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Diario n°:

282

LA VENDETTA DI UNA MOGLIE PER BENE
FURIO A.

LA VENDETTA DI UNA MOGLIE PER BENE

Era quasi l’ora di chiusura. Una nebbiolina leggera rendeva ancora più uggiose le ombre scure della sera decembrina, umida e fredda come solo nelle regioni del Nord Est poteva essere.

Sui marciapiedi i passanti si muovevano frettolosi, imbacuccati nei pesanti giacconi, ma alcuni trovavano il tempo di soffermarsi davanti alle vetrine del negozio, per osservare interessati i vestiti esposti.

Yvonne sperò che ne entrasse almeno uno. Non perché sentisse la necessità di vendere, anzi, nella giornata aveva lavorato molto, ma aveva bisogno di distrarsi per combattere la malinconia.

Sorrise fra sé, senza allegria. Fino a una settimana prima quelle serate invernali le piacevano. Richiamavano il tepore della casa, la serata in famiglia con Giuliano, suo marito, e le tre figlie, insopportabili e adorabili come tutte le adolescenti.

A volte in compagnia di amici, altre volte loro stessi a casa di amici.

A volte al ristorante solo lei e Giuliano, per stare insieme e chiacchierare come una coppia solida e affezionata.

Il sorriso le scomparve.

Una coppia solida e affezionata. Lo aveva sempre creduto fermamente. Una convinzione sulla quale si era costantemente appoggiata, nei momenti belli e meno belli, e che l’aveva aiutata ad affrontare con serenità la vita.

Un fruscio al suo fianco la riportò al presente.

Paola, la commessa, stava ripiegando i maglioni mostrati all’ultimo cliente. Ci metteva una cura premurosa, ma il suo sguardo era perso in altri pensieri.

«Questa sera devi vedere il tuo moroso?» le chiese con affetto.

Paola alzò di scatto il bel viso, rossa per l’imbarazzo.

«Sì, ma non è ancora proprio il mio moroso. È la seconda volta che usciamo insieme» rispose, un po’ sognante.

«Ti ha già baciato?»

Era una domanda che poteva permettersi di fare. Aveva molta confidenza con la ragazza.

L’aveva assunta tre anni prima. Era in cerca di una commessa e si erano presentate diverse pretendenti, tutte decise, sicure e con ottimo curriculum.

Il posto era molto ambito. Il negozio era considerato un po’ d’élite nella cittadina, pur senza essere esclusivo o snob. Il buon gusto e la simpatia di Yvonne facevano la differenza.

Aveva ascoltato tutte le pretendenti, con attenzione, poi era entrata quella ragazzetta spaventata di diciannove anni, timida e inconsapevole di quanto fosse carina. Si era appena diplomata, non aveva alcuna esperienza lavorativa ed era impacciata. Dopo cinque minuti di conversazione, Yvonne aveva capito che era la persona che cercava e l’aveva presa.

Una grande voglia di imparare aveva sopperito all’inesperienza, la timidezza abbinata alla naturale gentilezza aveva ammaliato i clienti, ed era diventata una commessa perfetta.

Si era anche affinata nel modo di presentarsi, ed ora era veramente una ragazza molto carina, per fortuna ancora inconsapevole e semplice. Non come le sue figlie che si atteggiavano a star irresistibili, dalla più grande alla più piccola.

La giovane si mise a ridere.

«Sì. Sotto casa. Avevo paura che non trovasse il coraggio di farlo.»

Yvonne rise anche lei. Aveva quarantaquattro anni a considerava Paola come una figlia.

«Sarebbe stato un incosciente, se si fosse fatto sfuggire l’occasione della sua vita. Vorrei che le mie figlie imparassero da te.»

La commessa distolse gli occhi, raggiante per il complimento. Se Yvonne la considerava come una figlia, Paola vedeva Yvonne come un idolo.

«A me piacerebbe avere una famiglia come la sua» mormorò.

Yvonne fu colpita da quella frase e non rispose. I suoi occhi azzurri dovettero tuttavia esprimere qualcosa, perché la ragazza la guardò incerta.

