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Diario n°:

210

LASCIAMI ANDARE
Liviana Rose

LASCIAMI ANDARE

«Lasciami andare. Non ne posso più di te.»

Stavo cercando di tagliare per sempre i fili con un passato che non era passato, con ricordi da non ricordare, con giornate buie come la notte. Una vita senza uscita, senza gioie, col terrore nella pelle, con l'amore, questo sconosciuto, tirato fuori la sera come un portafortuna solo di nome, come la fotografia di un'utopia.

Questo avrei voluto dire a mio marito!

Questo avrei dovuto dire a mio marito!

Ma non ne avevo il coraggio. Per non fare soffrire i miei figli, per non dover ammettere davanti a tutti, il mondo sempre li ad osservarti e a giudicarti, di avere fallito. Di esserti sbagliata quel giorno in cui hai detto un si che nessuno credeva fosse vero.

E ora vorrei trovare il coraggio di andarmene.

Non voglio più che nessuno possa credere di avere il permesso di salirmi sulle spalle come se niente fosse calpestando quel poco di dignità rimastami. La mia dignità di persona, perché quella di donna è morta la prima volta che lui mi ha costretto a fare sesso, non certo l'amore, contro la mia volontà. Mi aveva bloccato le mani e tappato la bocca perché i vicini non sentissero. Ho imparato sulla mia pelle che era molto meglio se rimanevo passiva, in quelle occasioni. Me ne stavo a gambe aperte, lui spingeva quattro o cinque volte e ansimava un po'. In quei frangenti mi sdoppiavo: diventavo un anima svolazzante che si librava sopra il letto e osservava quei due corpi intenti ad accoppiarsi come animali. Guardavo me stessa e mi biasimavo. Comunque avevo assolto il mio compito al pari di stirargli le camice e fargli trovare un po' di minestra calda.

Ogni volta avrei voluto lasciarlo, ma quando mi decidevo rimanevo incinta. E allora restavo e ricominciavo daccapo. Le gravidanze erano il periodo migliore, perché lui mi lasciava in pace. Aveva pure gesti d'affetto per me in quei mesi. Gli piaceva vedermi così gonfia e sgraziata, impotente. Sapeva di avermi in pugno. Non avevo una famiglia alla quale appoggiarmi per chiedere aiuto. Lui ci giocava alla grande su questo fatto.

Mi muovevo per casa come il fantasma della persona che ero, vivendo di fantasie irrealizzabili. Lasciavo che le mie mani compissero i gesti quotidiani che conoscevano a memoria, mentre la mente vagava alla ricerca di un altro mondo, dove trovare la forza per sbocciare e presentarmi alla vita con tutti gli arretrati che mi erano dovuti. Mi ripetevo che quella volontà poteva venire solo dalla mia forza, una forza che non trovavo da nessuna parte.

Preparavo la colazione e il pranzo e la cena e lavavo e stiravo e pulivo e mi richiudevo nel mio silenzio di sogni.

Poi un giorno, non ricordo bene quando, ho incontrato per caso un uomo, uno di quelli che non puoi fare a meno di voltarti a guardarlo, due bei glutei alti e sodi, due occhi brillanti che pareva di poterci leggere il cuore, vestito come un signore, con un completo di Armani grigio tempesta.

E fu proprio una tempesta quella che mi investì, ebbi addirittura delle vertigini. Afferrai la prima cosa che mi capitò a tiro e la misi nel carrello della spesa che stavo spingendo. Alla cassa avrei scoperto di aver acquistato una colla per dentiere.

Per un attimo, un istante solo, lui mi guardò e io intravidi una piccola luce farsi largo nel tunnel di oscurità che aveva pervaso la mia esistenza fino a quel momento. Poi lui svoltò l'angolo e le nubi tornarono ad ammassarsi, lente, spesse, minacciose come non mai.

Quella notte mio marito tentò di fare sesso, ma io riuscii a scamparla grazie a uno dei miei figli che voleva dormire nel lettone perché non si sentiva bene.

Avevo cinque figli di età compresa fra i due e i nove anni, ma già capivano tanto e, per fortuna erano sensibilissimi, avevano compreso i soprusi a cui ero sottoposta per difenderli dalla cattiveria, quindi cercavano di restituirmi il loro affetto proteggendomi in tutti i modi da un uomo che assomigliava molto di più ad una bestia che ad una parvenza di persona.

La più grande mi aveva chiesto mille volte perché non me ne andavo, assicurandomi che tutti loro erano dalla mia parte. Ma io non me ne andavo proprio per loro, perché conoscendo il mostro, avrebbe potuto combinarne di tutti i colori per vendicarsi di me. Ma avrebbe scelto una vendetta molto lenta e feroce, non avrebbe fatto del male a me, prima l'avrebbe fatto ai miei figli, uno ad uno, per farmi soffrire di più, perché i miei figli erano l'unica ragione per cui resistevo, poi sarebbe passato a me, e forse quella sarebbe stata la sua più grande soddisfazione.

Un orso che finalmente ha trovato il miele.

Poi rividi l'uomo in completo Armani, lo urtai per sbaglio mentre correvo appresso al mio figlioletto più piccolo. Lo pregai di scusarmi e lui invece di farmi notare che il piccolo gli aveva macchiato il vestito, mi invitò a prendere un caffè. I miei figli, che mi avevano circondato in un batter d'occhio, per difendermi, accettarono al posto mio e oltre al caffè fu costretto ad offrirmi anche cinque gelati. La prima domanda che mi fece, tanto per fare conversazione fu:

«Lei è felice?»

