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Diario n°:

72

LE PICCANTI CONFESSIONI DI UN'ESIBIZIONISTA INCONSAPEVOLE
Lily Carpenetti

LE PICCANTI CONFESSIONI DI UN'ESIBIZIONISTA INCONSAPEVOLE

Mi chiamo Lara e sono nata e cresciuta a San Donà di Piave, un piccolo comune veneto, fino al momento di abbandonarlo per completare i miei studi; un passo che ha segnato una svolta epocale nella mia vita, non sul piano accademico e professionale, bensì per la consapevolezza che mi ha permesso di acquisire riguardo al mio vero io.

Ma andiamo con ordine.

Studiavo ingegneria, e il solo fatto di aver scelto quella facoltà mi poneva sul piano dei secchioni. Con i numeri ci ho sempre saputo fare, è con le parole che le cose si complicavano. Tanto da rendermi un topo, pronto a nascondermi pur di non coinvolgermi in una conversazione con nuove conoscenze.

Questo atteggiamento non ha certo giovato alla mia popolarità, né alla vita sociale, che si riduceva a un gruppo ben ristretto di persone.

Morena mi è stata subito simpatica. Venivamo entrambe dallo stesso comune e, anche se non ci eravamo mai incontrate, una mia compagna del liceo mi aveva informata del fatto che una sua amica sarebbe venuta a studiare a Trieste, e che cercava qualcuno per dividere le spese di un appartamento in affitto. Così ci presentò e partimmo insieme alla conquista del nostro futuro.

Al contrario di me, Moe si dimostrò molto espansiva, ma non impicciona. Con lei riuscii ad aprirmi e divenimmo subito affiatate. In pochi mesi, divenne il mio punto di riferimento fuori casa e la mia motivatrice sociale, tanto da riuscire a trascinare me, la cozza per eccellenza, prima in alcuni bar e poi, addirittura, a delle feste in discoteca.

Non che fossi brutta, anzi, anche al liceo non avevo nulla da invidiare alle più corteggiate dell'istituto, solo che preferivo nascondermi dietro a un libro, anziché mettermi in mostra.

Fu a una di quelle feste universitarie che conoscemmo Roberto e Giammarco, due studenti di lettere, che ci colpirono per i modi gentili, al contrario di certi animali che giravano in quegli ambienti.

Il loro approccio fu discreto e non mancò di una conversazione brillante, a dispetto della musica alta.

In tre settimane, la nostra frequentazione divenne assidua, senza limitarci alle serate dei weekend. In particolare, io e Giammarco ci scoprimmo affini per i gusti letterari e ci incontrammo spesso, anche da soli, per scambiarci dei romanzi o fare un salto in libreria.

Grammarco mi piaceva, come non mi era mai piaciuto alcun altro ragazzo prima di allora. Avevo avuto alcune cotte, ma tutte passioni tiepide, che non mi avevano offerto la spinta ad abbandonare il mio guscio. Con lui, invece, sentivo di potermi aprire, di aver trovato l'anima gemella.

Non credo che per Moe e Roberto fosse lo stesso. Erano amici, ma lei conosceva un sacco di gente e, anche se al momento non frequentava un ragazzo, non sembrava interessata a lui a quel modo.

Il primo bacio tra Giammarco e me avvenne in un giorno di Bora, sotto al municipio. Ci eravamo fermati un attimo, di passaggio al tramonto, per ammirare il mare sferzato dal vento, con gli spruzzi delle onde che arrivavano quasi in strada, quando una folata fece quasi volare via il mio cappello. Mi si sarebbe di sicuro sfilato dal capo, se lui non lo avesse bloccato con una manovra azzardata, contornando la mia testa con la sua presa. Ci siamo trovati naso contro naso e il mio cuore ha perso un colpo, ma non mi sono ritratta e non l'ho fatto neppure dopo, quando lui ha inclinato leggermente il mento per raggiungere le mie labbra.

Così, era ufficiale: il mio primo bacio l'avevo dato a diciannove anni avanzati. Ma ero felice di aver aspettato, era perfetto, e i brividi che provavo in tutto il corpo superavano quelli per il freddo.

Eravamo già euforici, preda di quella sensazione di accesa vivacità, che solo la Bora può trasmetterti, tanto che viene usato il termine gergale imborezzato, per indicare chi non riesce a smettere di muoversi, parlare e ridere. Così, quel bacio fu la diretta conseguenza della sovra eccitazione che ci teneva già in ostaggio, ma che era niente paragonato alle sensazioni che mi trasmise.

Sentivo le gambe molli e un buco nell'addome che si allargava sempre più. Le mani mi tremavano e la testa vorticava, ma la cosa che mi colpì con maggior prepotenza fu il calore e le scosse che sferzavano la mia intimità.