«Sono stata inopportuna, signora?» chiese, con una vera preoccupazione.

«No, anzi, hai fatto bene a dirlo.»

 

Aveva voglia di parlarne. Fino a quel momento si era confidata solo con la sua migliore amica, e con Paola avrebbe avuto l’impressione di aprirsi con una figlia sensibile e giudiziosa.

«Giuliano mi tradisce.»

Provò un gelo nell’udire le proprie parole, e il mondo le parve crollare sotto i piedi, come se in quel momento si fosse resa conto dell’enormità della sofferenza che aveva sconvolto la sua vita.

Paola non rispose subito, bloccata dallo stupore. Gli occhi verdi le si inumidirono di lacrime e mostrarono una pena che veniva dal cuore, quasi fosse stata toccata personalmente.

«Ne è sicura, signora?» chiese con un filo di speranza. «A volte si fraintendono le cose. Non mi sembra vero, conoscendo suo marito.»

«Me lo ha confessato lui» rispose Yvonne, con amarezza. «Da qualche tempo lo vedevo strano, e quattro giorni fa, di botto, si è messo a piangere e mi ha raccontato tutto.»

Paola le appoggiò una mano sul braccio, e Yvonne le fu grata del calore che riuscì a trasmetterle.

«Ha spiegato come è potuto succedere?»

«Nello stesso modo che ho sentito raccontare tante volte dalle mie amiche in lacrime. Ha perso la testa per una neoassunta, laureata a pieni voti e rampante. Una ragazzina che ha la metà dei suoi anni, ma essere l’amante dell’amministratore delegato può far passare in secondo piano questo particolare.»

«Ora che cosa farete?»

«Non lo so, Paoletta. Giuliano ha giurato che ama solo me, che sta passando la crisi dei cinquant’anni, che ha bisogno di conferme e che bla bla bla. Le identiche cose banali che dicevano i mariti delle mie amiche. Mi incazzavo allora nel sentirle, e ora ci sono io in mezzo.»

Scese il silenzio. Yvonne aveva la mente scossa da questi pensieri, e Paola le lasciò il tempo di riprendersi.

«Forse è anche vero quello che mi ha detto» continuò la donna, pensierosa. «Una debolezza non può distruggere diciannove anni di matrimonio. Vorrei trovare la forza di perdonarlo e dimenticare, anche per le mie figlie. Dietro il loro atteggiamento arrogantello sono molto sensibili e ci adorano. Non riuscirebbero a sopportare il nostro divorzio.»

«Non credo che si possa dimenticare un tradimento, signora Yvonne» rispose Paola, con un tono sommesso. «Perdonare forse, dimenticarlo mai. Chi tradisce pensa solo a sé stesso, non si cura del male che può fare all’altra persona.»

Yvonne le guardò con dolcezza il bel viso, triste quanto il suo. Le carezzò una guancia e le sorrise.

«Adesso vai, Paola. Vai dal tuo moroso e passa una bella serata.»

«Non me la sento, signora. Posso telefonare e rimandare l’incontro.»

«Per restare a piangere in due? No. Non darti pena per me. Fra l’altro, il tuo ragazzo ci rimarrebbe male. Vai, finisco io in negozio.»

Paola acconsentì a malincuore. Passò in bagno ad aggiustarsi il trucco e ritornò, con il suo giaccone tutto colorato già indossato e un berrettino di lana sui lunghi capelli neri.

«Davvero non vuole che resti, signora?»

«Preferisco rimanere un po’ da sola.»

Paola era ancora incerta se muoversi o meno, e Yvonne ne fu intenerita.

«Grazie per quanto mi hai detto, Paola.»

La ragazza era impacciata. Salutò frettolosamente e uscì quasi di corsa dal negozio, per il timore di mettersi a piangere, e Yvonne rimase sola.

Guardò l’orologio. Erano le diciannove e quindici. Mancavano quindici minuti alla chiusura, e non sarebbe arrivato più nessun cliente.

