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Diario n°:

147

MIHAI
Proserpina

MIHAI

Ogni tanto prendeva l’autobus. Per la stessa ragione per cui si recava la mattina presto a Porta Palazzo. Da sola. A piedi. La incuriosivano i volti. Le espressioni. Le esistenze.

Nel quartiere dove abitava gli impiegati sgattaiolavano via con la testa insaccata nelle spalle e il passo veloce. Curvi. Grigi come le loro vite. Non c’era niente da osservare.

Al mercato di Porta Palazzo o sui mezzi pubblici era tutta un’altra cosa.

Quel giorno, nonostante piovesse, il 45 non era stracolmo. Appoggiata mollemente al soffietto centrale che permette al pullman di svoltare, aveva modo di guardarsi intorno.

Quasi tutti immigrati. Qualche pensionato. Un paio di impiegate smarrite in quel carnevale di etnie.

Gli uomini. Più che altro scaricatori che lavoravano al mercato. Nordafricani. I capelli crespi e neri, gli occhi scuri iniettati di minuscole vene rosse per la stanchezza e le guance affilate dall’incarnato terreo.

Lei però preferiva i rumeni. Quasi tutti carpentieri o muratori. Al suo passaggio si guardavano le mani imbrattate di vernice appoggiate sui calzoni ancora polverosi di calce senza osare sollevare la testa. Forse perché troppo sfiniti. Forse perché avevano appreso in fretta che alzare lo sguardo su di una donna italiana ben vestita in un paese che li tollerava con malcelata ostilità era, nella migliore delle ipotesi, una perdita di tempo. Una grana, nella peggiore.

 

L’aveva notato sul bus solo in un’altra occasione, in cui le aveva fatto scivolare addosso per un istante il suo sguardo ceruleo lievemente acquoso. Era bellissimo.

La pelle liscia abbronzata da dieci ore di fatiche sotto il sole. Sotto la maglietta si indovinavano muscoli scattanti e levigati, come nessun esercizio in palestra può dare. Ad una brusca frenata era stato costretto a sollevare le braccia per non perdere l’equilibrio e lei aveva intravisto una leggera peluria bionda sotto l’ombelico.

Lo aveva abbordato con dolcezza sbirciandolo da sotto la frangia e gli aveva fatto segno di scendere alla prossima fermata e di seguirla.

Camminava un paio di metri dietro di lei con le mani in tasca. Si voltava spesso a destra ed a sinistra affatto convinto della situazione. In fondo, là dove si muove l’istinto, si sentiva in ogni caso una preda. Dilatava appena le narici tentando di fiutare da dove potesse sopraggiungere il pericolo. Perché un pericolo doveva pur esserci. C’è sempre, per quelli come lui.

In casa si era tolta le scarpe e l’aveva condotto in bagno. Gli aveva indicato la doccia e a gesti gli aveva fatto capire che cosa voleva.

Poi, non appena aveva sentito scrosciare l’acqua, era andata tranquillamente alla finestra a fumare una sigaretta. Fuori pioveva. Gocce grosse, pesanti che cadevano sul pavimento del balcone, sbattevano sulla ringhiera frantumandosi con un rumore pastoso e pieno spruzzando intorno una miriade di piccoli schizzi.

Si era sdraiata sul letto. Nuda. Quando lui era comparso coi capelli a spazzola ancora bagnati che si dividevano tra loro e il corpo umido che odorava di bagnoschiuma l’aveva guardato a lungo. Stava in piedi davanti a lei lanciando furtive e sospettose occhiate in giro. Ancora non si fidava. Aveva gli occhi di un grigio-azzurro chiaro, quasi vitreo da quanto era trasparente. Si incupivano a tratti, a seconda della direzione della luce o se un segnale di allarme gli sfiorava la mente.

La pelle ambrata, nella penombra della stanza, assumeva una colorazione quasi simile alla cannella. Ancora più scura nell’incavo del collo, delle braccia, lungo la piega sensuale dell’addome laddove scivola nell’inguine. Aveva un pene rosa scuro e liscio che emergeva, completamente eretto, tra la peluria dorata.

Dalla finestra accostata un refolo d’aria si insinuò agitando la tenda e facendolo rabbrividire. Vide il velo d’umidità sulla sua pelle ritirarsi come bassa marea lasciando migliaia di minuscole isole puntiformi.

Lasciò cadere un braccio sul cuscino. In mano teneva la bustina con il profilattico. Lui capì e si sdraiò su di lei. Fissandola insistentemente negli occhi, la penetrò. Subito. Senza preliminari. Restò qualche minuto immobile dentro di lei, riempiendole interamente il sesso. Un tempo che a lei sembrò lungo. Interminabile. Avrebbe voluto fermarlo così per sempre.

