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Diario n°:

70

LE VOGLIE DELLO CHEF
Orchidea De Castro

LE VOGLIE DELLO CHEF

Non era bello chef Alvaro, la natura lo aveva fatto piccolo, grassoccio e nasuto. Stempiato, i pochi, sottili capelli li legava in un codino che pareva quello di un topo. In cambio il buon Dio gli aveva donato una grande simpatia e soprattutto una mano felice in cucina alla quale si era interamente consacrato. Creativo, bizzarro, ingredienti al top, era proprietario del miglior ristorante della città. Stellato, segnalato dalle guide importanti bisognava prenotare almeno tre giorni prima. Innanzi ai suoi piatti gli uomini più burberi diventavano affabili, le signore lo adoravano:

«Alvaro oggi hai superato te stesso. Alvaro sei uno chef sublime. Che delizia Alvaro!»

Chef Alvaro gonfio di soddisfazione chinava con finta modestia il capo, ringraziava e si schermiva: «Signori miei sono solo un umile cuoco.» Aggiustava la toque bianche e fuggiva ai fornelli.

Dalla grande vetrata che separava la cucina dalla sala chef Alvaro osservava i clienti, niente sfuggiva al suo occhio attento. I camerieri dovevano essere perfettamente sincronizzati nell’alzare le cloche al tavolo. Era di grande effetto per le signore. Ah le signore! Chef Alvaro le ammirava tutte, brutte e belle. Galante le accoglieva col baciamano, impertinente ben altro avrebbe voluto baciare, le accompagnava a sedere, un ampio inchino, dovevano sentirsi delle regine e di volata tornava nel suo regno.

Per ognuna aveva un complimento vagamente malizioso:

«Cara ho guarnito il piatto con bacche di ginepro rosso fuoco, si intonano magnificamente col suo vestito e il suo temperamento.»

«Mattacchione d’un Alvaro sa bene come far sorridere una donna.»

E i conti, pur salatissimi, venivano pagati con impassibilità. Chef Alvaro aveva sperimentato che quando mangi ottimamente e sei a tuo agio sborsi quel che chiedono senza lamentele. Dai piatti ordinati e dal modo di pasteggiare ipotizzava il carattere delle persone. Le donne lo intrigavano particolarmente, quelle fameliche lo eccitavano, le immaginava insaziabili a letto, avide di sesso, disposte ad ogni cosa nelle posizioni più oscene. Si accalorava ulteriormente tra i fumi delle pentole, il membro si ingrossava e la puntina al collo assorbiva più sudore del solito. Guardava le loro mani, fantasticava su ciò che toccavano e accarezzavano nei rapporti carnali. Corpi aggrovigliati nell’estasi, copule sfrenate, piaceri dissoluti. Sognava d’essere in quelle bocche voraci e gridare:

«Sì… mangiami tutto… dilaniami…sbranami.»

Con uno scossone placava l’ardore e tornava alla sua arte promettendosi di ripensare a quelle maliarde allorché, solo nel letto abbracciando e mordendo il cuscino, si sarebbe dato piacere. A tal guisa possedeva tutte le avventrici. Ma quando lei entrò nel ristorante in un baleno fu soggiogato. Alta, bella, procace, provocante, occhi grandi e languidi, bocca sensuale. Cappello con vezzosa veletta, gonna ampi spacchi laterali da cui si intravedevano le giarrettiere delle calze a rete, camicia attillata, scollatura vertiginosa, mostrava un reggiseno ricamato che a malapena tratteneva il petto tumido e sodo, palpitante ad ogni respiro. In braccio un chihuahua col collarino di strass.

«Non ho prenotato, mi accontenterei di uno strapuntino. La mia Fifì è tanto educata resterà a cuccia, buona buona, ai piedi.» La voce calda, carezzevole, insinuante, penetrò nell’animo di chef Alvaro che presale il soprabito cortesemente rispose:

«Madame il miglior tavolo è suo se avrà la bontà di pazientare un tantino. Gradisca, nell’attesa, una coppa di champagne sceltissimo.»