«Felice di che? In questo momento?»

«No, tutti i giorni, nella vita. Perché nei suoi occhi mi sembra di leggere una radicata tristezza che certo non fa onore al suo stupendo viso, e al suo stupendo corpo.»

Non sapevo cosa rispondere perché quell'affermazione mi era parsa un complimento e io non ricordavo nemmeno più l'ultimo che ricevuto.

«È già un po' di tempo che la vedo qui al centro commerciale, e non l'ho mai vista sorridere di cuore. Ho voluto conoscerla, perché la notte sogno di poterle sfiorare le labbra mentre sorridono. Vorrei farla felice.»

 

Lo incontrai ancora e ancora, e tutte le volte, senza che io volessi, riusciva a farsi raccontare un pezzo della mia vita. Ma non mi giudicava e gli ero grata per questo. Non mi reputava una debole, ma una prigioniera degli eventi.

 

Poi un giorno mi invitò nel suo ufficio, era l'amministratore delegato della società che possedeva il centro commerciale, e cominciò a sfilarmi gli indumenti, mi diede baci che parevano essere possibili solo nei miei sogni, mi fece sentire donna e desiderata.

Mi fece sentire come acqua fra le sue mani: per lui ero come un'opera d'arte da ammirare solamente.

 

Ci incontrammo tante volte, andando sempre più avanti nella conoscenza dei nostri corpi.

 

A casa, mentre mio marito mi saliva sopra, se chiudevo gli occhi, potevo riportare alla mia mente anche i minimi particolari dell'atmosfera di quell'ufficio: i quadri di paesaggi assolati, la collezione di National Geographic, il soffice tappeto persiano, la musica in sottofondo e l'aroma al sandalo che impregnava l'aria e mi solleticava le narici.

 

La fantasia mi aiutava a non soffrire e a cercare in me la forza di reagire. Il mio corpo era sotto mio marito, la mia mente lavorava alacremente, la mia anima volava tra quelle accoglienti mura ocra.

Ma in quell'ufficio non facemmo l'amore.

 

Io cominciai a scrivere le mie sensazioni in ogni momento libero, scrivevo su ogni pezzo di carta quanto l'amavo, quanto lo volevo, quanto bramavo di sentirlo dentro di me. Quanto volevo fare l'amore per la prima volta nella mia vita. Poi raccoglievo tutti i foglietti e li davo a lui, perché mio marito non li trovasse. Ormai eravamo giunti al parossismo, ci cercavamo ogni minuto libero e non aspettavamo altro che una buona occasione per fonderci per la prima volta in un unica anima.

Come un fulmine a ciel sereno, ci venne data un'opportunità grazie ad un viaggio di lavoro di mio marito. Ci incontrammo a casa mia perché non potevo lasciare da soli i bambini per troppo tempo, così avremmo potuto goderci il momento più importante delle nostre vite senza avere altri pensieri per la mente. In fondo i ragazzi non costituivano un problema perché stravedevano per Andrea, così si chiamava, e non volevano certo che i bei giorni finissero per una parola sfuggita davanti al loro padre solo biologico. Vedevano la loro madre felice e avevano trovato un uomo che fosse per loro anche genitore.

Facemmo l'amore nel letto che aveva voluto dire soprusi, incomprensioni, ferite profonde nel cuore. Pensavo che non ci sarei mai riuscita e invece capii che non era il luogo che contava, ma la persona, l'anima, che avevo trovato.

Mi prese con dolcezza come se neanche avessimo aspettato tutto quel tempo prima di farlo. Mi parlò, mi chiese di assecondarlo, di donargli me stessa, di chiedere senza falsi pudori. E quella notte lo facemmo ancora, sempre più consapevoli del nostro coinvolgimento. Ognuno ascoltava ed assecondava il corpo dell'altro. Ritrovai sulla sua pelle l'odore del sandalo, il suo sapore. Dieci anni di cui mi vergognavo vennero cancellati in meno di un secondo, quel battito d'ali che occorreva per dire "ti amo".

Credevo che quella dovesse essere la più grande soddisfazione che la vita potesse darmi.

Invece mi sbagliavo, perché mentre stavo godendo per l'ennesima volta dell'affiatamento col mio partner, mio marito fece irruzione nella camera da letto, ci vide e non ebbe nemmeno il tempo di sputarmi addosso il veleno che gli avevo letto negli occhi, perché si accasciò per terra e morì.

Aveva avuto un attacco in quel cuore che non aveva mai avuto, e quella, a costo di parere insensibile, fu la più grande soddisfazione della mia vita.

Ora vivo con Andrea e i miei cinque figli. Ho cominciato a scrivere e ho pubblicato qualcosa. Mi sto facendo un nome e la mia storia forse diventerà un film per la televisione.

Il mio editore mi chiede altre storie ma non è così semplice trovare il tempo di scriverle perché i miei cinque figli mi danno un gran daffare. Anche loro, oltre a me sono rifioriti, nel senso che sono finalmente tornati ad essere bambini e non più adulti in un corpo troppo piccolo.

 

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