Abbiamo 778 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

121

NELL’OSCURITÀ, L’ILLUSIONE
malodo03

NELL’OSCURITÀ, L’ILLUSIONE

Conosco bene i miei silenzi, l’incapacità altrui di congiungersi con la miaintimità, l’alternarsi di luci e ombre.

Tutto questo nel quotidiano vivere. Ma io sono un animale notturno e le mie prede le inseguo e catturo al buio.

 

Nuovamente a caccia…

Iniziò il giorno in cui mi accorsi di desiderare di nuovo un uomo. Che cosa iniziò? L’ossessione della conquista.

Le immagini si frapponevano continuamente: io e lui, noi.

Era un uomo sposato, ma io ero certa che la moglie non fosse mai riuscita a farlo gridare. A questo avrei provveduto io un giorno non troppo lontano.

Lo avrei braccato, sfinito e infine avrei ottenuto la sua resa. E soddisfatto la mia voglia.

Sapevo come fare, lo avevo fatto altre volte, e la luce aveva trafitto il buio illuminando corpi avvinti in un unico abbraccio.

«Ti voglio per me» erano soliti dire.

«Io non appartengo a nessuno» rispondevo abbandonandoli.

Sapevo di essere fatalmente bella solo nel momento in cui decidevo di mostrarmi e quel momento per lui ancora non era arrivato.

L’uomo infatti all’inizio non si accorse di me. Eppure ci incontravano, ci sfioravamo persino, e quei contatti intriganti avevano per me il gusto del proibito, eccitavano i miei sensi. Vivevo segretamente una passione che presto ci avrebbe travolti.

Di notte lo lasciavo entrare nel mio letto trattenendolo fino al mattino.

Sognavo di lui, delle sue mani serrate alle mie caviglie, dei segni lasciati sulla pelle, dei gemiti prima sommessi poi esplodenti, dei nostri corpi cinti. Al risveglio, tracce di noi, restavano sulle mie dita.

 

Una mattina, una mattina come le altre, ci sorprese davanti all’ascensore.

Lui era lì, con il suo abito elegante, le scarpe lustre, le mani dalle dita affusolate, il profumo leggermente speziato, meravigliosi occhi dal colore indefinito: uno strano miscuglio di giallo e verde. Attendeva, come me, di salire in cima all’edificio.

Non colsi nessun interesse da parte sua nei miei confronti. D’altra parte, io indossavo un cappellino di lana calato sulla fronte e il mio corpo restava celato sotto un pesante, austero, cappotto nero.

«Lei a che piano sale signorina?» mi chiese con voce roca.

Certamente è un accanito fumatore pensai.

«Settimo, grazie.»

Pigiò il tasto.

«Risorse umane.»

«Mi scusi?»

«Al settimo piano c’è l’ufficio risorse umane.»

«Lo so, ci lavoro.»

«Lavora anche lei per la Andreoli & Partner?» chiese stupito.

«Sono stata assunta due mesi fa come responsabile del settore formazione»  risposi orgogliosa.

«Così giovane e ha già un incarico importante» disse compiaciuto.

«In bocca al lupo.»

Decisi di tentare la carta dell’ingenua.

«Ne avrò bisogno. Si dice che il direttore generale sia un vero bastardo, sottomesso ai capricci di una moglie invadente. Ho imparato a temere gli uomini che dipendono da una donna.»

Il tono della mia voce si fece volutamente severo.

Le porte dell’ascensore si aprirono ma lui rimase accanto a me.

«Un giorno lo incontrerà. Gli faccia capire che sa.»

Le porte automatiche si chiusero alle mie spalle inghiottendolo nel vano ascensore.

Sei fregato. Sono certa che farai di tutto per incontrarmi nuovamente.

Quella notte, lo volli ai miei piedi, prono, supplicante, vulnerabile. Lucide manette di acciaio tenevano i suoi polsi legati al letto e nulla poterono i suoi contorcimenti. I miei denti gli mordevano la schiena, le spalle, le sode natiche.

La mia lingua si muoveva rapida dall’inguine al petto evitando di sfiorare il membro eretto. Le mie labbra cercavano la sua bocca succhiandola di tanto in tanto.

Mi avvicinavo e mi ritraevo con i seni, strusciavo la mia peluria umida contro la sua carne calda, mi mostravo al suo sguardo lasciando che il desiderio lo tormentasse. Ma il mio corpo era tutto ciò che poteva vedere. Il mio volto era celato da un velo nero.

«Stai fermo» gli gridavo. E lui obbediente tornava accovacciato sotto di me aspettando che glielo prendessi finalmente in bocca.

E sognavo di noi, del suo membro dentro il ventre, sbattuto dalla mia fica.

«Muoviti piano, scivola nel mio dentro… non ancora … non subito...»

Tolsi il velo manifestando il mio volto.

Colsi il suo stupore.

«Prendimi in quella grande bocca dalle labbra carnose. Lasciami godere... sei troppo bella.»

La sua supplica.

Nel sogno le labbra lo accolsero godendo dei suoi brividi, delle sue spinte,

del suo seme.

«Liberami» disse con uno filo di voce.

La luce raccolse i miei spasimi.

 

Specifiche

0.0/5 di voti (0 voti)

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.