Non avevo mai baciato un ragazzo ed ero ancora vergine, ma mi ero abbandonata anch'io a fantasie che mi avevano spinta ad accarezzarmi per provare piacere. In quel momento, sentii un'ondata di desiderio mai provata e il bisogno di toccarmi, anzi, di farmi toccare da lui.

Mi strinsi al suo corpo, vincendo le ultime ritrosie e inseguii quella lingua vorace, che continuava frenetica a giocare a nascondino nella mia bocca.

Il bacio, prima accennato e delicato, si era trasformato in un forsennato scambio di saliva al quale non volevo sottrarmi. E l'umidità che sentivo sulle labbra andava di pari passo con quello che percepivo allargarsi nelle mie mutandine.

La vergogna che provai, rendendomi conto di colare umore tra le cosce, non mi fece arretrare, ma mi rese più audace. Non mi dimostrai una timida sprovveduta che si faceva baciare, ma avevo parte attiva in quel preludio a ciò che avevo preso a bramare.

Il commento sarcastico di un passante ci scosse e ci scostammo per fissarci confusi. Lui era bellissimo, arrossato sul volto per effetto del freddo e dell'eccitazione; gli occhi miopi, chiari come l'acqua di una piscina, più lucidi e vividi che mai.

Io tremavo e continuavo a reggermi alle maniche del suo cappotto, artigliando la stoffa, per non staccarmi.

Ero ebbra di emozioni, audace e vogliosa come non immaginavo di poter essere. La cautela e la riservatezza avevano lasciato il posto a un'unica sensazione: la voglia, una smania di contatto fisico mai provata. Ero febbricitante per il desiderio di provare il piacere, che fin'ora avevo vissuto in solitario, con il ragazzo davanti a me.

Tirai il suo corpo verso di me e arretrai, per trascinarmelo dietro, in una nicchia del palazzo, e mi avventai nuovamente sulle labbra tumide e arrossate, per immaginare l'effetto che avrebbe fatto la sua lingua guizzante in mezzo alle altre mie labbra, su quel grilletto che desideravo martoriare di strofinamenti vigorosi.

Mi sfuggì un mugolio che cercai di soffocare succhiandogli il mento. Ma l'aveva udito e si senti incoraggiato a posare una mano sul mio seno. Ben misera soddisfazione un contatto attraverso tutti quegli strati di stoffa, ma sentii lo stesso la scossa di piacere per quel passo avanti.

Volevo di più e lo volevo proprio in quel momento, in quel luogo esposto, anche se mi sentivo schermata dal corpo di Giammarco curvato su di me. Eppure, ero troppo inibita per chiedere ciò che desideravo: l'oscenità che mi martellava nella mente, la richiesta di essere masturbata per strada da un uomo che conoscevo poco e con il quale non avevo mai avuto un contatto romantico.

Continuai a baciarlo e aprii le gambe, in modo che il suo ginocchio vi si insinuasse nel mezzo. Oddio, ringraziai la mia scelta di indossare gonna e cappotto, nonostante le temperature rigide, perché così solo un sottile lembo di lycra divideva la mia passerina dal jeans che avvolgeva la sua gamba.

La pressione era sublime, ma non potevo mettermi ad ondeggiare avanti e indietro come fanno i cani avvinghiati alle nostre gambe, quando sentono il desiderio di scopare. Lo feci un paio di volte, ma fu più un sobbalzo, che fece ingrossare maggiormente il mio clitoride, gonfio di umore e desideroso di sfogarsi.

Afferrai con prepotenza la mano di Giammarco e la infilai lì, dove volevo.

«Vai sotto la stoffa» ringhiai con una voce che stentai a riconoscere per il feroce timbro imperativo. «Voglio godere!»

Le dita si insinuarono nelle mie mutandine, invischiandosi nel succo caldo, che ero felice lui sentisse. Il richiamo della carne, il segno del mio essere pronta.

Non volevo essere egoista, così, anche se mi sentivo insicura nei movimenti, massaggiai la sua erezione da sopra il pantalone.

Le dita titillavano frenetiche il clitoride e tentarono un paio di volte di avanzare per cercare la mia insenatura pulsante. Ma mi ritrassi leggermente: faceva male.

Urlai nella sua bocca, quando raggiunsi l'orgasmo e sentii che anche lui si era svuotato.

«Sono venuto nei pantaloni come i ragazzini» rise.

«Sento ancora il mio liquido colare fra le gambe» risposi a tono.

Ero ancora posseduta dalla lussuria, un demone che avevo sottopelle e mi faceva ragionare come una cagna in calore.

