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Diario n°:

242

LA SEDIA
GiuliaSays

LA SEDIA

Il ragazzo non avrà più di diciassette anni. È già un bel fusto, alto e con le spalle larghe. Un sorriso aperto e luminoso, di quelli che si possono avere soltanto alla sua età. Qualche foruncolo color rubino sulla fronte non basta a rendere meno attraente il suo volto abbronzato. Mi viene incontro a passo svelto, un po' troppo deciso, facendosi largo tra la folla della stazione nell'ora di punta. Lo guardo torva, forse persino minacciosa. Lui deve percepirlo, perché il suo piede destro ha un'esitazione, si ingarbuglia col sinistro e lo fa inciampare. Si riprende abile con un gioco di gambe e non cade, ma il suo sorriso sparisce, e così anche la sicurezza affettata. Continua a camminare, stavolta più concentrato e meno spavaldo. Ce l'ho davanti ormai. Si ferma e si china verso il basso, il suo viso all'altezza del mio.

«Buongiorno signora, mi permetta di aiutarla a…»

Non lo lascio nemmeno finire. Il ceffone che gli stampo sulla guancia non ha ancora iniziato a bruciare davvero, ma i suoi occhi si riempiono lo stesso di lacrime.

«Signora sarà tua nonna! Io ho al massimo una decina d'anni più di te, stronzetto. E comunque non ho bisogno del tuo aiuto.»

Me ne vado più in fretta che posso e lo lascio lì, con la bocca spalancata e il segno delle mie cinque dita che cominciano a delinearsi sul suo volto. Adesso sono io che sorrido.

«Non avrai esagerato con quel ragazzo?» mi chiede Bruno, che ha visto tutto da distanza.

«Non sopporto che mi si chiami "signora", lo sai. Eccheccazzo, ho solo ventisette anni! E non sono sposata!»

«Voleva solo aiutarti, è stato gentile…»

«Che andasse ad aiutare qualcuno che ne ha veramente bisogno! Che ne so, qualche vecchietta cieca che deve attraversare la strada. Io me la so cavare benissimo da sola.»

Bruno non ribatte, sa che discutere con me in questi momenti è una partita persa. Mi lascia accomodare sul sedile del passeggero, chiude la mia valigia e tutto il resto nel bagagliaio e, prima di accendere l'auto, mi bacia come solo lui sa fare.

L'appartamento di Bruno è cambiato moltissimo da quando mi conosce. L'arredamento si è fatto minimalista. Niente più fronzoli, niente pile di libri accatastati qua e là sul pavimento. Niente lampade orientali posate a caso in ogni angolo, secondo l'estro del momento. Basta piante finte che costringevano ad una gimcana per arrivare alla camera da letto. Via la poltrona di pelle nera, via il tavolino di vimini. Il divano è stato poggiato alla parete, non è più al centro del salotto. C'è un ordine quasi innaturale per un'anima casinista come la sua. Dice che, da quando ci sono io nella sua vita, sente il bisogno di una maggiore armonia persino negli arredi. So benissimo che non è questo il motivo di tale cambiamento. Ma non mi va di prendere a schiaffi pure lui.

 

Aspetto che mi versi il caffè e che mi porga la tazzina. È una consuetudine, ogni volta che vengo a trovarlo. Soffio piano sul liquido bollente, amaro. Assaporo lenta, concentrata, senza guardarlo. Ma so che si sta muovendo, so che si sta spogliando. Appena poggio la tazzina e alzo la testa, ho il suo cazzo davanti al viso. Bruno, serissimo, fa la domanda di rito:

«Un po' di panna?» e io, regolarmente, mi servo senza remore.

 

È l'unico che negli ultimi anni mi ha saputa sbattere davvero, senza inutili ansie e stupide preoccupazioni. È il solo che riesce a farmi sentire donna, che riesce a farmi vibrare di vita e di piacere. Mi prende con forza e mi riempie, punto. E io godo con tutto il mio essere. Urliamo, ci graffiamo la schiena, rotoliamo sul letto in preda all'estasi. Per tutta la notte, senza un attimo di tregua. Solo le prime luci dell'alba riescono a calmarci. Mi abbraccia stretto e mi accarezza i capelli:

«Quando avremo un figlio, dovrà avere i tuoi occhi»dice piano, «i tuoi occhi ed il mio sorriso. Speriamo che non prenda il tuo temperamento, altrimenti passeremo la vita a sedare risse e a tirarlo fuori di prigione?»

«Quanto sei scemo!» rispondo ridendo.

«Quanto ti amo?» lo sussurra con l'ultimo soffio di fiato rimasto, prima di cedere il passo al sonno e al giusto riposo. Resto a guardare il suo viso abbandonato per un po', pensando che sono davvero una tra le donne più fortunate che conosco. Il primo raggio di sole si fa largo tra gli scuri proprio mentre anch'io mi addormento. Illumina l'unico oggetto che non fa parte dell'arredo, ma che ormai si fonde con esso in perfetta armonia: la mia prigione, le mie ali. La mia sedia a rotelle.

 

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