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Diario n°:

204

LA SEDIA DEL POETA
Itacchiaspillo

LA SEDIA DEL POETA

Saran stati anche i capei d’oro a l’aura sparsi ma sono io che pulisco intorno. Di questo ero sicura.

Alzarsi all’alba, prima che giunga il sole su questi colli, preparare il pane: acqua, farina, un po’ di sale, il desco, le cose da lavare, cucire, badare all’orto.

Finché lui non si alza, viene nel piccolo tinello, vuole mangiare qualcosa prima di andare a passeggio fra le vie di questo borgo, tra i colli di Padova.

Amo quest’uomo che ama. Anche di questo sono sicura. Ama le parole e il vento sulla pelle, il sole che scalda le rocce, i sentieri nascosti tra la boscaglia, il suono del ruscello che attraversa il paese. Ma non ama me, ed è una certezza anche questo fatto. Come è certo il mio respiro corto quando faccio uno sforzo. Ma dicono che non sia una cosa grave, e poi a chi può importare di me?

Dopo la passeggiata il mio padrone torna ispirato dalla natura che esplode in questo posto.

E scrive pensando all’angelo incontrato tempo fa, dai begli occhi, la candida pelle come neve, le dita sottili; e quella nobile donna, che gli è entrata nel cuore, nei pensieri, riversata poi nei versi vergati sulla pergamena è spirito tra queste mura, la sento spiarci, presenza costante del nostro quotidiano. La sento sussurrare tra gli stipiti delle porte, nel corridoio buio che porta al suo studio, tra le fessure delle pietre. Il poeta dice che sono solo spifferi d’aria, ma io li sento caldi come alito, e sembrano parole dette piano, come in chiesa, per non farsi sentire. Un po’ ho paura di questo e un po’ mi fa compagnia nella mia solitudine d’amore.

 

Ecco, è appena uscito.

«Caterina, vado alla fontana e poi a trovare il mio amico. Mangerò là, non mi aspettare» mi ha detto prima di partire.

E non lo aspetterò. Non più. Ho sognato tante volte di essere io la sua Laura, ma non ho la stessa grazia, la stessa fortuna. Ho i capelli scuri, gli occhi neri, la pelle cotta dal sole, non sono tanto alta e pure un po’ grassottella: invisibile agli occhi di un poeta. In più mia madre è una lavandaia e mio padre un contadino. Ho avuto la sfortuna di perderli entrambi e nel mio terribile destino di incontrare un uomo che mi ha preso sotto la sua protezione e mi ha fatto studiare. Ho imparato a leggere e scrivere. E a lavare e rammendare, perché non posso dimenticare le mie origini. E ho il dono di saper cucinare, per questo sono qui. Io non sono aria e sogno, mi sento più carne e desiderio, e umido tra le gambe quando sto vicino a lui. Ma non c’è posto per me tra i  suoi versi in rima.

 

Approfittando della solitudine entro nello studio e mi siedo alla sua scrivania, dove tante volte si mette a scrivere quelle cose che poi legge ad alta voce mentre io ascolto da dietro la porta, una mano sul cuore, l’altra a cercare l’orlo della gonna, tanto m’infiammano le sue parole. 

Il contatto con i suoi oggetti mi provoca un turbamento, sono stati toccati dalle sue mani, li ha posseduti, li ha usati. Prendo le piume d’oca e piano me le passo sotto al mento, annuso i fogli, appoggio la guancia al legno scuro della scrivania, faccio aderire il mio corpo a questa sedia che usa tutti i giorni.

Vorrei che passasse questa energia che sento, entrasse in queste assi intagliate che hanno sostenuto il suo corpo e arrivasse fino a lui poi, quando vi si poserà a sua volta.

Chiudo gli occhi. Sento caldo tra le gambe e le mie dita si insinuano sotto la gonna mentre ho la sensazione che qualcuno mi stia impastando lo stomaco. Il respiro forse un po’ più veloce, la gola arsa, i pensieri confusi.

Improvvisamente sento una mano sulla spalla.

«Caterina, che fai qui?»

«Messer Francesco, non pensavo… non credevo… dovevate mangiare fuori…» dico turbata, la voce un sussurro, gli occhi che roteano in cerca di fuga.

«Sono tornato indietro, avevo dimenticato un documento da portare a Galdino.»

Faccio per alzarmi, imbarazzata, la pelle di fuoco sulle guance.

Ma la mano sulla spalla mi trattiene. «Resta qui Caterina.»

E si mette di lato, il suo corpo vicino al mio viso.

Si alza la tunica e trovo il suo sesso già pronto.

Ho capito cosa vuole da me, quello che un angelo come Donna Laura mai gli avrebbe dato. Mi abbasso un po’ per fare quello che in fondo desideravo da tempo. La lingua prende a leccare, le mie narici a inspirare il suo odore, il suo seme caldo che mi invade.

 

Poi lui si stacca, rosso in viso, il respiro affannoso.

«Non volevo, mi dispiace.»

«A me no» riesco a dire in un sussurro, le guance ancora in fiamme.

«Torno dal mio amico,» dice perentorio «vorrei non accadesse più.»

«Come comandate…»

Mi lascia qui, seduta sulla sedia, la bocca appagata ma il vuoto tra le cosce.

Non mi rimane che provare ad alzare la gonna e cercare di darmi sollievo con le dita.

Ma è tutto inutile.

Vinta dalla vergogna e dalla consapevolezza che mai potrò essere presa in considerazione per essere qualcosa di più che un fugace sfogo mi appoggio alla scrivania e piango.

Mentre mi scendono lacrime sul viso ecco che un leggero venticello mi invade. Ancora lei penso: lo spirito di Laura, ne sono sicura oramai.

Chiudo gli occhi gonfi e mi lascio accarezzare, finché sparisce il dolore, i cattivi pensieri, le delusioni cocenti e pure il domani.

Finché non sento più nulla e sono anche io vento leggero che vaga.

Mi troverà Francesco stasera, il corpo già freddo, le lacrime asciutte, l’anima andata.

E mi troverà bella seduta sulla sua poltrona.

E chissà forse avrà un verso anche per me.

 

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