Continuò il lavoro che Paola aveva interrotto, e la solitudine non le fece bene. Si guardò attorno e si soffermò sui vestiti appesi, sulle eleganti vetrine allestite con fantasia. La boutique era una parte della sua vita, l’aveva creata e cresciuta con passione ed era stata ricambiata con infinite soddisfazioni. Quel lavoro le piaceva. Era creativo, divertente, la metteva in contatto con una innumerevole varietà di persone, eppure ora le sembrava tutto inutile quello che aveva costruito.

Venticinque anni. Lei ne aveva quasi venti in più. Non era certo vecchia e non si sentiva tale, ma forse per Giuliano non era più così. Forse quei diciannove anni in meno lo facevano sentire giovane, e lei non poteva competere contro il tempo.

Scosse le spalle. Avrebbe lottato, i momenti brutti sarebbero passati e l’entusiasmo sarebbe ritornato.

Il rumore della porta che si apriva la sorprese e alzò gli occhi.

Entrò una coppia, che non aveva mai visto prima.

Una bella coppia, fu la prima impressione.

Lui era un ragazzo di circa ventisette, ventotto anni, alto, robusto per lo sport, dal viso interessante, con i capelli castani corti e gli occhi del medesimo colore. Vestito bene, giudicò l’occhio critico di Yvonne, capi di qualità e bene abbinati.

Lei era poco più giovane e poco più bassa. Aveva un viso ovale molto dolce, i capelli nerissimi a caschetto e gli occhi scuri penetranti, decisi. Era elegantissima, in modo vistoso, e i vestiti attillati rivelavano un corpo dalla linea snella, frutto di allenamenti intensi e ben eseguiti in palestra.

I due si fermarono davanti al bancone e rimasero per un attimo in silenzio.

Non era una bella coppia.

Lui, con lo sguardo e l’atteggiamento, si presentava come un ragazzo sincero e aperto, forte e generoso.

Lei mostrava una fredda arroganza unita a una presuntuosa consapevolezza della propria avvenenza, e la durezza degli occhi stupendi rendeva algida la perfezione dei lineamenti del viso.

Lui amava con passione. Lei non era capace di amare. Sapeva solo pretendere.

«Buonasera» salutò il ragazzo.

Parlò con un tono mortificato. Doveva avere avuto una discussione con la ragazza prima di entrare, e in effetti lei si agitava nervosa. Yvonne notò anche che la fissava in modo quasi maleducato, ma non vi fece caso. Nei negozi, anche quelli d’élite, è bene essere pronti a tutto.

«Ho bisogno di un paio di pantaloni non troppo classici, da abbinare a un maglioncino di un giallo molto tenue» continuò.

La ragazza sbuffò.

«Alle sette di sera te ne sei ricordato» esclamò indispettita. «Sai che alle nove ho un impegno di lavoro.»

«Abbiamo tutto il tempo, Fede» rispose il ragazzo, conciliante.

Forse a causa delle sue vicende personali, Yvonne provò un’istintiva simpatia per il giovane. Lo vide come la vittima di una fidanzata cattiva e ingiusta.

Per questo motivo si affrettò a servirlo. Non voleva che la ragazza lo aggredisse nuovamente, e se avessero concluso rapidamente forse si sarebbe quietata.

Con la sua esperienza, le bastò un’occhiata per immaginare le preferenze del giovane e gli presentò alcune paia di calzoni in vigogna.

Le speranze furono subito contraddette.

Il ragazzo si soffermò indeciso su due pantaloni e la morosa, Federica, sbuffò di nuovo e si mise a guardare fuori della vetrina.

«Quale preferisci fra i due?» le chiese il giovane, nel tentativo di riavvicinarla.

Lei, senza nemmeno voltarsi, puntò a caso un dito in mezzo ai capi appoggiati sul bancone, con ostentato disinteresse.

Il giovane arrossì e guardò imbarazzato Yvonne, che gli rivolse un sorriso comprensivo.

«Esco un attimo. Ho visto due miei ex compagni di università. Raggiungimi fuori quando hai finito» disse scocciata la ragazza.

Senza salutare, uscì con passo svelto e scomparve fra i passanti freddolosi.

«La sua fidanzata sembra molto autoritaria» commentò Yvonne, per consolarlo.

