrei vedere se poi è tutto vero.»

Esplose in una risata che scosse il mio ventre.

«Va bene, facciamo presto.»

Mi appoggiai a un muretto sconnesso e lasciai che si avvicinasse. Le mie mani divennero sfrontate, volgari, stringevano solo carne e pelo.

Avvicinai la bocca, per quel calore morbido e profondo uomini avevano perso la testa, avevano pianto e urlato.

Mentre tenevo tra le labbra il sesso, pensavo che in fondo era solo bisogno di carne.

Il marinaio fermò di colpo i miei movimenti, mi piegò a quattro zampe con violenza.

«Non era questo che volevi?»

«Smettila! Fermati adesso!!!»

L’uomo mi teneva fermo il collo con una mano mentre l’altra iniziava a esplorarmi come un animale.

«Cosa c’è Adrielle, non ti piace? Basta lo dico io quando riterrò di aver soddisfatto la tua fama e la mia curiosità.»

Avevo paura di urlare, la tensione asciugava le corde vocali e annichiliva i sensi.

Era piegato in due su di me, sentivo il peso sulla schiena e la sua pelle ruvida.

Ad ogni spinta grugniva rabbioso ed io diventavo sempre più piccola, nascosta.

«Ti piace, eh! Avevi provato mai niente di simile?»

Non so quanto durò quel rapporto, mi sembrò un’eternità. Ero faccia a terra per non urlare, lacrime colme di dolore e rabbia rigavano le guance.

Diede un’ultima spinta, violenta, che sconquassò il corpo, irrigidì i muscoli e si lasciò andare ad un grido liberatorio.

Rimasi a terra, lungo le cosce scendevano gocce di sangue mischiate a sperma e sudore.

Adrielle era nata e morta in un colpo.

Mi resi conto che non sarei mai stata una donna e quello era il massimo dell’amore che avrei potuto pretendere.

Guadagnai a fatica il muretto.

«Sei uno stronzo» dissi a denti stretti.

M prese per i capelli e alzo la testa verso di lui:

«Non ti sei divertita bellezza? Tieni questi così ti passa tutto.»

Gettò quattro monete in terra, vicino al mantello.

Umiliata, così mi sentivo.

Il vento adesso poteva portarmi dove voleva, non avevo niente e nessuno che mi tenesse avvinto a sé.

Non un amico, un amore, un sogno.

Ero sola e non riuscivo ad accettarlo.

Non era il sesso quello che cercavo, ero consapevole che stavo cercando un’anima affine. Volevo amare anche senza essere riamata, riempire il cuore di sentimento per qualcun altro.

Umiliata.

Continuai a camminare sul molo, l’acqua era scura, senza domani come me.

Un passo verso quella seducente tranquillità.

Un altro ancora.

Le onde mi accolsero in un abbraccio, diventarono compagne e amanti.

 

 

La notte continuò a palpitare un secondo dopo l’altro. Fredda e indifferente.

Adrielle e Jacob erano dentro il pozzo.

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