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Diario n°:

285

MOON RIVER
Liviana Rose

MOON RIVER

Se questo racconto fosse un film inizieremmo a seguire la protagonista, Lori, mentre torna a casa dal suo lavoro di infermiera, una sera tardi, con la luce della luna piena che illumina d'argento il lungo viale in cui abita.

In sottofondo una accattivante Moon River cantata da Louis Armstrong.

Il viale sarebbe solitario e silenzioso, le campane della chiesa farebbero undici rintocchi e la nostra protagonista inizierebbe a canticchiare tra le labbra la canzone, insieme a Satchmo, con un'espressione distesa sul volto, quell'espressione di chi è stanco ma in pace con se stesso.

La scena si concluderebbe con Lori che apre la porta di casa accolta dalla sua gatta a strusciarsi fra le gambe e a cercare qualcosa di buono nella borsa della padrona.

Lori si accovaccerebbe vicino alla gatta e grattandole la testolina morbida le direbbe:

"Domani la mamma sta via tutto il giorno lo sai vero? Domani la mamma va a Firenze a vedere Cezanne."

 

Lori fa l'infermiera perché tutti in famiglia hanno seguito in qualche maniera la professione medica, a partire dalla nonna Desolina, levatrice di intere generazioni del paese arrivando a suo fratello maggiore da poco specializzato in neurologia.

Ma se Lori avesse avuto il coraggio di scegliere avrebbe studiato storia. Invece ha sempre fatto esattamente ciò che ci si aspettava da lei.

Per questo motivo, cioè per non fare preoccupare i suoi cari, aveva deciso di andare a Firenze in treno, mezzo più sicuro, e non in auto.

Le piaceva il treno, c'era tanto tempo per pensare e per leggere.

Per il viaggio di due ore e mezzo aveva scelto un libro di De Cataldo uno dei suoi giallisti preferiti.

Si stava godendo il primo dei suoi agognati otto giorni di ferie, i primi da Capodanno a questa parte. Li avrebbe impiegati oltre che per Cezanne, per andarsi a comprare finalmente quel divano arancione che aveva visto in vetrina di fianco al cinema, per fare il cambio di stagione dei vestiti nell'armadio, per preparare una cenetta per festeggiare due sue amiche rimaste in cinta quasi in contemporanea e per andare ancora a vedere altre due mostre: Vermeer a Modena e Il settimo splendore a Verona.

Adorava andare per mostre anche se non era per niente un'esperta, sapeva solo dire cosa le piaceva e cosa non le piaceva. Gli impressionisti, per esempio, le piacevano, gli espressionisti no. Adorava Manet, Vettriano, Lega, Michelangelo, Parmigianino, Whistler, la De Lempicka, Ingres, i fratelli Sorace, Caravaggio e tanti altri, ma non necessariamente l'intera produzione, a volte solo un periodo, a volte solo un quadro.

 

A Firenze la mostra si teneva a Palazzo Strozzi, poco distante dalla stazione. Ci si diresse a piedi, alzando un poco il bavero della giacca: era partita da casa col sole ed era arrivata con dei bei nuvoloni grassi e minacciosi. La strada era un'unica fiumana eterogenea di turisti provenienti da tutto il mondo, insomma la solita, bellissima, affascinante e conturbante Firenze. Le bancarelle rimandavano borse in pelle di ogni forma e prezzo, magliette dell'Italia campione del mondo, acquerelli del Ponte Vecchio e del campanile di Giotto.

D'un tratto tutta l'acqua del cielo parve riversarsi sui turisti.

Un acquazzone violento e urgente lavò le strade e soprattutto la gente: cappellini volavano portati via dal vento, gli ombrelli non avevano posto per aprirsi, la gente correva di qua e di là senza meta solo per cercare un riparo.

Lori trovò un posticino nell'androne di un palazzo miseramente coperta dal cappuccio della giacchetta primaverile, dopo di lei arrivò un tedescone con l'alito che puzzava di cipolla che la spinse con malagrazia verso un uomo che si era riparato prima di lei. Si trovò col naso contro il petto di un uomo alto e magro. Profumava di ammorbidente e di tabacco.

Gli chiese scusa ma non riusciva a staccarsi perché il gruppetto di tedeschi era nel frattempo aumentato.

L'uomo non disse nulla. La tenne per le braccia e aspettò come lei la fine dello scroscio.

La maglietta fradicia era fredda ma da sotto si sentiva il calore del corpo che cercava di asciugarla.

Percepiva il brusio del va e vieni di gente, i brontolii dei tedesconi e sentiva i battiti del cuore dell'uomo davanti a lei perché nel frattempo aveva appoggiato la guancia sul suo petto e si era quasi abbandonata fra le sue braccia: ci stava proprio bene.

Il caldo dell'abbraccio e il freddo dell'intemperie le fecero venire la pelle d'oca e quasi a volerla riparare meglio, l'uomo la strinse più forte ancora e il seno di Lori si schiacciò contro di lui.