 

Si chiese subito se non fosse stata troppo invadente, ma l’espressione triste del ragazzo le disse di no.

«È sempre stata un po’ prepotente, ma negli ultimi tempi è peggiorata» rispose lui, con uno sguardo rassegnato.

«Da quanto tempo siete insieme?»

«Da due anni.»

«Due anni belli?»

«Diciamo di sì. A volte ho creduto che fosse veramente innamorata. È cambiata molto negli ultimi tempi, dopo la laurea. In peggio.»

Si interruppe, e riprese un attimo dopo, a capo chino.

«Credo che voglia lasciarmi e che non abbia ancora trovato il momento giusto.»

Yvonne si stupì della confidenza che sia era instaurata con naturalezza fra loro. Lei aveva voglia di parlare e il ragazzo aveva voglia di confidarsi. Entrambi erano giù per motivi molto simili, anche se il ragazzo non poteva essere a conoscenza dell’angoscia di Yvonne.

«È successo qualcosa di particolare dopo la laurea?»

«Si è laureata a pieni voti e ha trovato un ottimo impiego. È molto preparata e si è fatta subito notare, però i successi hanno rafforzato il suo ego, già esagerato.»

«Il lavoro può anche essere stressante» commentò Yvonne, quasi volesse prendere le parti di quella vipera.

«A me non sembra stressata. Finisce sovente molto tardi, questa sera ha una ennesima riunione con i vertici, ma è sempre più convinta di quello che fa.»

«Ed è sempre più indisponente» aggiunse Yvonne.

«Ogni minuto, sempre di più» confermò il ragazzo, sconsolato.

«In effetti l’avrei cacciata volentieri dal negozio» scherzò Yvonne, e per un attimo sentì il peso sul cuore allentarsi.

«Mi avrebbe avuto sulla coscienza» ribatté il ragazzo, anche lui divertito. «Fede mi avrebbe accusato di tutto, di essere il responsabile, di non averla difesa, e avrei patito una settimana di tormenti.»

Si misero a ridere e parve a entrambi, per un attimo, di aver dimenticato i loro problemi. Almeno per quei pochi secondi.

Yvonne lo guardò riconoscente, quasi rigenerata, e lesse la medesima reazione sul volto del giovane.

«È meglio provare i pantaloni» lo sollecitò. «Non vorrei che la sua Fede rientrasse come una furia.»

Lo accompagnò al camerino e attese fuori.

Certo che quel ragazzo era un tipo mica male. Bello, gentile e intelligente.

Vide la propria immagine riflessa nello specchio antico dalla cornice dorata, appeso al muro per creare un vivace contrasto con il resto dell’arredamento ipermoderno.

Certo che non era male nemmeno lei. Il viso regolare, senza un difetto, i capelli corti biondi con meches leggermente più scure, gli occhi azzurri dallo sguardo disponibile e con un accenno di spontanea malizia, la rendevano attraente sin dal primo impatto.

Si lisciò il vestito, più che altro per tastare il proprio corpo. Era una falsa magra, ma la poca ciccia morbida era ben distribuita e rassodata dalla palestra che frequentava con Paoletta, nell’orario di chiusura.

Gli uomini la guardavano e Giuliano ne era orgoglioso. Facevano sesso almeno due volte a settimana, e spesso lei stessa ne cercava una terza. Era molto calda, le piaceva farsi palpare nuda e palpare dappertutto.

Questo fino a quattro giorni prima. 

«Vanno bene i pantaloni?» chiese.

Non lo disse per sollecitarlo. Le faceva piacere la presenza di quel ragazzo così delicato, poi non aveva nessuna voglia di rientrare a casa. Voleva solo essere gentile.

La tendina del camerino si aprì e comparve il giovane, con i pantaloni indossati.

«Sono perfetti. Occorre solo fare l’orlo» disse, soddisfatto.

 

Lei guardò attenta. Si trattava di un bel paio di pantaloni marrone scuro, con il fondo stretto, e gli stavano benissimo.