La prese con una sorta di struggente violenza. Tramortendola, affondandole le mani nei capelli, schiacciandole la testa, non staccandole mai gli occhi dagli occhi e facendola godere più di quanto qualunque altro uomo avesse mai fatto.

Il rumore di vetri infranti della pioggia si confondeva con quello dei suoi singhiozzi. Avvertì l’orgasmo di lui come lo schiaffo di un’onda possente e improvvisa.

«Come ti chiami?» gli chiese quando ebbero finito.

«Mihai.»

«Io Anna» mentì.

Le domandò del gelato. Anna inarcò la schiena per mettersi a sedere sul letto, scivolò giù lentamente e si diresse in cucina. Cioccolato e pistacchio. Erano gli unici gusti avanzati nel freezer. Tornò con la vaschetta in mano e un cucchiaio. Per un po’ si imboccarono a vicenda. Il pistacchio non le piaceva, ma ne ingoiò lo stesso un paio di cucchiaiate che Mihai le porgeva.

Ci furono molte altre volte.

 

Arrivava già lavato. Suonava una sola volta il campanello e al momento di dire il suo nome abbassava la testa e lo pronunciava con un tono cupo e basso.

«Mihai.»

Anna apriva e lui si infilava dentro con veemenza, facendo sbattere l’anta della porta. La scopava subito, sollevandola da sotto le ginocchia e puntellandola contro la porta. Lei, sotto la maglietta o la vestaglia che indossava, era sempre nuda. Gli affondava le dita nei capelli ancora umidi. Ma erano troppo corti e le sfuggivano. Allora incrociava le mani dietro al suo collo, di cui sentiva le vene pulsare per lo sforzo e l’eccitazione.

Alla fine aveva la schiena piena di lividi per i colpi e le spinte di Mihai e dal labbro le colava una goccia di sangue. Se lo mordeva per non urlare, per non farsi sentire dai vicini. Sapeva prenderla solo così. Con urgenza imperiosa, con rabbia, con una sorta di drammatica imposizione. Ogni volta come se fosse l’ultima. Le teneva il viso fermo davanti a lui afferrandole il mento, ansimandole in faccia, biascicando parole smozzicate di cui Anna non conosceva il significato.

Non aveva importanza. Gli si abbandonava completamente. La teneva sospesa su di un precipizio, ma Anna si fidava. La innalzava e la faceva ricadere una volta, due volte. Centinaia di volte. Ma la sua presa era salda e sapeva sempre ricondurla a casa.

Ogni tanto portava del gelato. Cioccolato e pistacchio.

 

Si incontravano ormai da qualche mese, tutte le settimane. La domenica pomeriggio. Fuori l’autunno avanzava trascinandosi dietro la sua aria caliginosa, densa di smog e di tristezza, come un mantello sporco. Il traffico, la domenica pomeriggio, si quietava.

Anche nell’appartamento di Anna, la domenica pomeriggio, regnava il silenzio. Le lunghe e pesanti tende color panna oscillavano impercettibilmente a qualche sbuffo di vento proveniente dalla finestra accostata. Mihai le dava la propria mano da mordere. Gliela infilava in bocca di taglio offrendole la parte morbida del palmo tra le nocche e il polso. Non voleva che si ferisse il labbro.

 

Un pomeriggio si soffermò a guardarla dormire. O almeno credeva che dormisse. Ma non era così. Anna, da sotto le palpebre chiuse, voleva solo prolungare la carezza del suo sguardo sulla pelle.

La scoprì delicatamente. Era sdraiata supina. Un braccio a mo’ di cuscino sotto la testa, una gamba piegata all’interno con il tallone accostato al ginocchio dell’altra gamba. In mezzo il triangolo nero e riccio del pube proiettava un’ombra sul lenzuolo.

Mihai le sfiorò il ventre con la mano con un movimento impercettibile, attento a che non si svegliasse. Appoggiò il pollice al clitoride con una pressione leggera ma ferma. Anna aprì gli occhi per una frazione di secondo, sopprimendo un sussulto. Subito li richiuse. Per nessuna ragione voleva che si accorgesse che era sveglia.

Indugiò un attimo quasi incerto. Poi, sempre mantenendo la pressione del pollice, con due dita prese ad esplorarle la vagina. La sua mano si muoveva sicura e lenta, senza traccia di annaspante desiderio. Piuttosto con un’infantile, distaccata curiosità.

Anna fremette. Dentro di sé. Il suo corpo abbandonato e immobile non tradì alcuna emozione.

