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Diario n°:

111

PELLE
zio_andreas

PELLE

L’unica cosa che si intravvedeva dalla fessura della porta in legno del piccolo bagno della vecchia osteria, era il culo della signora appoggiato sul bordo del bidet.

Bello, come solo un culo di donna sa esserlo.

Leggermente debordante, morbido, bianco.

Si sentiva l’acqua sciacquare, poi solo respiri.

Il leggero fremito delle carni soffici lasciava intendere carezze intime, forse.

Un piccolo ondeggiare, i respiri e l’acqua, poi solo il culo.

Con questa immagine negli occhi e un fermento sotto la cintura se n’era andato a lavorare, ma spesso ritornava lì con la mente e con la mano furtiva ad accarezzarsi sotto la scrivania in attesa di appoggiare la penna là dove l’aveva trovata.

Tutto ciò che era riuscito a fare in un intero pomeriggio era riempire un foglio con tanti mandolini, più o meno stilizzati: non molto in effetti.

Come è possibile produrre una qualsivoglia idea, quando le narici sono piene di un profumo non ancora conscio, ma che si immagina caldo, morbido, avvolgente e speziato? Di quelli che non ti lasciano scampo, che si fanno seguire andassero anche solo alla chaussette della stazione ferroviaria.

Quella pelle bianca doveva essere così plasmabile che le mani avrebbero potuto perdersi in tanta morbidezza.

Non ne conosceva il viso e nemmeno la voce, sapeva solo che era la donna del suo sogno: il sogno di quel pomeriggio.

Verso sera era tornato all’osteria dal proprietario con l’aria finto tonta che doveva saperla lunga su tante cose e catturare molti particolari con i piccoli occhi vivaci sempre in movimento.

Una donna così prosperosa non era sicuramente passata inosservata, ma il tipo gli avrebbe dato notizie?

Un sorrisetto malizioso e compiaciuto gli aveva subito rischiarato il viso rugoso, ma la sintesi e la chiarezza non erano certo il suo forte oppure stava giocando al gatto che tiene in scacco il topolino.

Il profumo pareva essere ancora lì, in quell’anticamera un po’ retró.

Inaspettatamente l’oste era uscito e si era incamminato lungo il perimetro della costruzione sicuro di essere seguito, poi aveva girato una piccola chiave nella serratura di una porta liberty, l’aveva fatto entrare e si era dileguato.

Sorpresa.

Non si era aspettato quell’ambiente. Era come fare un salto a ritroso in un tempo di cui aveva solo sentito parlare.

I divanetti correvano lungo le pareti così come le foto delle ragazze discinte, tanto reali che parevano volerlo invitare a servirsi di rosolio dalla bottiglia finemente lavorata appoggiata sul bancone al centro della stanza e contornata dai piccoli bicchieri ricamati.

Sembrava un film, immagini che si sovrapponevano, descrizioni che tornavano in mente, fruscii di vestaglie trasparenti, piume, rimmel colati e rossetti sbavati, una madame seduta alla cassa, i prezzi della singola e della doppia ben in vista a lato della scala.

A metà della scala, sul pianerottolo l’imperturbabile kentia ad osservare chi saliva e chi scendeva, da quanto tempo?

Da molto tempo ne stava lì, indifferente a tutto quel viavai di signorine seminude accompagnate da signori all’apparenza gentili. Il ballatoio delle scale era tutto per lei e, negli anni, l’aveva occupato per buona parte, tanto che per passare, ognuno si scansava un po’, osservandola. Da quella posizione privilegiata, osservava i seni ondeggianti, appena velati, delle donne che salivano i gradini davanti ai loro effimeri cavalieri e ne scendevano, seguendoli, dopo una mezz’ora con la marchetta in mano -o due- nel caso di una “doppia” da un’ora, appunto. Quante tette aveva visto in tutto questo tempo? Centinaia. Morbide mele acerbe dai grandi capezzoli scuri, appuntiti con fragoline di bosco, ma anche grandi e generosi meloni maturi, il cui solco faceva impazzire sogni popolati da brune danzatrici di flamenco, pesche vellutate un po’ cadenti e sciupate dalle troppe mani.

Destandosi dalle proprie divagazioni, ma sempre attonito, guardava il luogo in cui si trovava, intuendo, più che sentirla, una leggera scia di quel profumo pareva salire le scale.

Seguirla era stato facile e inevitabile, un passo dopo l’altro sui gradini di legno alquanto consunti ingentiliti dalla passatoia rossa.

Porte socchiuse si snodavano lungo il corridoio illuminato dalle appliques originali di un tempo passato eppur presente.

Si intravedevano tende di pizzo macramè, copriletti di raso, tendoni di velluto, rose di seta e molto altro ancora, ma nessuna traccia di ciò che gli stava veramente riempiendo la testa al di là del profumo.

L’ultima porta era un po’ più aperta delle altre e conteneva il suo sogno.

Incapace di pensare, con il battito accelerato e senza la possibilità di formulare un qualsivoglia pensiero logico, non aveva trovato niente di meglio che appoggiarsi allo stipite con lo sguardo allocchito.

E ora?

Adesso se ne stava immobile a osservare il profilo posteriore della signora sdraiata mollemente sul letto.

La schiena, larga, era vestita di una sottoveste corta e leggera, tanto leggera che aderiva alla dolce curva del fianco generoso appoggiandosi sul gancetto del reggicalze.

