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Diario n°:

236

PIÙ TEMPO CHE VITA
GiuliaSays

PIÙ TEMPO CHE VITA

La tua mano sul mio sedere non si muove. Sei immobile, con lo sguardo che osserva indifferente la scena che hai davanti, e il palmo aperto sul mio culo. Non palpi, non tasti. Ti basta il contatto leggero coi miei glutei, attraverso la stoffa dei pantaloni blu che indosso. Davanti a noi è un delirio di corpi ammassati. Provo a contarli, ma ogni volta qualcuno si muove e cambia posizione, così mi confondo e devo ricominciare da capo. È strano rendersi conto di quanto tutte queste facce si somiglino. Smorfie informi, maschere frenetiche che guastano volti banali; bocche aperte nel tentativo di accogliere o di ansimare; fronti aggrottate nella concentrazione del piacere, prive di ogni preoccupazione che non sia volta a godere subito, qui e ora. E gli occhi? Questi occhi vitrei che ogni tanto cadono su di noi e ci sporcano, sudici come sono, non hanno luce, non hanno vita.
«C'è più tempo che vita» mi sussurri tu all'orecchio, quasi come se avessi intuito quello a cui sto pensando.
E ti sorrido piano, mentre continuo a guardare l'orgia. Non riesco a trarne appagamento, è tutto così grottesco e ridicolo! Te ne accorgi, e la pressione sul mio sedere si fa più forte. È ora di proseguire, di andare oltre questo effluvio di sudore e sperma.

Nella nostra stanza ogni cosa è al suo posto. Hai preparato tutto con cura, non hai lasciato niente al caso o all'improvvisazione. Ti spogli lentamente. Non lanci i vestiti attorno te, ma li ripieghi con riguardo, senza la smania dell'essere nudo. In fondo ti conosco bene, non ho fretta di scoprire come sei. Passeggio nella camera e scruto ogni angolo. Ci sono delle tacche incise sul tuo comodino, una per ogni volta che siamo stati qui. Non sono molte, ma abbastanza per imparare ciò che bisogna comprendere di te. La stanza potrebbe essere quella di un qualsiasi motel a ore. Niente pesanti drappeggi color porpora, niente specchi appesi al soffitto. Nulla che possa riportare all'immaginario di un bordello di lusso. Solo ordine e mobili asettici, come il grande letto perfettamente rifatto, candido e non troppo morbido. Mi ci sdraio sopra un attimo, mentre ti aspetto, sopraffatta da una stanchezza più mentale che fisica. Sei impegnativo, ogni mio senso con te deve essere costantemente all'erta, non c'è spazio per il riposo, non c'è modo di far vagare la mente troppo in là, in pensieri leggeri. Finalmente mi raggiungi. Devo alzarmi e guardarti. Giuro che ti vedo, ti leggo tra le pieghe della pelle, dentro ogni segno, sotto ogni cicatrice. E c'è più tempo che vita in te.
Mi scopro il seno, so che ti piace quando mi denudo solo a metà. Poi ti blocco le mani. Uso le manette che hai portato, ti aggancio alla testiera del letto come mi hai chiesto di fare più volte. Ti sono sopra e i miei capezzoli sbattono sul tuo viso, ma tu non riesci a succhiarli, perché mi muovo più veloce della tua lingua. Ti schiaffeggio per averci provato, e il suono secco del mio ceffone rimbomba nella stanza. Solo io posso dirti cosa puoi fare e cosa no, ricordi?
Le mie unghie entrano nella tua carne. Ti graffio il ventre con forza, mi piace stare a guardare le venature vermiglie che si formano sulla tua pelle. Tu gemi, ma sei eccitato. Vorrei straziarti anche il pene nello stesso modo, chissà se ti piacerebbe? Invece lo prendo in bocca. Sento che cresce ulteriormente tra le mie labbra. Ti senti al sicuro mentre sbatti sul mio palato, mentre cerchi di raggiungermi la gola. Ma lo sai che non puoi fidarti di me, vero? Così ti mordo. Prima piano, con una leggera pressione dei denti attorno alla tua asta. Poi l'intensità cresce, aumento la presa e a te manca il fiato, non ne hai più nemmeno per urlare di dolore. Ti ho in pugno. Ma non arrivo fino in fondo, non saprei cosa farmene di un uomo senza cazzo. Ti lascio andare così come ti ho preso, concedendoti qualche momento per recuperare la ragione. Ed ora che i tuoi occhi sono lucidi di sofferenza, dimmi, come ti senti? Vuoi che continui? Non aspetto la tua risposta, non mi importa sapere come stai. Non è importante. Non sei importante. Mi approprio della tua cintura e la soppeso. È piuttosto leggera, ma usata nel modo giusto può fare molto male. Ti colpisco la prima volta e non aspetto di sentire il tuo lamento. Vado avanti in un crescendo, sferzandoti il petto, l'addome, le gambe. Tralascio il viso, quello non si può. Però mi piacerebbe vedere come potrebbe cambiare la tua espressione, come reagiresti se per una volta io infrangessi le regole. Percuoto il tuo pene, che ha ancora i segni dei miei denti alla base, ma che non accenna ad ammosciarsi. Picchio sui testicoli, e tu sobbalzi. Ho esagerato? Me ne frego. Vado avanti e non riesco a sentire più nulla, non sono più padrona dei miei gesti. Sei un ammasso di striature violacee, la tua pelle si gonfia e si solleva, e giurerei che stai piangendo, che mi stai implorando di smettere. Ma allora perché il tuo cazzo sussulta? Perché si gonfia ancora di più e fiotti bianchi ti imbrattano la pancia? Perché godi, dio santo, PERCHÉ?
C'è più tempo che vita, e io chiudo gli occhi. Ti cado addosso esausta, mischiandomi alla tua pelle bollente e al tuo seme caldo. Chiudo gli occhi per non vedere il tuo volto banale e il tuo sguardo sudicio che mi sporca. Chiudo gli occhi perché c'è più tempo che vita.
E io vorrei che fosse il contrario.

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