Le sue dita sfioravano, palpavano, premevano. Onoravano ogni angolo segreto, ogni piega nascosta. Si avventuravano in profondità scavandole la carne e strappandole un lamento. Niente più che un sospiro nel sonno. Ogni tanto si interrompeva e aspettava. Momenti eterni in cui il suo sguardo scivolava sulle forme del corpo di Anna come lava bollente. O almeno lei lo avvertiva così. Si sentiva esposta, umida e molle. Le sue dita ripresero il lavorio finché trovarono l’orifizio anale ed iniziarono ad ammorbidirglielo disegnandovi sopra piccoli cerchi concentrici, assediandolo con leggere pressioni. Più difficile fu trattenersi quando finalmente un dito, poi un altro, lo sondò. Resisteva piena delle sue dita, sentendo continui smottamenti dentro di sé. Scivolava. Qualcosa aveva preso a muoversi, stava per sciogliersi. L’orgasmo la colse attraversandole il corpo con una fitta bruciante. Un orgasmo liquido e muto. Solo la mano che teneva nascosta sotto il cuscino si contrasse afferrando disperatamente la stoffa. Tra le ciglia socchiuse intercettò il volto di Mihai. Gli occhi chiari, lucenti nella penombra. La bocca socchiusa, attraverso cui si intravedeva il biancore dei denti. Il naso perfetto.

Le sfilò di colpo le dita sussurrandole una delle sue parole incomprensibili. Gli angoli della bocca gli si piegarono in una smorfia maliziosa. Con un paio di brusche mosse veloci le distese il ginocchio piegato, divaricandole le gambe e piazzandosi in mezzo. Gliele sollevò sopra le sue spalle poi, facendo leva sulle braccia, si tuffò su di lei. Mentre la inchiodava al letto tra gli ansimi, i grugniti e le frasi sconnesse risalì con le mani lungo le sue braccia spalancandogliele ed incrociando le sue dita con quelle di Anna in una morsa che le polverizzava le falangi.

La penetrò a lungo così. Con il bacino che le si sollevava e veniva schiacciato ad ogni sua spinta e le unghie che graffiavano i dorsi delle mani di Mihai. Allentò di colpo la presa leggendole negli occhi lo sconcerto. Aveva paura che l’abbandonasse così, in balìa di se stessa. Non adesso. Non ancora. In realtà non ne aveva mai abbastanza di quella vertiginosa altalena.

La girò di schiena e la incollò a lui facendosi strada fra le sue natiche e bloccandola per la nuca. Le tirava i capelli facendola scalciare, provocando un inarcamento repentino e involontario della sua schiena e fremiti e movimenti scomposti delle anche. Incalzava, suggeriva i suoi movimenti. Ogni volta che lei si contraeva gli andava incontro e lui affondava di più nella sua carne, stringendole il collo, la gola e premendole la testa sul cuscino. Anna soffocò nella stoffa un urlo che le piume attutirono a stento.

Lo sentì rovinare su di lei con un singulto straziato. Era come se gli si fosse strappato qualcosa dentro. Giacquero così. Lei oppressa, coperta dal peso di lui.

 

Capitava che si addormentasse ancora dentro di lei. La scopava al limite delle sue possibilità, chiedendo troppo a se stesso, ricominciando e ricominciando. Nel dolore, a volte nel sangue.

La stanchezza lo coglieva all’improvviso e allora si arrendeva sfinito su di lei, nella posizione in cui si trovava. Con le mani ancora sotto le sue ginocchia che si lasciavano andare a poco a poco. Quando, per via del sonno, il corpo diventava troppo pesante, Anna lo faceva scivolare lentamente di lato, avendo cura di sorreggergli la testa. Gliela poggiava nell’incavo della coscia. Non dormiva mai, lei. Rimaneva immobile, sentendo il sangue affluire rapidamente, formicolare per il peso della sua testa abbandonata, cullandolo con le pulsazioni della safena che si trasmettevano al collo di Mihai.

Ascoltava i rumori circostanti. Distaccata. Come un incuriosito e silenzioso osservatore. Qualche grida nel cortile. Saluti. Risate. Gente che rincasava. Lo sbattere della portiera di un’automobile. Rumori della vita che scorre. Ignara.

Spesso Anna annusava l’aria. Verso l’imbrunire folate di nebbia si avventuravano tra i vetri e le tende. Faceva buio sempre più presto. I giorni rotolavano. L’aria aveva un sapore di cenere. L’ultima volta, seduti sul letto, le gambe incrociate con le sue, lo baciò a lungo. Poi mangiarono il gelato.

Non gli aprì più. Mai più.

Mihai arrivava. Puntuale. Ogni domenica pomeriggio. Anna, accoccolata dietro la porta, si appiattiva in terra per sentire attraverso la fessura l’odore di bagnoschiuma che emanava dal suo corpo. Le sembrava di riuscire a percepire qualcosa. Forse si illudeva. Anche il giorno di Natale arrivò. La chiamava con quella sua voce bassa e gutturale. Molte volte. Infinite volte.