Lui non si sconvolse da quel mio cambio di registro, ridacchiò e mi regalò un bacetto casto e dolce, a fior di labbra.

Riprendemmo la nostra camminata, come se nulla fosse successo. A braccetto, da amici.

Una volta a casa iniziai a provare vergogna per ciò che io stessa avevo provocato. Mi misi persino a piangere, sentendomi una donnaccia.

Ma più tardi, nella vasca da bagno, presi a stimolarmi in mezzo alle gambe con il doccino, nel ripensare a Giammarco e al ditalino che mi aveva regalato.

Per la mortificazione che provavo per il comportamento tenuto, avevo persino pensato di non vederlo più. Ma ogni volta che pensavo a lui, le mie mani volavano sulla mia farfallina già zuppa di umori.

Così, accettai il suo invito al cinema e, quella sera, ero già eccitata prima di uscire, tanto che pensai di non indossare le mutandine sotto la gonna. Stupendomi di tale premeditazione, dopo aver giurato a me stessa di non prostrarmi di nuovo così spudoratamente al richiamo del sesso.

«Immaginavo che preferissi vedermi in un posto pubblico» spiegò lui, timoroso, come a scusarsi di ciò che era accaduto.

Doveva essersi spaventato dal fatto che lo avessi evitato per tre giorni. Periodo in cui mi ero chiusa in casa con l'intento di dimenticare l'esperienza, ma che invece mi aveva coinvolta in estenuanti sessioni di auto erotismo.

Le parole accorate di Giammarco ebbero l'effetto contrario su di me, stuzzicandomi maggiormente.

Al momento, risposi solo con un sorriso, ma quando le luci si spensero in sala, posai la mia mano sulla sua, per giocherellare con i polpastrelli sulle sue dita.

Il solo contatto con lo strumento che mi aveva regalato piacere, mi fece bollire il sangue. Aprii le cosce e portai la sua mano proprio lì, dove poter dare sfogo a quelle che, ero certa, fossero anche le sue fantasie.

Ma stavolta, non mi limitai a strizzargli l'uccello attraverso i pantaloni. Armeggiai con la cerniera e lo liberai, afferrandolo saldo in mano, per iniziare il saliscendi che sapevo gli donasse piacere.

Le dita della sua mano sinistra continuarono a sguazzare nella mia figa, mentre la sinistra mi diede più volte il ritmo, per farmi rallentare.

Ci baciammo nel godere quasi in contemporanea e del film non guardammo neanche una sequenza.

Quando mi riaccompagnò a casa in macchina, io non ero ancora stanca e appagata. Anzi, l'aria fredda su per le cosce mi aveva ringalluzzita.

«Vuoi baciarmi?» sussurrai, una volta fermi.

Lui si avvicinò al mio viso, ma io scossi il capo guardando in basso, alle mie gambe spalancate, mentre sollevavo la gonna per mostrargli la sua impudente compagna di giochi.

La lingua che sbatteva contro il mio grilletto mi riempì di piacere, spingendomi a dimenarmi, nel dar libero sfogo a ciò che avevo solo pensato, fino a quel momento.

Lasciai anche che la insinuasse nel mio stretto pertugio, godendo dall'essere scopata da una bocca, senza provare fitte all'imene.

Questa volta, non mi preoccupai del suo piacere e, una volta goduto, scappai fuori dall'auto senza una parola.

A casa, mi masturbai ancora, davanti allo specchio, meditando su come avrei voluto perdere quella fin troppo mantenuta verginità. Volevo fosse speciale. Ma non per una sorta di pensiero romantico, solo perché tutti i miei ormoni reclamavano di farmi scopare. Non volevo fare l'amore, volevo lasciarmi stravolgere da qualcosa di torbido e lascivo.

Ormai, la vecchia me era sparita, schiacciata da una nuova donna libidinosa, che bramava il sesso sopra ogni cosa. Il cervello aveva ceduto il comando alle ovaie, che guidavano ogni mio gesto.

Quel weekend non presi il pullman con Morena, per andare a casa e, approfittando dell'appartamento libero, invitai Giammarco da me.

Casa libera, solo per noi due, e nessuna fretta. Avevamo tutta la notte davanti. Ma c'era qualcosa che non tornava.

Ero inquieta, quasi timorosa. Anche i baci non riuscirono a scaldarmi. Li assaporai, forse più delle altre volte, ma non ebbero su di me l'effetto di quella frustata di desiderio.

Mi sentivo attratta da quel ragazzo e tutto stava andando nel modo più naturale possibile, eppure ero prostata dalla delusione. Mi sentivo amata, pure eccitata, ma non mi sentivo porca. E la cosa non mi permetteva di godere l'attimo.

