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Diario n°:

133

PIACERE MASSIMO
Eva Alyeni

PIACERE MASSIMO

Estate

 

Avevo tutto.

Tranne lui.

Gli avevo dato ogni mia emozione, la dolcezza, l’entusiasmo, il corpo, i sorrisi e i gemiti di frizzanti, infuocate notti d’amore. Lo facevo sentir importante nelle trepidanti attese di averlo addosso, come dolce peso in cui impregnare le mie fragilità. Intrisa di lui, come l’acqua la sabbia, nell’umiliante elemosina della ricerca continua ed esasperata di volergli appartenere. Invano.

Conscia della sua indifferenza, del suo distacco, mi offrivo a lui ricacciando lacrime amare, brucianti sulla pelle. Volevo lui, senza controllo, senza dignità.

Avrei cambiato la mia esistenza per lui. Avrei mollato tutto, per ricominciare con lui.

Ho addirittura pregato. Pregato che il destino mi riservasse una svolta di felicità.

Ho sperato. Magari che si affezionasse a me. Che mi facesse sentire importante, unica.

Lo sentivo come il mio alter ego, uno specchio riflesso, lui ed io, maschile e femminile, così simili nei difetti e nelle ambizioni.

Lui, la metà ideale della mela, la parte mancante all’incastro perfetto. Mela dannata, mela avvelenata.

Col senno di poi, cambierei l’approccio, mi farei desiderare, lo terrei nel dubbio, nell’attesa.

Per non fallire, come invece è stato.

Doveva esser solo una scopata. Sesso senza coinvolgimento. Per uscire dal letargo inutile in cui mi ero cacciata. Ecco perché ho dato tutto, subito. Esaltando lui, mortificando me stessa. Mi sono piegata ad ogni sua spietata volontà, nella consapevolezza di aumentare il suo cinismo, la sua disistima. Nessun controllo, tante promesse di cambiare, di non cercarlo, di non mendicare attenzioni. Invano.

Fatalmente, senza scampo, ci ho perso la testa.

La mia dipendenza dal sesso, dal contatto fisico, dal sapere che c’era, nel bene e nel male, mi fotteva e mandava al diavolo ogni sforzo.

Darsi completamente e profondamente ad un uomo che confessa che gli sei indifferente, è masochismo.

Assuefazione, abitudine, vizio. Mi ero tessuta una ragnatela, una trappola emozionale psico-fisica da cui era impossibile saltarci fuori. Lui, la mia droga, tranquillante o eccitante, secondo le mie paturnie.

Per sopravvivere, per non crollare. Per respirare. Per farmi male. Ma quanto male mi stavo facendo?

Ho cercato di sostituirlo ma è una cazzata la credenza che per noi donne sia facile. Dài un calcio ad una siepe, ne saltano fuori a mucchio!! Balle… gli uomini sono bastardi opportunisti ma se una donna li anticipa esplicitamente, diventano dei cagasotto, ne hanno paura e si ritirano con scuse banali e stupide dove, l’ ansia da prestazione e conseguente figuraccia, prevalgono sulla conquista.

La ruota di scorta è sempre provvidenziale. Aiuta a sopportare la dipendenza elusa, la privazione involontaria. In fondo forse, non avevo, bisogno di Lui ma di QUALCUNO.

Sul confronto e sul cuore, basta farci due conti, stringere i denti e sovrapporre l’Altro a Lui.

Lo sfogo ripaga della mancanza, sempre. Lascia l’amaro ma addolcisce la delusione.

Ogni tanto mi chiedeva: «Cosa ti manca? Cosa vorresti?» una domanda periodica, enigmatica, la cui risposta sarebbe stata sempre la stessa, «voglio te, voglio noi» ma con l’andar del tempo diventava un discorso inutile e sterile come uno spermatozoo senza coda. Dichiararmi, avrebbe fatto l’effetto del sale sopra una ferita. Brucia senza insegnarti niente, perché la prossima volta, ti tagli ancora, volontariamente e non cicatrizzi mai.
Nel momento esatto in cui si è padroni di una cosa, si smette di desiderarla, spesso il sapere di possederla, appanna l’entusiasmo di appartenenza. Son proprio le cose impossibili, quelle per le quali si sbava, ci si incaponisce per ottenerle ad ogni costo. La smania aumenta, inversamente proporzionale alla mancanza di far tuo l’oggetto del desiderio.