Al tavolo gli spacchi della gonna mostravano le cosce tornite, marmoree, fasciate dalla balza di pizzo. Fifì, rannicchiata ai piedi, infilava il muso nella rete delle calze costringendo la padrona ad allargare le ginocchia. Ad ogni movimento la gonna saliva sempre più scoprendo i fiocchetti del reggicalze. Chef Alvaro avrebbe dato l’anima per trovarsi al posto di Fifì, strusciarsi su quelle gambe e fiutare l’odore dell’intimità. Sentire il calore tra le cosce, massaggiarla sotto le mutandine, leccarne l’umidore. Infiammato e nervoso le porse il menù, la giacca lunga copriva l’impudico gonfiore dei pantaloni.

«Cosa ordina signora?»

«Signorina prego, cinguettò ammiccante, faccia lei, sono nelle sue mani.» Continuò allusiva.

«Signorina da quest’istante la mia cucina è tutta per lei.»

«Mi chiami pure Adelaide.» E con gesto ambiguo posò il menù.

Chef Alvaro, conturbato, ritornò ai fornelli deciso a dare il meglio di sé.

«Che donna!» Pensò mentre armeggiava con le padelle.

Più la guardava più si rimescolava il sangue. La desiderava con passione, si struggeva dalla voglia. La vedeva nella posa della sfinge con la testa sul pene, ingoiarlo fino in fondo e non lasciar cadere una sola goccia del seme. Ah morire nella bocca voluttuosa! Per un soffio non bruciò la salsetta. Beata Fifì! Adelaide ora accarezzava col piede nudo la testolina. Si sarebbe lasciato calpestare e incidere la carne col tacco sottile, farsi portare al guinzaglio e lasciarsi scudisciare se lei avesse voluto. Dalla sala Adelaide gli lanciava occhiate cocenti, lui fremeva e rabbrividiva. Golosa, divoratrice, mangiava di gusto. Chef Alvaro sognava di accarezzarne il corpo florido, prendere tra le mani i seni polposi, baciare e mordere fino allo sfinimento i capezzoli turgidi; affondare la faccia, strofinare la bocca sull’intima, morbida pelliccia, premere cupidamente le labbra sulla vulva calda e bagnata, penetrarla, goderla, dominarla nei modi più lascivi e libidinosi. Sentirla urlare e colare di piacere. Quella donna gli avrebbe regalato notti di fuoco, orgasmi potenti, violenti, febbrili. Con lei si sarebbe stimato un superuomo. Nessuna gli aveva fatto girare la testa così. Era innamorato, doveva essere sua. Dopo otto portate innaffiate da altrettanti vini, chef Alvaro oltremodo scombussolato le servì il dessert.

«Adelaide a questo dolce ho dato il suo nome è un exploit di frutta e crema. Un vulcano incandescente, rovente, bruciante, come lei.»

Adelaide affondò il cucchiaio, licenziosamente lo portò alla bocca e con lingua serpentina lo leccò. Fissò audace chef Alvaro e sussurrò:

«Che goduria chef!» Con le unghie gli graffiò piano il palmo della mano.

«Mi chiami Alvaro.» Bisbigliò in deliquio. La puntina diventò madida, socchiuse gli occhi ed eiaculò nei calzoni.

«Il conto Alvaro.»

«Mi permetta di farle omaggio in ossequio alla sua bellezza.»

«Non so se posso accettare.»

«È un onore. E la prego torni domani e domani l’altro e domani ancora. Sempre.» Chef Avaro le afferrò le mani.

«Ma Alvaro non posso permettermi i sui coperti» lei sospirò abbassando lo sguardo.

«Adelaide il mio ristorante è suo. Io sono suo.»

Tornò Adelaide con Fifì a gustare le prelibatezze di chef Alvaro diventando la musa ispiratrice. Lei ha acconsentito a sposarlo. I maligni dicono l’abbia fatto per interesse, chef Alvaro risponde che le anime pure guardano oltre il vile danaro. Adelaide ama le sue doti, divinizza la sua cucina. E chi meglio di un bravo chef soddisfa le voglie di un fine palato? E Adelaide è di bocca buona.

 

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