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Diario n°:

277

DICIASSETTE
Ladyfreyja

DICIASSETTE

È notte. Fluttuo in un'atmosfera rarefatta. Ho perso il senso del tempo e dello spazio. Sono leggera ma la carne è pulsante, eterea ma ho il ventre preso in una morsa di puro piacere liquido. Sento colori, vedo suoni, accarezzo profumi. Ho fame di luce, di vita intessuta di voglia di vivere, di movenze convulse.

Sogni evanescenti, eppur concreti popolano la mia mente inquieta.

Seguo le note trascinanti di Lost time in Porto, il crescendo e la ripetizione allo spasimo, come in un amplesso, senza raggiungere la vetta, mai, anzi, implodendo in una profusione di colori, come fuochi d'artificio.

Soffocata dai miei gesti, in bocca il sapore amaro della frustrazione, della vana ricerca. Sono in una terra sconosciuta, psichedelica e promiscua.

Il cielo è un manto viola, cangiante. Brandelli di nuvole rosa trasportano angeli cherubini pingui e ridenti. O forse è la mia fantasia e sono solo nuvole, vaporose e cicciotte, come culi di bimbo.

Una donna anziana mi sorride, le dita artritiche mi afferrano dolcemente il polso. Apro la mano mostrando il tesoro che tengo stretto. Un semplice biglietto color indaco, con scritto un numero, il 17.

La vecchia annuisce muovendo lentamente il cranio minuscolo e appuntito, da topo, con l'aria saggia di chi la storia la conosce già.

Qualcuno mi sfrega una gamba. Mi volto. Un efebo con calze rosa shocking e ciabattine frou frou dai tacchi alti mi butta un bacio – smack! - con labbra vermiglie arricciate in un sorriso imbronciato. Il membro in evidenza.

Con la mano si sfiora svogliatamente la leggera peluria del torace nudo e quasi glabro.

Mi dice: «Sei una stella, ma così fragile, così insicura, così nevrotica e incasinata… sei segnata. Non potrai cavartela in nessun modo. Ci vuole Uno, a prendersi cura di te, a incarnare tutto ciò che di contraddittorio c'è nella tua anima in affanno.»

Non rispondo. Mi faccio strada fra piante carnivore dai colori abbaglianti che si aprono al mio passaggio, inclinando lo stelo. Nascondono bocche fameliche che rapide inghiottono insetti facendo schioccare la lingua.

Tremo, le tempie pulsanti, i passi incerti, come persa nell'allucinazione di un acido. Intorno a me, suggestioni improvvise e sguardi distratti.

Mi trovo davanti una piccola tavola, la morbida tovaglia color salmone che sfiora il pavimento. Pasticcini paffuti, gelati al pistacchio e fragola, fagottini colmi di crema al cacao, anici stellati, sparsi qua e là. Passo avanti, non ho fame. Non ho quella fame, mentre un altro appetito mi divora, mi consuma, chiede la mia resa incondizionata.

«!Hola! …como estas? Tu eres muy linda. Che hace aqui?»

È una piccola donna travestita da coccinella, il naso schiacciato da pugile, la voce petulante.

«Sono in cerca di emozioni. Non se ne trovano più nella città dove vivo, per questo sono qui, credo…»

La piccoletta mi guarda con sguardo incuriosito, sollevando un sopracciglio dipinto di blu elettrico.

«Ho compilato un questionario, risposto a 177 domande. Mi è stato dato questo biglietto.»

La coccinella ha un insolito modo di saltellare mentre mi ascolta.

«17. Dieci siete. Es la "S". Como sensibilidad, soledad.»

E se ne va, trotterellando festosa.

«Sono qui a cercare il mio destino» dico. Prima piano, poi sempre più forte, finché non mi metto ad urlare.

Due strafighe mi si parano davanti. Artefatte. I capelli biondo platino, le unghie laccate, i capezzoli ritti come caramelle gommose su due seni inorganici che sembrano due meloncini maturi.

«Hai proprio una gonna da troietta» fanno in coro «così corta e larga, così è facile prenderti, infilare una mano là sotto, nella tua fessura.»

«Piccola cagnetta in calore!» Una delle due mi sbottona la camicetta.

«Bene. Lasciala così, con i capezzoli che fanno capolino dal reggiseno a balconcino» dice l'altra, e con un pennarello mi dipinge una S sul seno.

«La S, piccola dolce puttana, è la diciassettesima lettera dell'alfabeto. S come Sklavin. Spricht du Deutsch, oder was… ahahaha!»

Ridendo sguaiate se ne vanno, lasciandomi lì, in mezzo alla strada, i vestiti aperti come petali di una margherita che ha fatto m'ama non m'ama.

Sento le lacrime che spingono contro le orbite. Annuso l'aria. Odore di sandalo e orange pekoe tea. Due occhi di brace mi scrutano, una mano calda, bruciata da estati di sole implacabile mi accarezza il seno. I miei bottoncini, liberi dalla stoffa, s'induriscono. Sembrano due smarties rossi. L'uomo li lecca con lingua di serpente, i baffi corvini mi fanno il solletico. Rabbrividisco di desiderio e di piacere. I miei sospiri un misto di lingue diverse mentre vado incontro al mio destino.

No, non sono i tuoi occhi neri come la pece il mio destino, penso. Il mio inizio e la mia fine è altro. È altrove. Ha la dolcezza dello zucchero filato. L'ho visto in sogno. Sento, con tutti e cinque i sensi. Sento il suono voluttuoso di una frusta. Poi la sua voce, che mi fluisce sulla pelle come il jazz più profondo, penetra in ogni angolo del mio corpo, provoca scintille dorate che mi pizzicano le guance. Non posso resistere a quella voce che mi guida, oltre la siepe, oltre la strada, il confine, l'orizzonte. Una porta. Una chiave. La apro e la richiudo alle mie spalle. È buio, ma posso vedere con gli occhi della mente. Sedotta dalla sua voce. Incantata, come un cobra dal piffero. Sono incastrata, stregata. I polsi legati. Paralizzata dalla paura. La paura una sensazione solida. Solo oscurità e la sua voce luminosa, a rischiarare le tenebre, che si alza e si abbassa con un ritmo ipnotico. Sento il sangue fluirmi fra le gambe. Il calore si espande alle piccole isole brune che popolano la mia pelle, che lui traccerà, come una mappa, in punta di lingua. La sua voce mi riempie di luce e io divento fluida. Ruscello, torrente, fiume che rompe gli argini. Che scorre in un tormento di sottomissione.

Mein Herrscher. Mein neues Leben.

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