Avevo tutto. Tranne lui.

Lui, che mi tagliava fuori dalla sua vita, dal suo mondo.

Lui, che aveva trovato in Eva il Paradiso, senza peccato originale. Eva, che se lo faceva andare bene così… Tigre a letto, la notte. Farfalla senza ali, strappate dal vento, ogni giorno.

Una merda d’uomo, gli avevo detto una sera. Lui aveva sorriso, tra sorpresa e vanto. Più gli davo, più mi toglieva. In fondo, perché avrebbe dovuto sforzarsi, nella certezza assoluta di avermi sempre e comunque?

Sapeva godersi la vita, lui. Io invece affogavo in paure, ansie e malumori, che sdrammatizzavano, solo se avevo lui. Ma la notte del 3 agosto era imminente.

Avrei trovato la soluzione un domani ma non così presto.

La fine però è questa, stanotte, una fine inammissibile ma so bene che le favole dove tutti vissero felici e contenti sono obsolete. La civetta che mi fissava dal camino in terrazza, era un presagio. La morte di questo amore, perché per me lo è stato, la perdita di una cosa cara, finita in lordura, con tanta collera e rancore. Una storia che, magari un giorno, porterà scompiglio, nel ricordo di ciò che è stato. O che forse deve ancora capitare. Prima di conservare i ricordi, bisogna viverli…

E tutto può ancora accadere!

 

 

3 AGOSTO 2013 – mezzanotte

 

Cercavo di non incrociare il suo sguardo, mentre a braccia conserte, immobile come una statua di ghiaccio, aspettavo si rivestisse. La linea sottile e amara delle mie labbra tirate a smorfia che del sorriso nulla aveva, impediva al cuore di provare tenerezza per quell’uomo che desideravo con tutta me stessa ma che stavo cacciando dal mio letto, dalla mia casa, dalla mia vita.

Mi ero appena fatta scopare in tutte le posizioni, avevo goduto con la sua bocca, premendogli la testa tra le cosce, con dita convulse, intrigate nei lunghi capelli. Lo avevo mangiato avidamente nella mia gola, leccandolo fin all’eccitazione assoluta.

Caricato di parole e promesse sconce ma l’indecenza nel modo in cui facevamo sesso, si diluiva con la passione e il sentimento.

Volevo più orgasmi possibili, perché sapevo sarebbero stati gli ultimi. Mi dissetai con una lacrima per tornare a carezzarlo con le mani e con la lingua. Scivolai lungo il suo petto, gatta smorfiosa in calore, arrivando a percepirne l’alito caldo ma non lo baciai. Intrufolai le mie dita in me e raccolsi il seme che scaturiva dalla mia eccitazione per inumidirgli le labbra. Lui mi mangiò dalle mani, dicendomi che sapevo di buono, che il mio sapore lo esaltava.

Mi infilai sopra di lui, così lentamente che fermai il tempo. Era come cadere in un abisso da non scorgerne il fondo. Lo sentivo in pancia e l’attimo seguente nella bocca e così per interminabili minuti. Un altro orgasmo ancora. Piccole stille di sudore si mischiavano agli umori del mio sesso gonfio e l’odore dolce, lattiginoso invadeva il buio della stanza.
Quella bocca, generosa di piacere, si preparava al colpo letale. Fiacca come un’onda mi ritirai dal suo uccello, mi accucciai stremata, arrestando la mia danza erotica.

Srotolai il preservativo, ne feci un nodo. Il nodo del cappio che, ignara, strinsi per sempre, attorno al mio collo.

«Vuoi farmi venire con la bocca eh?» chiese tranquillo.

«No, voglio farti andare a casa. Adesso, subito».

Un pugno nello stomaco, da cadere al tappeto. In un istante le sue certezze, la fiducia nella mia obbedienza, la sicurezza della mia sottomissione e fedeltà, precipitarono, trascinandolo in uno strapiombo imprevisto.