Rimasero così una frazione indefinibile di tempo perché in questi momenti i minuti si fermano ma, ciò nonostante, non si fermano mai abbastanza a lungo.

«Mi chiamo Marco» sussurrò lui.

«Io Lorenza» rispose con una voce che non le parve la sua.

Non si erano ancora guardati negli occhi e quello parve proprio il momento giusto.

Quelli di Lori erano verdi e sconcertati, quelli di Marco neri e un po' tristi.

Aveva corti capelli scuri, la barba non fatta da un paio di giorni e vestiva con un paio di jeans sdruciti, una maglietta, una giacca verde militare e un paio di scarpe da ginnastica bianche e rosse. Poteva avere venticinque anni come poteva averne quaranta. Venticinque per l'abbigliamento, quaranta per le rughe di stanchezza attorno agli occhi, quelle rughe d'espressione un po' più chiare del volto abbronzato.

«Ho sempre amato la pioggia» disse Marco.

E come se il cielo volesse prenderlo in giro smise di piovere.

Era finito l'incantesimo.

Fu Lori la prima a decidersi a parlare:

«Devo andare prima che si rimetta a piovere?» Che cosa sciocca da dire fra tutte quelle tra cui poteva scegliere.

Lui non disse nulla.

Lori abbassò lo sguardo e tornò in strada guardando solo per un attimo che direzione prendere, un po' frastornata.

 

Era davanti ad uno degli ultimi quadri della mostra: una donna dipinta da Ottone Rosai.

«Ti piacciono gli artisti contemporanei?»

Ecco l'uomo della pioggia di nuovo al suo fianco.

«Sinceramente mi sono incantata qui davanti perché stavo facendo vagare la mente. Mi dispiace solo perché ho quasi finito il giro. È come quando si deve partire e scrivere la parola fine su un momento della propria vita. Questo Rosai non è un gran che comunque. Ho visto di meglio.»

«Critica d'arte?»

«Infermiera appassionata.»

Sentiva il suo odore senza quello dell'asfalto bagnato di pioggia. Ed era buono. Da respirare a pieni polmoni.

«Io insegno storia dell'arte a Roma. Ti piacerebbe conoscere un pittore famoso qui a Firenze? Uno che Rosai l'ha conosciuto di persona?»

Non era mai stata in uno studio. La cosa l'interessava sicuramente. Ma aveva anche paura di quell'uomo. Paura di scoprire cose nuove con lui.

 

 

Suonarono al citofono di uno dei tanti palazzoni rinascimentali di Firenze.

«Speriamo sia al lavoro?» disse Marco.

La teneva per mano.

L'aveva tenuta per mano durante tutto il tragitto.

Ogni tanto il suo seno, stretti fra la folla, aveva sfiorato il suo braccio, il che le era sembrata una delle sensazioni più erotiche mai provate in vita sua.

Il portone si aprì senza che nessuno chiedesse chi fosse a suonare.

Salirono una stretta scala scalcinata e si ritrovarono in una specie di studio-magazzino dove quasi non si riusciva a passare dall'ammasso di tele stipatevi.

C'erano dei San Francesco, decine di gatti e tanti Battistero. C'erano colori sgargianti, pennellate fluide interrotte da altre più nervose.

E c'era Silvio Loffredo, un simpatico genio di ottantasei anni, dai capelli bianchi come cotone e occhi azzurri sognanti, il naso aquilino e una spontanea loquacità.

«Professore si ricorda di me?" gli chiese Marco "Sono stato suo allievo all'accademia nel 1988.»

«Si si certo» rispose con una erre leggermente strascicata che denotava le sue origini francesi «tu sei quello che dipingeva le arance. Salutami tuo fratello Germano mi raccomando digli di venirmi a trovare che devo fargli vedere Garibaldi. Vedi che sto dipingendo Garibaldi? Me l'hanno chiesto degli amici. Ha dei bei colori Garibaldi. Cavour non l'avrei fatto. Sai che non vendo più? Ho detto basta. Quello che vedi rimane tutto mio. Fra un po' di mio figlio.» Gesticolava con la testa leggermente incurvata dagli anni e dall'artrite.

C'erano schizzi su ogni pezzo di carta libero. Dietro alle buste da lettera ormai vuote, su fogli di agenda, su tovagliette rubate ai ristoranti.

D'un tratto si rivolse a Lori. La guardò negli occhi schiettamente e le disse:

«Non faccia l'artista signorina, a fare i pittori si muore di fame. Anzi se dovete ancora pranzare vi consiglio un posticino qui dietro l'angolo dove vi fanno pagare poco.»

Marco sorrise e Lori si affrettò a precisare che non era una pittrice.

Loffredo diede un'altra pennellata a Garibaldi.

«Sai Germano» disse sbagliando nome «fare arte che paga la minestra non è facile per niente. Ma non scendere mai a compromessi continua ad essere te stesso. Oppure non fate gli artisti. Signorina ha capito? Cambiate mestiere che a fare i pittori si muore di fame.»