Si avvicinò e infilò le dita sotto la cintura per aggiustare alcune pieghe. Il ragazzo aveva un buon profumo, secco e leggero, che, non ne capì il motivo, le fece pensare ai piccoli dettagli che colpiscono durante la fase del corteggiamento.

«Anche la misura è perfetta, non occorre alcun ritocco» confermò Yvonne.

Lo disse con un tremito nella voce ed ebbe l’impressione che il calore del giovane la avvolgesse come un fluido.

Ricacciò mentalmente quelle emozioni e portò la mano verso un rigonfiamento presso una delle tasche.

«È un capo attillato, sarebbe meglio non mettere fazzoletti nelle tasche.»

Toccò il rigonfiamento per spostarlo e scoprì che non si trattava del fazzoletto. Era caldo, sodo e vibrò al tocco delle dita.

Yvonne fece un balzo all’indietro, con i polpastrelli che bruciavano e fissò confusa il ragazzo.

«Mi scusi» disse istintivamente.

L’altro si mostrò ugualmente confuso, ma anche divertito.

«Non ha proprio nessun motivo di scusarsi. È stato piacevole.»

Risero entrambi, prima per il nervoso poi per simpatia. Erano l’una di fronte all’altro, in piedi. Si guardarono, e forse capitò per il reciproco bisogno di donarsi un attimo di consolazione, o forse perché si sentivano in qualche modo uniti, o forse perché, per una congiunzione astrale, si erano create quelle famose ragioni del cuore che la ragione non sa capire. Si ritrovarono così con le lingue avvinghiate, ansimanti, abbracciati e affamati.

Le mani frugarono con rudezza i corpi sopra i vestiti, per assimilare il più possibile nel pochissimo tempo che avevano a disposizione. Yvonne si lasciò trascinare dento il camerino e tirò la tenda alle spalle, poi si strinse al corpo del giovane, i seni contro i pettorali, il ventre contro gli addominali, la vulva contro il pube già turgido.

Si accorse di provare solo desiderio, senza alcun intento di rivalsa, e trovò buono il sapore del ragazzo, che probabilmente aveva appena bevuto uno Spritz. Anche il giovane doveva provare la medesima sensazione, perché pareva non saziarsi della sua saliva e della sua bocca.

Le abbassò la cerniera del vestito e fece scivolare la parte superiore fino alla vita. Lei cercò di slacciare il reggiseno ma, affannata, non vi riuscì e lo tirò su sino al mento, scoprendo i seni abbronzati. L’uomo li racchiuse nelle mani. Non erano molto grandi, una seconda abbondante, ma si erano già gonfiati per l’eccitazione e i capezzoli induriti si sporsero dalla tonda areola, offerti.

Yvonne gemette quando la bocca maschile li racchiuse e li succhiò, e si aggrappò al ragazzo quando la coscia robusta si insinuò fra le sue gambe. Strusciò il monte di Venere contro la stoffa dei pantaloni e le mutandine inzuppate si incollarono alla fessura, che si era aperta accogliente senza porsi troppi problemi.

Gli slacciò la cintura dei pantaloni, che scivolarono sino ai piedi, e infilò la mano dentro i boxer. Trovò un qualcosa di bollente e ingestibile, vibrante, che la sua mano cercò in qualche modo di afferrare.

“Cavolo, quanto è grosso!”, pensò, e con una carezza scese incuriosita sino alla sacca bollente, che le riempì la mano incredula. Risalì, sfiorò la pelle delicata, scoprì il glande e si disse che lo voleva a tutti i costi dentro di lei.

Si sedette sulla seggiolina, tirò su la gonna, aprì le gambe e guardò il ragazzo. Quella mattina, stranamente, aveva messo le autoreggenti invece dei soliti collant, e fu semplice sfilarsi le mutandine. L’amante, del quale non conosceva nemmeno il nome, si inginocchiò fra le sue cosce, ipnotizzato dalla vagina offerta, ricoperta da un corto e soffice vello scuro nel quale si apriva la rosea natura, bagnata da una patina lucida. Affondò il viso nel boschetto profumato, allargò con le dita le labbra e Yvonne si inarcò, con gli occhi azzurri persi in un vuoto pregno di emozioni e la bocca aperta in gemiti appena percettibili. Il ragazzo leccò l’interno delle labbra, lei mosse impercettibilmente i fianchi per guidarlo e la lingua rigida penetrò la fessura come un piccolo membro guizzante, proprio come lei aveva sperato.