Aveva perso forza come un sole in autunno.

Invece si rialzò smarrito.

«Perché mi fai questo?»

«Volevo esser scopata, volevo sesso, me lo son presa. Tutto qui.»

Altrettanto lentamente lui scese dal letto per rivestirsi. Ogni gesto, ogni parola, in quella casa, in quella notte senza senso, sembravano scorrere a rilento. Come se le tenebre non avessero voluto lasciare spazio ad un nuovo giorno. Lo accompagnai alla porta, porgendogli Rayban e telefonino, sferrando un volgare commiato:

«Se non trovi nessuna, sparati una sega da solo, buonanotte e grazie!»

La forza dell’offesa fece rivivere ciò che avrei voluto esorcizzare. L’aspettativa disillusa e la frustrazione avevano generato follia. Ma ormai era fatta. Ogni sciocchezza, se ben meditata, annulla ogni assennato proposito. L’adrenalina dell’esecuzione riuscita, dell’averlo umiliato, usato e gettato come un piatto di plastica, mi resero insonne. Accesi una Marlboro e riflessa nello specchio non svaniva la smorfia di crudele soddisfazione indossata ore prima. In una manciata di minuti ripercorsi tre mesi di sfiancante passione. Dal primo spregiudicato bacio contro un murale, alle due notti interminabili di sesso assoluto, in cui nulla ci eravamo insegnati, corretti, in cui nessuna cellula aveva sbagliato o fallito una mossa. L’erotismo perfetto di una storia imperfetta. Un arcobaleno in una pozza di benzina, due macchine da guerra, io e lui. Avevo Massimo tatuato sulla pelle, indelebile e cancellarlo sarebbe stato molto più difficile che chiudergli la porta in faccia. Quell’uomo era dentro di me, scorreva nel sangue, soffocante e continuo.

Una vertigine, rivederlo scivolare nel mio ventre, sicuro e deciso, con ritmo sapiente, con parole che incitavano a godere, con le sue mani che intrecciavano le mie. Riecheggiò la fitta di dolore misto a desiderio di quando mi penetrava da dietro ma soprattutto di come era riuscito a penetrare la mia anima.

Non lo avrei mai dimenticato e pensarlo nell’abbraccio di un corpo che non fosse il mio mi dava il voltastomaco. Dovevo vomitarlo fuori. La testa mi scoppiava, come se una valanga rotolante di flashback mi schiacciasse nella malinconia della fine. Poggiai l’IPhone sul comodino, accesi il Sound Recorder.

Lui era lì al mio fianco, come quella notte, settimane prima, in cui avevo registrato il suo dormiveglia pesante. Non mi sentivo sola, ascoltandolo e mi addormentai stretta al cuscino.

 

Era durato come tre stecche di sigarette, quelle sigarette che lui stesso mi portò da un viaggio, sigarette consumate avidamente, di cui non rimane che cenere portata via dal vento. Vento che agiterà i sensi ogni volta scorgerò un aquilone tra cielo e mare. Vento che emoziona, che piega, vento che uccide. Non avevo bisogno di Qualcuno. Avevo bisogno del «Massimo»! Eccesso, delirio, possesso, batticuore. Impazienza, tormento e inquietudine morirono insieme a me, stretti nel cappio maledetto in un rantolo di violata lucidità. Mi ero condannata da sola. Avessi potuto riavvolgere il tempo, tornare indietro, assaporare ancora il Piacere Massimo…

 

 

 

Inverno

(di un anno prima)

 

Nebbia fuori e dentro, stamani.

Trovo una richiesta di amicizia su FB. Cliccando per aprire il profilo appare una faccia accattivante, Rayban e capelli lunghi. In copertina, cielo, mare, un aquilone frastagliare nuvole nel vento.

È l’undici novembre 2012. Annoiata, accetto la proposta, con sfumato senso di déjà-vu che mi confonde e mi attrae.

«Piacere, Massimo!

Grazie per avermela data…

L’amicizia, intendo...»

11.11 Rewind, wind back to beginning and make a wish!

Potevo riavvolgere, tornare all’inizio ed esprimere un desiderio. Sarebbe valsa la pena?

Specifiche

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