«Anna!»

Lei era sempre lì. Si precipitava a piedi scalzi al primo squillo di campanello. A volte si trovava già dietro la porta.

I vicini cominciarono a borbottare. Qualche vecchietta ebbe l’ardire di sporgere fuori il capo vizzo.

«Ma non vede che non c’è? È partita. Se n’è andata.»

Mihai non se ne curava. Neanche li ascoltava. Era pazzo.

Le vaschette di gelato si accumulavano. Uscendo lei non le toccava mai. Ci avrebbero pensato i vicini.

«Anna!»

Rannicchiata sul pavimento, le ginocchia contro il mento, lo sguardo perduto, doveva portarsi una mano al ventre per impedirne le contrazioni. Doveva stringere forte. Ad ogni squillo, ad ogni grido doveva afferrare e stringere più forte. Fino a che le nocche diventavano bianche, il polso le doleva, la pelle iniziava a segnarsi ed a sanguinare per quanto vi conficcava dentro le unghie. Doveva fare così per non dare ascolto, per non darle ascolto e per impedirsi di aprire. La sua vagina non ne voleva sapere. Urlava. Più di lui. Lo voleva. Lo reclamava. Lo esigeva.

Mihai, ormai senza speranza, sferrò un pugno contro la porta. Il legno sussultò. Anche Anna sussultò, massacrandosi il ventre. La bocca le si spalancò in un urlo muto.

 

Non tornò più.

Anna riprese a sfilare i suoi giorni come perle da una collana lenta. Viveva sola. Stava quasi sempre da sola. Faceva colazione sempre nello stesso bar. Una ex latteria con i tavolini e le sedie di formica con le gambe di alluminio e un vecchio cartello dei gelati scrostato e arrugginito. Era lì che comprava il pistacchio e il cioccolato.

Sorseggiava il cappuccino mentre sfogliava il giornale. Lei adorava il cappuccino. L’occhio le cadde su di una notizia di cronaca. C’erano due fotografie. Due uomini. Rumeni. Riconobbe un volto. Mihai.

C’era stato un incidente in un cantiere. Un blocco di cemento si era staccato da una gru e due operai avevano perso la vita. Mihai era morto.

Impietrita vomitò il cappuccino sul giornale. Poi scappò via lasciando una poltiglia biancastra sulla carta macerata, incurante della signora del bar che la richiamava preoccupata.

Un buco si aprì all’istante nella sua vita come quando una pellicola viene divorata dalle fiamme. I bordi si ritirano lasciando un’enorme voragine nel mezzo. Non aveva più coordinate. Niente baricentro. E c’era troppa luce quella mattina.

Vagò senza meta. Finì a Porta Palazzo. Si faceva trasportare dalla folla, urtare dalle donne cariche di sacchetti di plastica. Seguiva l’onda come un pupazzo meccanico dagli ingranaggi spezzati. Le urla degli ambulanti la scorticavano, il profumo della menta la stordiva. C’era ancora troppa luce…

Vagò per molti altri giorni. Smise di lavorare. Si negò al telefono.

Vendette la casa dalle lunghe tende color panna e si trasferì all’estero. In un piccolo paese nel nord della Scozia. Un posto dalle case ancora con i vecchi tetti di ardesia e i comignoli storti. Immerso in un’umida bruma azzurra per nove mesi l’anno. I termosifoni andavano a pieno regime anche d’estate e le luci delle insegne e delle vetrine si accendevano a metà pomeriggio. Come a dicembre in Italia.

Un posto vicino al mare.

Si presentò a tutti come Anna e trovò lavoro come cassiera in un supermercato.

 

Gira sempre con un cappotto di lana nero lungo fino ai piedi. Se fa molto freddo e il vento salato le sferza il viso si protegge anche con il cappuccio. Ogni giorno, finito il lavoro, percorre uno stretto sentiero lungo la brughiera fino al mare. Se ne sta lì per ore a guardare la distesa color acciaio e le onde che si infrangono infaticabili e minacciose sulla scogliera.

Gli abitanti del paese dicono che è un po’ matta. Non ha stretto amicizia con nessuno. Parla poco, anche al lavoro. Non mangia quasi nulla. Solo gelato. Dal supermercato si porta a casa molte vaschette. Sempre e solo pistacchio e cioccolato.

Lo mangia seduta sulla terra rossiccia ricoperta di erica avvicinando lentamente alla bocca il cucchiaio. Non smette mai di guardare il mare. Non può. Ha l’esatto colore degli occhi di Mihai.

Specifiche

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