Yvonne si prese i seni fra le mani e si strofinò i capezzoli, poi il piacere montò, il ragazzo le racchiuse le mammelle e strinse le punte dure, fino a farla gemere per un dolore che la bagnò ancora di più. La vista le si offuscò, implorò mentalmente il giovane di pensare anche al bocciolo gonfio che fremeva e strinse i braccioli per non urlare quando, ubbidiente, lui le succhiò il clitoride trepidante. Si protese, ormai inerme, e riversò nella bocca dell’amante il proprio orgasmo trasparente, caldo, un piccolo ruscello di dolci sentimenti rassicuranti.

L’uomo si rialzò. Era sudato, aveva il viso rosso per l’eccitazione e la parte inferiore bagnata sino al mento. Yvonne sorrise, lo attrasse verso di sé e gli leccò il velo di umori, mentre gli guidava il membro verso la fessura ormai più che pronta. Il glande si appoggiò alle piccole labbra e faticò ad insinuarsi nella stretta apertura. Il ragazzo si mosse attento, non voleva farle male, ma Yvonne non poteva aspettare. Strinse il pene, si divaricò le labbra e lo spinse dentro con decisione.

Si sentì aprire e le parve che le labbra non potessero allargarsi di più.

«Cavolo, quanto è grosso!» mormorò in un soffio.

Il suo amante si bloccò, preoccupato.

«Ti faccio male? Vuoi che smetta?»

«No, continua, posso sopportare» bisbigliò.

In verità le piaceva da matti sentirsi riempire in qual modo. Il giovane diede un delicato affondo e la vulva si aprì di colpo, completamente lubrificata, pronta ad accogliere il pene che scivolò fino in fondo.

Yvonne piantò i denti nella spalla del ragazzo, poi gli tirò su il maglione e gli sbottonò la camicia. Passò le labbra sulla pelle liscia, sui pettorali forti e gli succhiò i piccoli capezzoli, mentre spalancava le gambe per consentirgli di muoversi bene dentro di lei.

Entrambi sapevano di non avere tempo e di essere in una situazione pericolosa. Federica sarebbe potuta rientrare in ogni momento, e anche qualche cliente sarebbe potuto venire a cercare Yvonne, nel trovare il negozio vuoto. Parve che i loro stessi corpi se ne rendessero conto e i sensi si ipereccitarono, tesi verso un orgasmo che non poteva aspettare.

Lei guardò negli occhi il giovane, che aveva aumentato i movimenti dei lombi. Le piaceva, lo desiderava, voleva donargli nuovamente il proprio piacere e lo baciò sulla bocca nel momento in cui venne per la seconda volta. Il giovane le cercò la lingua e bevve gli ansimi come fossero la femminilità stessa di Yvonne, caldi, profondi, preziosi.

Anche lui era ormai al limite e Yvonne si ritrasse. Si inginocchiò davanti al suo amante, che fremeva teso, con il membro sul punto di esplodere, e lo fece contento. Gli mise le mani sulle natiche dure e racchiuse il glande lucido in bocca. Le labbra lo portarono verso il piacere con lenti movimenti regolari, in su e in giù, e dopo poco le dita sentirono i muscoli delle natiche tendersi con contrazioni spasmodiche. Il ragazzo le carezzò il viso, lei strinse con una mano la base del membro e accelerò il movimento della bocca in attesa dell’attimo culminante.

Quando si era inginocchiata non si era chiesta come si sarebbe comportata in quel momento, ma venne tutto naturale.

Il giovane accennò a un tentativo di togliersi, ma lei lo bloccò. Un caldo sapore salato le riempì la bocca e scese lentamente in gola, mentre lei continuava a muovere la testa per far godere il ragazzo fino alla fine. Indugiò con la lingua sul sensibile frenulo, ingoiò lo sperma che colava a fiotti e con la punta delle dita sfiorò il ventre e i fianchi del giovane. Sotto il tocco leggero la pelle vibrò, i muscoli si tesero, il corpo si inarcò e infine si rilassò, esausto.

