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Diario n°:

278

MOZART
JAN76

MOZART

L'acqua del fiume è sporca, putrida, morta alla vita. Tre bottiglie di plastica verde si inseguono nella schiuma di un mulinello. Una rondinella garrisce volando bassa su quel liquido scuro, irreale come il ruscello viola, perché l'azzurro era troppo consunto, chiuso tra le pagine del mio quaderno a righe larghe di quarta elementare.

Una lacrima di rabbia mi riga la guancia.

È tempo buttato. Il mio sguardo perso che non accarezza la bellezza ma contempla ciò che è già è morto ed emana il fetore di questo mondo esausto. Il fumo rabbioso mi uccide lentamente.

Mi piace ascoltare il Requiem quando sono nervoso, e mi piace scrivere, ticchettare sulla tastiera del portatile come inseguendo il ritmo della musica, i colori dei suoni, il fascino del Dies Irae, simile al sapore di the verde al gelsomino. Buono e amaro. Mi piace l'esattezza del latino lingua che non tradisce, lingua di morti viventi. Un meccanismo perfetto che condensa immagini in norme ferree. Come perfetta è la musica, emozione scandita da regole precise, o meglio, regole precise a dar corpo a un'emozione.

Non cerco storie, ma squallide venture d'una sera, divagazioni senza un fine che non sia il piacere, il godere o il veder godere una donna o un uomo, capitati con me per gioco, per solitudine, per sfida alla vita.

Condenso emozioni in poche righe, parole dure. Ho abolito eleganti perifrasi e rassicuranti subordinate.

Il bello scrivere è morto come è morto il lungo corteggiamento. Un po' di gioco alla scacchiera, ché si deve recitare la propria parte. Adoro mischiare luoghi comuni spiazzare le certezze di chi si aspetta di finirmi la frase.

Al girovagare di tante parole preferisco che la bocca si stringa al mio cazzo e cerchi di svuotarmi.

La troietta mi sta aspettando per condire di aneddoti inutili la sua voglia di sesso.

Lento cala il giorno, le ombre della notte si distendono, mentre sorseggio un aperitivo insulso, come anestetico al dolore.

La riaccompagno alla macchina, mostrando qualche gesto di tenerezza, necessario preludio.

Non voglio fare l'amore. Voglio scopare. Il parcheggio è convenientemente buio, l'ora propizia. Allungo una mano sotto la gonna di velluto nero, tento di sfilarle le mutandine di pizzo. Lei non ci sta. Vuole tornare a casa, giocare alla brava ragazza, cenare davanti alla televisione, sistemarsi il trucco. Vuole che la venga ad aspettare davanti al citofono del suo anonimo condominio dalla facciata scrostata, fine anni settanta. Vuole andare a ballare nel locale dove la conoscono tutti, esibirsi ed esibirmi.

Forzo la situazione, insisto nell'attrarla a me. La vedo ricomporsi, aggiustarsi la giacca, uscire, seguita dalla sua borsetta griffata, infine sbattere la portiera.

Ha lasciato una scia del suo profumo invadente. Detesto l'idea di tornare a casa anch'io, scendo dalla macchina. Mi siedo nuovamente sulla spalla del ponte. Estraggo un sigaro, sento il sapore amaro del tabacco sulle labbra.

Il piazzale è un invito al ricordo di me bambino. La mano del nonno mi accompagna. Ho paura di cadere.

Chiudo gli occhi, ecco: un solo, inutile tonfo.

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