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Diario n°:

106

LE ORE D’ACQUA
GiuliaSays

LE ORE D’ACQUA

«Mi hai detto che non ti importa un cazzo di Venezia e che l’unica cosa essenziale è trovare un po’ di tempo per scopare con me.»

Andrea sorride mentre mi riferisce parti della conversazione avvenuta la notte prima. Ogni tanto stacca le mani dal volante e gesticola per accompagnare le parole. Io, che ho sempre avuto paura di morire giovane, trattengo il fiato finché lui non ritorna a concentrarsi sulla guida. Centonovanta chilometri orari in corsia di sorpasso mi sembrano un buon motivo per non distrarsi troppo.

«Ho detto proprio così? Con queste parole?»

Mi sento un po’ in imbarazzo, e non certo per aver usato un linguaggio scurrile. Andrea ed io siamo rimasti fino alle quattro del mattino al telefono ed io non ricordo quasi più nulla di ciò che ci siamo detti.

«Sì, hai usato queste parole esatte… Posso chiederti quanto hai bevuto ieri sera alla festa?»

«Oddio… qualche aperitivo, un paio di bottiglie di vino, diversi liquori a fine cena… insomma, decisamente troppo per me…»

Sì, troppo. A volte non mi contengo, non posso farci nulla. Gli eccessi di cibo, alcool e sesso mi rassicurano, sono l’unico modo che ho per capire che esisto, che sono reale e concreta. Niente riesce a scuotermi più di un orgasmo quando la nausea attanaglia la gola e la mente è rarefatta. Come le carezze di quello sconosciuto, ieri, nella toilette del locale. Non ricordo il suo volto e nemmeno il suo sapore, ma vedo ancora le sue mani riflesse nel grande specchio percorrermi il corpo, ed io lì, ferma immobile, pigra come un gatto assonnato, che ascoltavo i suoi tocchi e gemevo.

«Ho goduto mentre mi parlavi. Eri molto provocante. Avrai anche bevuto troppo, ma ti ho trovata deliziosa. Eri davvero un’adorabile troia…»

Conosco donne che si offenderebbero a morte dopo una frase del genere. Io invece sorrido lusingata, cercando di sbirciare gli occhi verdi di Andrea nascosti dietro gli occhiali da sole. Ha deciso di farmi visitare Venezia.

Non ci sono mai stata prima. Solo per pigrizia, visto che da casa mia ci si arriva in un paio d’ore d’auto. E mentre percorriamo il ponte che divide la terraferma dalla laguna, quasi mi si ferma il cuore.

La giornata è serena, ma una leggera foschia dilata ogni cosa rendendo il paesaggio irreale. La lancia che Andrea ha noleggiato si fa largo agile anche tra i canali più angusti. Mentre guardo estasiata le facciate dei palazzi e gli scorci suggestivi, lascio che lui mi massaggi le spalle: Andrea sa sciogliere anche le tensioni più ostinate, mi sa calmare. Spruzzi d’acqua mi solleticano il volto. Lo sciacquio e l’odore salmastro mi inteneriscono, ed io, che ho sempre odiato il mare, qui sono costretta a ricredermi. Piazza San Marco è vicina, ci prepariamo a rimettere piede sulla terra ferma. Scopro con sorpresa che stare sulla barca non è poi così diverso dall’essere ubriachi: si perde il senso dell’equilibrio e lo stomaco si fa pesante. Scoppio a ridere quando inciampo nella scaletta e quasi finisco in acqua. Solo un intervento provvidenziale frena la mia caduta, impedisce il tuffo; ancora una volta mani sconosciute, e la mia testa confusa: l’addetto all’attracco mi guarda divertito e mi salva per un pelo.

 

Scelgo d’istinto. Scarto la Basilica ed opto per il Palazzo Ducale. Sono in una delle piazze più famose del mondo, un’orchestrina suona un noto tango argentino, e devo decidere cosa visitare; so bene che non ci sarà il tempo, né la voglia, per recarsi in tutti i luoghi più significativi, così mi lascio attrarre da vicende di Dogi e cortigiane. Prediligo sempre il profano, al sacro.

 

Le stanze sono ampie, ma l’atmosfera è greve. Troppi soffitti dorati e pesanti che Andrea deve farmi notare ogni volta, perché il mio sguardo si ostina a distendersi sempre e solo ad altezza d’uomo. Legni scuri, antichi, ed ancora odorosi se ci si avvicina col naso. Dovrei percepire la storia, prestare più attenzione, ma non riesco a trarre piacere da questi luoghi. Solo pochi dipinti mi colpiscono: gli inferni ed i paradisi di Bosch, coi suoi mostriciattoli deformi ed i suoi angeli splendenti. Visionario, mistico o paranoico? Non saprei dire, ma sono certa che anche lui abusasse di alcolici, basta guardare i suoi quadri per rendersene conto.