Yvonne non abbandonò il membro. Continuò a carezzarlo con la lingua finché si accorse che era diventato troppo sensibile per ricevere nuove attenzioni, e allora lo lasciò andare. Aveva perso buona parte della sua rigidità, e Yvonne, ancora inginocchiata, lo prese nel palmo della mano e lo ringraziò con un lieve bacio sulla punta.

Rimasero in silenzio alcuni attimi, sazi. Lei era felice. Si sentiva diversa, un’altra donna, più forte e più sicura. Piaceva ancora agli uomini, eccome! Alzò gli occhi e vide che il giovane la fissava estasiato.

 

«Mi vuoi sposare?» le chiese con un sorriso.

Scherzava, naturalmente, ma quelle parole fecero capire a Yvonne quanto, anche lei, fosse importante per quel ragazzo.

Lo abbracciò ai fianchi e gli appoggiò la guancia sul pene ormai rilassato.

«Per adesso mi basterebbe coricarmi con te, tutti nudi in un bel letto grande, e fare le cose per bene.»

«È già uno dei miei progetti prioritari» la rassicurò il giovane.

Tacque un istante, poi aggiunse, speranzoso.

«Dopo una cena tranquilla in un posto carino.»

Yvonne rise e si rialzò.

«È ora di ritornare in negozio e sperare che non sia entrato nessuno.»

Si rivestirono in fretta, anche se non riuscirono a smettere di sbaciucchiarsi per tutto il tempo.

Prima di uscire dal camerino, Yvonne si guardò allo specchio e si bloccò stupita. Sembrava ringiovanita di dieci anni. La pelle era splendente, rilassata, un po’ arrossata per i baci e l’eccitazione, gli occhi illanguiditi.

«Sei bellissima.»

La voce calda la avvolse come una carezza.

Il ragazzo era fermo dietro di lei, affascinato. Gli si appoggiò contro con la schiena, in cerca di un abbraccio affettuoso che giunse subito.

«Adesso andiamo» bisbigliò Yvonne.

Si affacciò preoccupata nel negozio e si rassicurò. Non c’era nessuno, e proprio in quel momento Federica aprì la porta per entrare. Guardò il banco, non vide pacchi incartati e assunse un atteggiamento ancora più scostante.

«Come mai non hai ancora finito?» chiese al fidanzato, senza degnare di uno sguardo Yvonne.

Era talmente presa da sé stessa, che non fece caso ai chiarissimi segni sui loro volti, testimoni dell’amore appena consumato.

«È questione di un attimo, signorina.»

Si apprestò a incartare i pantaloni e lanciò un’occhiata alla giovane, che ancora la scrutava quasi irridente.

Yvonne si irrigidì.

Non era possibile!

Però …

Neoassunta molto carina, laureata, rampante, presa dal lavoro sino a sera tardi. Come da qualche tempo capitava anche a Giuliano, che proprio quella sera sarebbe stato impegnato, come Federica, in una non meglio definita riunione.

Venticinque anni, la metà degli anni di Giuliano. E il suo sguardo che non la lasciava, in modo irritante.

Se era vero quello che pensava, Federica sapeva sicuramente di lei e stava studiando la propria avversaria.

Doveva approfondire.

«Il suo fidanzato mi ha detto che è appassionata del suo lavoro.»

«Mi piace quello che faccio e sono molto apprezzata» rispose la ragazza, un po’ sulla difensiva.

«Bisogna solo stare attenti agli amministratori delegati, vecchi marpioni cinquantenni, abbronzati e vestiti Armani.»

Era il perfetto ritratto di Giuliano, e la ragazza la fissò sospettosa.

«Forse le mogli dovrebbero stare attente ai loro mariti» rispose con un sorriso cattivo.

