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Diario n°:

149

LA VIRTÙ
Thierry59

LA VIRTÙ

Per accendere la pulsione e il desiderio sono bastate poche frasi pronunciate in fretta lungo il corridoio di scuola, con i libri sotto braccio, la sigaretta in bocca e la voglia di baciarla che soffoca il fiato in gola. E se per baciarla avesse dovuto arrampicarsi a mani nude sul campanile di San Marco l’avrebbe fatto senza esitare, perché la voleva con tutta se stessa e voleva quegli occhi verdi smeraldo e quei riccioli rossi che le nascondevano a volte il viso e la pelle d’alabastro. Da quel punto della classe la poteva osservare senza destare troppa curiosità, sfuggendo alle critiche di alcune compagne di studi che, vipere, aspettavano che cedesse dichiarandosi innamorata perdutamente di quella meraviglia che in fondo aveva solo dieci anni più di lei, e che mai al mondo avrebbe lasciato al suo destino di insegnante di madre lingua francese. Questo era l’universo femminile visto dagli occhi di un’adolescente diciottenne, rapita e confusa dalla sua stessa smania di capire se quella giovane donna forestiera le trasmettesse o meno segnali di apparente seduzione o un invito preciso a cadere nel suo letto circondato da sete e colori d’Algeria…

Eppure le ragazze di quell’età si innamorano delle proprie insegnanti, svolazzando qua e la tra finzione e pulsioni reali, e si ritrovano poi la notte nel letto caldo a procurarsi piacere con masturbazioni attente e particolareggiate, con lo sguardo della loro amata seduta in cattedra che legge versi di Jacques Prévert ancora negli occhi.

Lei e il suo fascino. Lei e la sua pronuncia straniera. Lei e la suo incedere strano, quasi ondeggiante. Lei ed il suo profumo. Lei amata da un uomo severo. Lei sola ed in balìa del suo fare e della sua cultura immensa ed innata. Avrebbe catturato tutto il suo amore con le mani e gliel’avrebbe poi donato in cambio di quello sguardo sognante e perduto in chissà quali paralleli; avrebbe colto fiori dal campo vicino casa, per poi attraversare tutta la città a piedi per donarglieli a primavera mentre la mente accendeva la voglia di baci proibiti rubati al buio di un portone semi chiuso. E mentre pensava ai suoi respiri affannosi per il perenne ritardo a volte giustificato ma il più delle volte perdonato con un sorriso, la immaginava abbracciata a lei a baciarsi e toccarsi come amanti esperte e complici.

Allora arrivo in un pomeriggio di sole, con in mano un giglio bianco. Mi abbraccia e mi bacia lievemente sulle guance, invitandomi ad entrare. Sottoveste nera, candele, vino rosso e dei gusci di noci sul tavolo. Mi racconta di sé, di quanto crede ancora nell’amore e nella famiglia e di quanto la mia presenza le faccia pensare alla gioia di un ballo, ad un abbraccio di purezza e a quanto le mancasse Parigi. I suoi occhi brillano di più, il verde sembra più chiaro, quasi trasparente… odora di buono, e le sue mani si posano lente e sapienti sulla mia spalla. La mia testa scoppia di felicità e di timidezza. Non parlo, non respiro, sto immobile e la guardo. I sensi alle stelle, e la nostra giovinezza altera permette qualsiasi vizio e virtù. Mi lascio trasportare dalle sue parole che si fanno sempre più fioche ed intrise di sensualità, e penso che tra un minuto le regalerò tutti i miei orgasmi fatti di sospiri leggeri quasi incomprensibili. Squarci di luce nella mia mente mentre assieme cadiamo fra le coperte dorate del suo letto rotondo, unite in un abbraccio infinito con le mani che intrecciate si stringono smaniose.

Calma apparente in un turbinio di sospiri senza limite.

Lei non parla più ma soffia di baci i miei capelli e rapisce il mio cuore con un incantevole susseguirsi di carezze delicate come nuvole fatte di panna. Con un dito le sfioro il seno e lentamente scosto la sottoveste mentre le bacio il collo dalla pelle leggermente abbronzata. I nostri vizi sono le nostre virtù che giocano ora a carte scoperte, senza lasciar nessun dubbio. Io sono la sua allieva e la sto amando come mai nessuno aveva fatto prima, alla luce di una candela e con in mano un calice di vino rosso. Per quanto tempo ancora avrei potuto sentire le sue frasi spezzate da sospiri di piacere, e quel suo accento forestiero sul mio viso, sul mio seno e poi più giù… Per tutte le volte che per un suo sguardo il mio cuore si sarebbe tinto di blu oltremare e confuso con il verde smeraldo dei suoi occhi.

E con la naturalezza di chi con l’amore non scherza mai, l’indomani a lezione, mi avrebbe interrogata facendomi tradurre in lingua francese, un passo di Friedrich Nietzsche:

La virtù non trova più credito, la sua attrattiva è svanita; qualcuno dovrebbe magari riportarla di nuovo in piazza come una forma inconsueta di avventura e di eccesso.

Il suo preferito, quel passo che timidamente ha segnato il mio destino. Per sempre.

 

A Marie Thérèse

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