Stava assimilando questa immagine, se ne stava appropriando scivolando con gli occhi di centimetro in centimetro dall’alto verso il basso così come centimetro dopo centimetro sentiva salire il proprio uccello.

Tra le due sete scure come la notte, il lembo di pelle chiara, quasi bianca, delle cosce appaiate e, su una di esse, la bella mano affusolata con le unghie laccate di rosso amaranto.

La signora sembrava dormire, il respiro ritmato muoveva appena la sua figura giunonica.

Adesso avrebbe dovuto fare un passo ed entrare, se aveva lasciato la porta aperta era un invito. Forse aspettava qualcuno in particolare e lui si stava intromettendo in un discorso intimo. E se si fosse arrabbiata? L’ultima cosa che desiderava era provocare qualcosa di sbagliato, qualcosa che avesse allontanato la possibilità di toccare il suo sogno.

Immerso in queste considerazioni, con l’animo di un bambino davanti al chiosco dello zucchero filato, aveva varcato la soglia della porta nel momento in cui lei si era girata.

Può un uomo maturo arrossire? Sì. Lui era arrossito come un liceale scoperto a masturbarsi nel bagno della scuola anche perché una mano sulla patta ce l’aveva davvero.

Gli occhi della signora si erano posati su quella mano e lì erano rimasti.

Lo sguardo sembrava invitarlo, ma era vero, o solamente frutto della sua voglia?

Lei si era alzata e lo aveva raggiunto in un tempo troppo breve, perché lui potesse decidere qualsiasi azione.

No, non ricordava che viso avesse, solo un seno abbondante compresso nell’indumento di seta.

Senza parole era rimasto lui, praticamente in apnea, e senza parole la signora che si era inginocchiata e gli aveva slacciato cintura e pantaloni con mani sicure.

Avrebbe voluto toccarla, palparla, accarezzarla, verificare se quella pelle fosse veramente come lui se l’era immaginata, ma lei lo aveva guardato inchiodandolo sullo stipite, senza possibilità di replica.

Le dita leggere si stavano insinuando sotto l’elastico degli slip.

Incredulo, avrebbe voluto toccarle i capelli per rendersi conto della veridicità della situazione, ma lei lo aveva anticipato prendendogli i polsi in un gesto che non ammetteva repliche.

Stava succedendo davvero o no? Se si trattava di un ologramma era proprio realistico.

La bocca sulla biancheria, i denti mordevano piano attraverso il cotone.

Brividi di piacere, di vergogna, di voglia, di orgoglio, di paura, di felicità.

Perché proprio a lui? E chi era lei? Cosa ci faceva lì? Lo aspettava?

Tutto era solo nella sua testa? Domande inutili.

I denti avevano afferrato l’elastico delle mutande e le stavano facendo scendere.

Non poteva essere vero: una delle sue fantasie più soddisfacenti quando si masturbava sotto la doccia.

Forse non era vero, ma la bocca umida e accogliente che aveva preso possesso di lui era troppo reale.

Un capogiro, fame di aria.

Avrebbe voluto stendersi, ma non osava chiedere.

Dove avrebbe trovato, poi, la voce?

La lingua scavava tra pelle e pelle.

Mai aveva provato una sensazione così forte, quasi dolorosa, bellissima.

La bocca calava implacabile fino in fondo, più in fondo, avrebbe anche potuto mangiarlo, se avesse voluto senza che lui opponesse alcuna resistenza.

Ma lei si accontentava di leccarlo, titillarlo, succhiarlo, pizzicarlo.

Ad ogni affondo si sentiva affondare egli stesso in un mare di libidine.

Voleva colare a picco, sì avrebbe voluto non lasciare mai quella bocca, ma anche lasciarla per toccare la sua padrona, amarla e poi ricominciare.

Questo gli era negato.

Lei aveva una straordinaria forza nelle mani e gli teneva i polsi, nemmeno ci fosse stata una corda immaginaria a legarlo a quella porta.

Se lo sentiva enorme, gonfio, in prossimità di scoppiare, ma non voleva, non ancora, oppure sì.

Ogni pensiero era in contrasto con quello precedente.

La testa gli faceva male eppure si sentiva bene.

La signora aveva aumentato il ritmo: no, così no, sarebbe finito tutto troppo presto. Protestare? Ma come? E con quale diritto?

Non c’era più spazio per i pensieri, nemmeno uno, ormai la strada era in discesa o in salita, dipende da dove si guardava la scena.

Il fiato rotto, avrebbe voluto ritrarsi, farle una collana di perle più bianche della sua pelle, ma non era stato possibile.

Un’esplosione, una cosa mai provata, tutta la tensione del pomeriggio stava passando da lui a lei come un fiume in piena che rompe gli argini, sembrava non volere finire mai.

Si era accasciato a terra chiudendo gli occhi perso nel suo rantolo di piacere.

Freddo.

Il risveglio da un sogno lascia sempre freddo e sudore.

Per un tempo indefinito era rimasto lì sul pavimento con i pantaloni abbassati.

Quindi non era stato un sogno, chissà.

Era solo.

Quella pelle bianca e morbida di cui avrebbe voluto riempirsi le mani non c’era.

Il copriletto appena smosso significava la presenza di un’altra persona o magari era lì dal giorno precedente.

Era sempre più convinto che non si fosse trattato di un sogno.

Scendendo le scale aveva rincontrato la kentia, sempre lì, vigile e muta.

Per terra vicino al vaso, una marchetta.

“Dov’è lei?”

La kentia non aveva risposto.

 

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