«Cosa c'è che non va?» mi interrogò Giammarco, dolce, sorpreso dalla mia rigidità.

«Non lo so, scusa...» mormorai confusa. «Tu mi piaci, sul serio. Non so cosa ci sia che non va. Voglio andare avanti, ma non è come le altre volte.»

«Forse è solo paura» offrì lui. «Sei vergine, vero?»

Annuii vergognosa. Sì, una vergine che si era comportata da bagascia depravata ad ogni angolo.

Dopo un attimo di esitazione, cominciai a intuire qualcosa su come poter migliorare l'atmosfera.

«Aspettami qui» mormorai, nel lasciarlo sul divano.

Andai in camera e mi spogliai completamente nuda, per pararmi davanti a lui già più disinvolta. Il solo pensiero di essere trasgressiva, esibizionista, fece tornare il fuoco dentro di me.

Lo bloccai dall'alzarsi e presi a masturbarmi davanti ai suoi occhi, invitandolo a fare lo stesso.

Già questo aveva ricondotto la mia vulva a sbrodolare, ma avevo in mente di più.

«Vuoi scoparmi?» lo apostrofai.

Lui mi fissava interdetto, intimorito da quel modo di esprimere che non mi si confaceva. D'altra parte, io ero quella che si era fatta frugare nella figa sotto il palazzo comunale e in un cinema, e che aveva preteso un cunilingus in macchina. Non ero poi quell'angioletto innocente, no?

Speravo solo di piacergli ancora in quella nuova veste da divinità erotica.

«Io lo voglio!» insistetti per incoraggiarlo.

Giammarco si spogliò e mi raggiunse in mezzo alla stanza, con la sua mazza bella ritta in mezzo alle gambe.

Sfiorai il cazzo, emozionata per quanto fortemente lo volessi dentro di me, anche senza la delicatezza che una prima volta richiederebbe. Ma la mia mente era ammorbata dalla lussuria.

Ero porca e la cosa mi piaceva.

«Non qui» lo istruii. «Ti va di farlo sul terrazzino?»

Il fatto di essere esposta a un possibile occhio estraneo, era quello che accendeva il fuoco in me.

«Tranquillo, siamo all'ultimo piano, nessuno può vederci. Davanti a noi c'è solo il golfo, in lontananza» lo rassicurai. «Non so perché, ma la sola idea di essere in uno spazio esposto, mi predispone a lasciarmi andare con più passione.»

Lui mi seguì fino al terrazzino e aspettò che mi piegassi a novanta gradi, contro la balaustra, con il culo che puntava dritto verso di lui, e la passerina invitante ben esposta. Era la mia prima volta, ma non desideravo accoglierlo sul mio seno e baciarlo mentre mi penetrava, volevo venir cavalcata fino allo sfinimento.

Giammarco si infilò un preservativo e avvicinò la cappella al mio orifizio, già abbondantemente lubrificato, per premere con delicatezza. Io mi spinsi all'indietro per accoglierlo e lui capì il messaggio: non doveva indugiare.

Sentirmi lacerare non frenò la mia libidine, ma mi portò a seguire il ritmo sempre più serrato della monta. Colpi secchi e sguscianti che bramavo ritraendomi e offrendomi di nuovo, con forza, per sentirmi ricolma del suo ardore maschile.

Lui dovette sorreggermi perché l'orgasmo mi squassò, facendo cedere le mie ginocchia.

Poco dopo, gli permisi di possedermi nuovamente, a letto, nella maniera più adatta a una coppia di innamorati. Ma trovai un nuovo stimolo: lo specchio. Così, dovette cedere a soddisfarmi una terza volta, con me sopra, girata di spalle a lui, mentre rimiravo la mia immagine selvaggia, che si faceva riempire dal suo membro.

Godevo anche della sola idea dell'immagine che trasmettevo: era un gioco perverso al quale non sapevo se sarei mai stata capace di rinunciare.

A poco a poco, con Giammarco abbiamo trovato un equilibrio, tanto da aver cercato un appartamento solo per noi due. Con la camera da letto piena di specchi, anche sul soffitto.

Ci amiamo e stiamo insieme, come una normale coppia di innamorati. Ma ogni tanto, mi piace farmi scopare su un prato dell'altipiano carsico, o fargli un pompino in un androne isolato.

Ora conosco la verità, la me stessa più genuina. Non ero timida, semplicemente non mi ero mai trovata prima nella situazione giusta che potesse spingermi a liberare la mia lussuria. Sono felice di aver scoperto questa mia vena esibizionista assieme al ragazzo che amo, e anche lui.

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