 

Nelle prigioni rinasco. Saltello come una bambina stupida appena oltrepasso il Ponte dei Sospiri. Ho sempre avuto un discreto senso del macabro, mi è rimasta la tipica crudeltà infantile. Non penso alla sofferenza passata per queste celle umide, mi aspetto solo di incrociare il lupo cattivo dietro ad ogni angolo, come se fosse un gioco, come se fosse stato tutto finto e nessuno fosse rimasto a marcire lì dentro. Sento l’acqua, fuori, che scorre.

 

Rubo un cucchiaino d’argento. Lo infilo svelta nella borsa, in un momento in cui i camerieri sono impegnati ad un altro tavolo. Andrea ed io stiamo bevendo il tè delle cinque alla caffetteria dell’hotel Danieli. L’ho visto solo nei film, questo posto, e mi sento inadeguata. Probabilmente noto solo io la severità di ogni sguardo che mi si posa addosso, nessuno fa veramente caso alle mie scarpe sdrucite ed ai miei capelli in disordine. Forse i segni della stanchezza per la notte brava trascorsa non sono poi così evidenti, ma io li sento pesare sul viso, mi pulsano nelle tempie. Cerco di parlare a voce bassa, provo a non muovermi troppo, sto dritta con la schiena, ma è una tortura insopportabile, così mi accascio sul divanetto e mi concentro solo su Andrea, sui suoi occhi chiari ed il suo sorriso sincero.

Calmo serafico, mi sussurra in un orecchio che una bella persona come me merita solo le cose migliori. Non credo mai ai complimenti che mi vengono fatti, ma questo è proprio ciò che avevo bisogno di sentirmi dire.

 

Maledico i turisti giapponesi. Fosse per me li annegherei tutti nel Canal Grande. Vorrei tanto lasciarmi andare, abbassarmi tra le gambe di Andrea, slacciargli i pantaloni e tenere tra le labbra il suo cazzo carnoso, ma mentre passiamo con la lancia sotto i ponti e vicino agli scali dei vaporetti, c’è sempre un omino con gli occhi a mandorla pronto ad immortalarci con una macchina fotografica od una telecamera palmare. Il mio lato esibizionista non arriva a tanto. Dovrò aspettare, per ora è sufficiente farsi cullare dal lieve moto ondoso che lambisce la barca e dalle carezze di Andrea che lambiscono me. Il riverbero dell’acqua mi stordisce ed allo stesso tempo mi rassicura. Potrei addormentarmi felice, in questo momento, mentre saluto Venezia e la laguna.

 

«Sto davvero bene, anche se non ho ancora capito cosa stiamo facendo.»

Andrea parla piano, nudo di fianco a me, mentre mi abbraccia.

Siamo stesi sul letto da ore, senza fare l’amore e senza il bisogno di riempire i nostri silenzi a tutti i costi. Non ho ancora toccato il suo sesso, non l’ho nemmeno sfiorato con le labbra. È questa calma che ho dentro ad essere strana, a richiedere tutta la mia attenzione. Devo ascoltarla come si ascolta una canzone lontana, che arriva flebile attraverso la nebbia, che supera lo spazio ed il tempo. In principio si percepisce distorta, confusa, ovattata, ma con un po’ di concentrazione la melodia si fa chiara, le parole si dipanano ed acquistano senso. Non mi importa di godere, non sento la necessità di far godere lui. Non ho l’urgenza di dimostrare quanto valgo a letto, quanto so essere porca. Ci sono io qui, con le mie debolezze senza veli, e non la rappresentazione di ciò che ci si aspetta da me. Ed è solo assecondando la musica che ho in testa, via via sempre più sincera, che salgo sul corpo di Andrea. Lascio che la mia pelle aderisca il più possibile alla sua. Aggancio il suo sguardo limpido e lucido, ed inizio a muovermi lenta, come un’onda quieta. Mi sento fatta d’acqua, fluida e costante. La stessa acqua che mi ha accompagnato per tutta la giornata. La stessa acqua di cui è fatto Andrea, liquido e paziente. Ed è con l’impeto di una marea che i nostri respiri si fanno corti, che al mio movimento si aggiunge il suo. Così non ci stupiamo di rimanere senza fiato, bagnati del nostro piacere. Nell’acqua si può anche annegare.

 

Vorrei portarmi a casa il suo profumo. Vorrei che le tracce del suo seme si fondessero definitivamente con la mia pelle. Vorrei che il suo piacere restasse sempre parte di me. Ma adesso Andrea aspetta fuori dalla porta. Io sono sotto la doccia, da sola, che ascolto le gocce tiepide con le loro carezze sul mio corpo. E tutto viene sciacquato via.

 

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