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Diario n°:

60

PAUSA PRANZO
Angel Evil

PAUSA PRANZO

Ormai da qualche giorno Stefano aveva notato che Marianna aveva iniziato a vestirti un po' più provocante del solito, era ben truccata, diversa da come l'aveva vista prima di finire nel suo gruppo di lavoro.

Forse gli stava inviando qualche messaggio.

Decise di provare ad invitarla a mangiare qualcosa in pausa pranzo.

La trovò alla sua scrivania, nel suo piccolo ufficio. Diverse volte si sera lamentata di come fosse angusta quella stanza e di quanto avrebbe voluto stare con gli altri nell'open space.

Quando lo vide, le sue labbra carnose si piegarono in un sorriso smagliante, le sue gambe si accavallarono quasi per caso, la minigonna lasciava poco all'immaginazione, il pizzo delle autoreggenti faceva capolino.

«Qual buon vento Stefano?»

«Mah, mi chiedevo se avevi voglia di andare a mangiare qualcosa in pausa? Io ho finito con le mie cose?»

Sorrise nuovamente.

«Mmh, mi spiace ma per oggi mi ero organizzata portandomi qualcosa da casa… ma se vuoi favorire… puoi assaggiare la mia cucina…»

Il ragazzo notò il suo sguardo malizioso.

«Beh… volentieri…»

Marianna si alzò e chiuse la porta. A Stefano sembrò di sentire scattare la chiave ma non ne era sicuro, lei stava ancora parlando.

«Allora, cosa mi proponi?»

«Ho della bresaola rucola e grana… della pasta fredda… macedonia… e me…»

Stefano sorrise.

«Prego?»

«Sì… me… dai, non dirmi che non ti sei accorto che mi piace quando ci stuzzichiamo?»

Effettivamente lo aveva notato.

Nelle sue frasi c'era sempre qualche doppio senso mal celato.

Quando si incrociavano, non riusciva mai a capire se il suo sguardo sottintendeva quello che lui percepiva, un vago "vorrei averti tra le gambe".

Era arrivato il momento di verificare di persona.

Senza aggiungere nient'altro, si avvicinò a lei, che lentamente si stava ritraendo contro al muro. Bloccata in un angolo, a Stefano parve una preda indifesa, anche se era lei la vera cacciatrice.

I suoi lunghi ricci dorati coprivano un candido collo, che lui non potè fare a meno di baciare, sentendo il suo caldo respiro sulla pelle.

Dal collo risalì fino alla bocca, che trovò aperta e vogliosa.

Mentre si baciavano, le mani di lei iniziarono a sfiorare il suo corpo, arrivano ai pantaloni, sotto i quali un membro duro come il marmo attendeva impaziente di dare sfogo alla sua virilità. Le abili dita di Marianna slacciarono i pantaloni e arrivarono a prenderlo in mano.

Stefano respirò profondamente, come se nella sua testa vedesse in anteprima il film di ciò che stava per accadere.

Sollevandole la gonna, arrivò al suo pube, completamente depilato. La sua eccitazione crebbe maggiormente, specialmente quando i suoi umori iniziarono a bagnargli le dita.

Giocherellò con il clitoride, facendole raggiungere un primo orgasmo. Era solo un assaggio.

Senza che lei potesse dire nulla, la prese e la appoggiò alla scrivania, piegata a novanta grandi e la penetrò senza indugi, affondando in lei più volte.

Mentre la fotteva ripetutamente, il suo dito si infilò dentro al culo e capendo che lei gradiva, continuò con quell'orifizio, che era stato già sfondato, troppo elastico, troppo facile entrarvi. Marianna non disdegnava il sesso anale.

Stefano era eccitato da questa cosa e senza chiedere il permesso, affondò nel suo culo come se fosse burro.

La donna raggiunse brevemente l'orgasmo, agevolata dal fatto che lui continuava con il clitoride, muovendo le dita sempre più velocemente, fino a farla godere come non aveva mai fatto.

Riconoscente, lei si ricompose e vedendo che lui doveva ancora venire, si inginocchiò e lo prese in bocca, leccandolo, succhiandolo, accarezzandogli ano e perineo.

La sua lingua si soffermava sul glande per poi percorrere tutto il turgore di quel cazzo, riprendendo poi a succhiare con abilità, fino a farlo godere.

Il suo sperma le inondò la bocca. Diligentemente deglutì.

Dopo pochi secondi arrivò una telefonata a togliere entrambi dall'imbarazzo di un qualcosa che era iniziato come gioco ed era finito con una scopata in ufficio.

Lui sorrise.

«Però… la migliore pausa pranzo della mia vita?»

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