«Ah! Le povere mogli!» Yvonne cercò di mantenere un tono colloquiale. «Vengono tradite e poi devono sorbirsi i sensi di colpa dei mariti, che piangono in ginocchio e si autoflagellano per chiedere perdono.»

 

Un lampo di rabbia attraversò gli occhi di Federica. Il fidanzato era rimasto in silenzio, senza prestare una particolare attenzione al discorso. Aveva occhi solo per Yvonne.

«È successo anche a lei?» chiese dura.

«È una domanda un po’ impertinente, signorina» la riprese benevolmente Yvonne.

Ci fu un attimo di silenzio. Yvonne continuò a incartare, poi passò la mano su un filo d’oro che portava al collo, con una perla di mare e un diamante incastonato.

«Posso dirle che mio marito proprio due giorni fa mi ha fatto questo regalo. Non era nessuna ricorrenza. Forse un modo di farsi perdonare?»

Si era sforzata di mostrare un sorriso perfido, e vi riuscì perfettamente. Aveva notato che Federica indossava due orecchini di perle d’acqua dolce, con un minuscolo diamante. Lo stile era quello della gioielleria nella quale si serviva Giuliano.

Doveva aver colpito nel segno, perché la ragazza la fissò gelida. A lei un pensierino, alla moglie un regalo da principessa.

Yvonne porse il pacco confezionato con cura al ragazzo, che le sfiorò le mani nel prenderlo.

«Torni presto, signore. Possibilmente a quest’ora, così posso dedicarmi solo a lei.»

I due si diressero verso l’uscita, lei furente e lui beato. Sulla porta, il ragazzo si voltò e le lanciò un saluto complice, non di addio.

Yvonne rimase nuovamente sola, ma questa volta non le pesò. Voleva ripensare con tranquillità a quanto era accaduto. Aveva fatto l’amore e goduto in modo così intenso che rabbrividiva ancora per l’eccitazione. Era stato diverso. Forse per la trasgressione, per la curiosità, per la dolcezza di quel ragazzo di cui non conosceva nemmeno il nome. Anche le dimensioni principesche del suo prezioso gioiello avevano avuto il loro ruolo.

Pensò soddisfatta che Giuliano, invece, quella sera sarebbe andato in bianco e avrebbe dovuto sorbirsi le ire di quella puttanella arrampicatrice.

Fece un giro nel negozio, per verificare che tutto fosse a posto. Aprì la porta di una stanzetta riservata e guardò una comoda poltrona letto, che utilizzava ogni tanto nei momenti di pausa, per riposarsi.

L’indomani avrebbe portato lenzuola pulite. Il camerino era stato intrigante ma scomodo. Si immaginò nuda sul materasso insieme al ragazzo e si bagnò nuovamente.

Chiuse la porta, serena. Non avrebbe dovuto attendere molto. Il ragazzo era così preso che l’avrebbe chiamata entro un paio di giorni.

Si rese conto che non si erano scambiati i nomi, ma non era importante. Non ne avevano sentito la necessità, il calore che si erano regalati era stato più che sufficiente.

Sorrise vendicativa nel pensare a Giuliano. Non gli avrebbe confessato nulla. Se lo avesse fatto, lui si sarebbe disperato, avrebbe sofferto come un cane ma poi ne avrebbe approfittato per giustificarsi le proprie scappatelle.

Era meglio che continuasse a macerarsi nei suoi sensi di colpa. Federica ben presto si sarebbe spazientita e lo avrebbe mollato, non appena si fosse fatta una posizione solida e inattaccabile nell’azienda.

Lei invece non si sarebbe stancata di quel ragazzo. E nemmeno lui si sarebbe stancato di lei. Poi, il tempo avrebbe deciso.

Abbassò la saracinesca del negozio e si strinse nel cappotto. Era tardi e faceva freddo, ma ritrovò la piacevole sensazione che quelle serate invernali le avevano sempre ispirato. Sarebbe ritornata nel tepore di casa e avrebbe accompagnato le sue tre meravigliose figlie insopportabili a mangiare del sushi, nel ristorante giapponese sotto casa.

Quella sera non aveva nessuna voglia di spadellare. Aveva voglia di festeggiare.

 

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