Dopo qualche altro minuto di conversazione un po' surreale Marco decise di salutare l'ex professore e di ritornare alla ressa di Firenze.

«È un gran personaggio» disse Lori.

«L'ho visto stanco. D'altronde è abbastanza naturale con l'età che si ritrova» rispose Marco scuotendo la testa.

Lo abbracciò. Stretto.

Poi alzò il volto e lo assaggiò.

Era la cosa giusta da fare.

Perché tutto quello che non si erano detti fra una parola e l'altra le era parso così importante e così bello da averla fatta innamorare di quello sconosciuto.

 

Girovagarono per la città.

Mangiarono una pizza.

Si sentirono piccoli sotto gli Uffizi.

Inutili al giungere della notte.

Cioccolatini messi da parte per i momenti di sconforto. Fondente. Ripieno. Aromatico.

Consapevolmente girarono alla larga dalla stazione che li avrebbe condotti in direzioni diametralmente opposte.

 

«Che pensi?» le chiese Marco.

Lei stava seduta su un parapetto dell'Arno, con la luna piena che si rispecchiava nell'acqua e il cielo di nuovo senza nubi. Lui le stava davanti ed erano abbracciati. Non si guardavano.

«Pensavo che fra venti minuti parte il treno e non so se ci vedremo ancora?»

«Basta che tu lo voglia e tutto può avvenire.»

«Mi chiedo se varrebbe la pena rovinare questa splendida giornata, questo incontro particolare, queste emozioni che non penso di avere mai provato in vita mia. È stato tutto talmente perfetto?»

«Sai una cosa davvero strana Lori? Ho gli stessi tuoi dubbi e le stesse tue paure. Ci siamo trovati per caso e forse per caso è meglio che ci lasciamo. In fin dei conti abbiamo le nostre vite altrove. Sarebbe stato tutto più semplice se fossimo stati entrambi di Firenze.»

«Si.»

Quel si le costò davvero tanto, ma la razionalità iniziava a farsi strada fra la nebbia dell'emozioni di quella giornata.

Si baciarono e le loro lingue si cercarono a lungo.

«Se fossimo stati entrambi di Firenze ti avrei portata a casa mia a fare l'amore?»

Erano le tre di notte e sul lungarno pareva fosse una sera come tante, auto sparute che girovagavano, netturbini al lavoro per pulire le strade per la nuova invasione di turisti, qualche mendicante, eppure il mondo di Lori era completamente stravolto quel giorno anche se nessuno pareva accorgersene.

Lori alzò la maglietta di Marco e lo baciò in mezzo al petto, sul cuore, e il naso le affondò nei soffici peli di lui e lo annusò per ricordarsi per sempre il suo odore.

Marco si abbassò su di lei, scostò furtivamente la camicia e il reggiseno di Lori e le prese fra le labbra un capezzolo già inturgidito. Rimise a posto la stoffa, la prese per i fianchi e la tirò giù dal parapetto.

In silenzio si avviarono verso la stazione. Vidimarono i biglietti e aspettarono l'arrivo dei rispettivi treni. Quello di Lori partiva mezz'ora prima di quello di Marco.

Si tennero stretti fino all'ultimo momento.

«Sono venuta a Firenze per vedere Cezanne, alla fine sono stata colpita più da Pissarro. Bizzarro non trovi?»

«Sono venuto a Firenze per vedere Cezanne ma alla fine sono stato colpito da una ragazza dagli occhi verdi. Bizzarro non trovi?»

Lori salì sul treno e non si voltò indietro. Avevano deciso di non dirsi né cognome, né indirizzo, né numero di telefono. Che imbecilli.

Il treno partì sciogliendosi nella notte.

 

Se questo racconto fosse un film finirebbe con la nostra protagonista che trattiene le lacrime dietro ad occhiali scuri, finalmente sola, l'alba alle porte, la testa appoggiata al freddo finestrino del treno a pensare alla strana giornata: splendida ma da spezzare le emozioni.

Il treno si fermerebbe fischiando in stazione e vedremmo Lori scenderne e guardarlo partire con un po' di rammarico, come per un sogno svanito al risveglio. Immancabile ricomincerebbe la canzone di inizio film, di nuovo Moon River, per chiudere l'anello di questa storia.

 

Ma se questo racconto fosse un film sarebbe uno di quei film con finale a sorpresa perché ad aspettarla alla stazione di Fidenza ci sarebbe Marco che l'abbraccerebbe da dietro baciandole i capelli. Le parole sarebbero quasi coperte dalla musica ma potremmo sicuramente capire quello che lui le dice: "Sai dopo dieci minuti è partito un treno più veloce che è arrivato mezz'ora prima del tuo. Ho sbirciato la tua destinazione sul biglietto. Ho barato lo so. Se non l'avessi fatto non ti avrei mai più potuta trovare?"

 

Fine.

Titoli di coda.

 

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