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Diario n°:

223

OCCASIONE
Elena Pierobon

OCCASIONE

Occasione. Mi piace la parola "occasione". Prende significati totalmente diversi a seconda del contesto in cui la si usa: l'occasione fa l'uomo ladro, ho sprecato un'occasione, l'ho comprato in saldo era un'occasione!, un'occasione che non ritorna... e l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Quante frasi si potrebbero costruire!

La mia (occasione), la sto aspettando da qualche anno. Più o meno da quando ho cominciato a lavorare qui. Anzi, dal colloquio, precisamente. Da quando ho messo piede in quell'ufficio, una mattina di primavera. Un colloquio procurato da una qualunque agenzia che non si era premurata di mettermi in guardia. Da cosa? Da lui, quel gran bel pezzo di gnocco di Fabrizio, colui che poi sarebbe divenuto il mio capo, nonostante un pessimo primo incontro avvenuto nel totale imbarazzo da parte mia, corredato da incapacità di guardarlo negli occhi. Non so come, né perché, il destino ha voluto che mi assumesse nonostante la pietosa figura. Il mio cervellino, nutrito a pane e Harmony aveva intravisto in questa faccenda una potenziale storia da romanzo: il capo innamoratosi a prima vista della sua futura dipendente, l'assume per poterla liberamente corteggiare e vezzeggiare, concretizzando il suo sogno di un amore da favola.

Mi ci sono voluti due anni, due zoccole intercambiabili a settimana, un fidanzamento lampo con una modella russa e un matrimonio riparatore, per riuscire finalmente a comprendere che la mia assunzione dipese soprattutto dal budget dell'azienda e dalla mia richiesta contributiva, inferiore a quella formulata da tutte le altre candidate.

Eccomi quindi ancora qui, ad aspettare la giusta occasione, che nemmeno stasera prevedo arriverà, date le premesse:

«Sofia, per cortesia, puoi chiudere tu stasera? Devo portar fuori mia moglie a cena... sai, è incinta nuovamente». Me lo dice così, senza girarci tanto attorno, come stesse ordinando due etti di mortadella al banco del supermercato.

«Ah, complimenti», riesco solamente a dire, annuendo continuamente con un sorriso affettato stampato in faccia. Ci contavo sull'avvento dell'occasione... almeno fino a quando il figlio era solamente uno. Ma due? Mi pare di sentirla mia madre mentre mi rimprovera: “Non potevi farti una famiglia tua? Dovevi proprio andare a rovinarne una?” “Mamma, ho solo colto un'occasione”, sarebbe stata la mia ovvia risposta.

Sto ancora digerendo la notizia, quando Fabrizio ritorna indietro, sempre in compagnia della sua felicità sconfinata. Forse ci avrà ripensato, ora mi dirà che in realtà sono io la donna che vuole. «Ah, Sofia, dimenticavo... devi attendere che Alessandro finisca la manutenzione del giardino.»

Mantengo la paralisi facciale tarata sulla modalità "sorriso", finché non lo vedo eclissarsi definitivamente dietro la porta.

Crollo con la testa sulla scrivania. Resto in questa posizione per un tempo che non saprei quantificare. Non sento nemmeno Ale entrare.

Alessandro, Ale, è il tuttofare della ditta, è giovane, in gamba, ha più o meno la mia età.

«Sofy, che c'è? Tutto ok?», mi domanda premurosamente avvicinandosi alle mie spalle.

«Sì, Ale, tutto come al solito. Niente di nuovo. Niente, di niente, di niente.» Resto a testa china, non voglio che veda in che stato pietoso vigo.

«Ho sentito che ce l'ha piccolo... e che il figlio non è suo.»

«Eh?», alzo la testa stranita, convinta di non aver inteso quando detto da Ale. Lui è lì che se la ride, con le braccia tatuate incrociate al petto e il culo sodo appoggiato sulla mia scrivania, proprio al mio fianco.

«Hai capito bene», insiste con quel sorriso sghembo.

«Ora sono due i figli: un altro è in arrivo», commento sottotono.

«Due volte cornuto, allora», conclude strizzando l'occhio. Mi fa sorridere il modo in cui lo dice, corredato dalla mimica facciale.

Cazzo, però, è la prima volta che l'osservo da così vicino: non è niente male, Ale, con la sola salopette a coprire il petto muscoloso.

«Le magliette non si usano più?», gli rivolgo la domanda girandomi con la sedia.

«Non quando fuori ci sono 30 gradi e devi lavorare», si abbassa alla mia altezza per sussurrarmelo in faccia. "Ummmm", ha un buon profumo, nonostante abbia lavorato sotto il sole cocente. Deglutisco a vuoto.

«Vuoi... ehm, vuoi bere qualcosa? Sei... sei accaldato?». Io sto aumentando la dimensione del buco dell'ozono dal calore che emano.

Mi alzo di scatto lasciando cadere una penna, dirigendomi verso il boccione dell'acqua. Estraggo un bicchiere e lo riempio, bevendone il contenuto. Ale di avvicina lentamente, sempre fissandomi, come un predatore che circuisce la preda. Quando mi è davanti, mi toglie di mani il bicchiere che tenevo appoggiato sulle labbra, bevendone un sorso, senza mai perdere il contatto visivo.

«Fresca», afferma.

«Sì, fresca», confermo umettandomi le labbra. Sì avvicina di un passo. Percepisco il suo fiato. Appoggia il bicchiere. Col pollice asciuga una goccia inesistente dalle mie labbra. Non mi oppongo. È ora il turno delle sue labbra, che vanno ad appoggiarsi sulle mie, e della sua lingua, che delicatamente le invita a schiudersi.

«Dolce», sussurra staccandosi per un breve istante.

«D-dolce», balbetto io, non capendo più nemmeno in quale pianeta mi trovi.

«Ho ancora sete. Una sete insaziabile», mi dice avvolgendomi una natica con la mano, avvicinando i nostri bacini. Sobbalzo quando sento premere la sua erezione contro di me.

"Oh cazzo!"... è proprio il caso di dirlo. Mi spinge delicatamente verso la scrivania alle mie spalle, costringendomi a distendere. Le mie parti basse rispondono tempestivamente alla chiamata, infiammandosi e tendendosi. Quando mi solleva la gonna e mi sfila gli slip, lasciando le mie intimità in esposizione, mi sento disintegrare. Si slaccia i ganci e la salopette scende, lasciando in boxer. Mi godo lo spettacolo in fremente attesa.

«Sentiamo come sei», mormora con voce roca infilando due dita nella mia vagina pulsante, massaggiandone l'interno, «Dio, sei fradicia.»

«Ummm», mugolo contorcendomi, mentre sento l'orgasmo farsi strada attraverso le mie viscere. Continua la stimolazione in modo vigoroso. I miei sensi sempre più annebbiati dal piacere cedono, regalandomi un orgasmo sublime. Sono ancora in preda agli spasmi, quando Ale entra dentro di me, con un profondo colpo, a cui susseguono spinte micidiali, che richiamano nuovamente l'anticamera dell'orgasmo.

«Ale, no!», gli urlo in un momento di breve presa di coscienza, preoccupata dall'assenza di precauzioni.

«Tranquilla, piccola, ho indossato un profilattico. Ho fiutato "l'occasione" e l'ho portato con me».

Sorrido rincuorata fintanto che l'apice ricomincia a montare, sospinto da affondi fatali. Adoro le occasioni. Adoro chi le sa cogliere.

 

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