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Diario n°:

162

ROSE
Lavinia De Merteuil

ROSE

Il tacco dodici è una dichiarazione di guerra: predispone il corpo della donna nella posizione ideale per essere scopata. Per questo motivo, io non indosso mai tacchi dodici: non ho bisogno di lanciare l’esca se ho voglia di farlo.

Mi chiamo Rose, con la “e” finale. Mia mamma era una vera sognatrice e penso che il mio nome sia tratto da qualche romanzaccio rosa.

Ho venticinque anni e poco tempo da perdere.

Il tempo infatti è sempre quello che è, e assaporare un caffè dopo dieci ore di lavoro diventa un’esperienza esaltante: finalmente puoi rilassarti e lamentarti moderatamente della giornata.

Io di solito preferisco trovarmi con gli amici, non coi colleghi, così non mi tocca sopportare un’altra ora di lamentele riguardanti la situazione in ufficio.

Stasera sono appunto riuscita a trovarmi con Flavio al bar vicino ai nostri rispettivi uffici.

La conversazione verte sempre sul sesso.

Flavio è un ottimo amico, ma all’amicizia ci siamo arrivati dopo mesi e mesi di sfinimento sessuale: sedute selvagge ritagliate alle pause pranzo e alle rare serate libere.

Flavio ha più o meno la mia età ma è un patito delle cinquantenni: mi chiama “il caso raro” e si stupisce del fatto che non mi esaltino particolarmente le acrobazie a letto o che certe cose non abbia mai sentito la necessità di farle.

Dice che quelle della mia età fanno tutto.

Il fatto è che per me il sesso si inserisce in una lista di cose la cui priorità è stabilita dalla necessità e dall’umore: lavoro, soldi, musica, scrivere, amici, sesso... il tutto in ordine sparso, a seconda del momento. Siccome a me piace sperimentare e vivo nella costante condizione di “così tante cose da fare, così poco tempo”, è ovvio che il sesso sia una delle tante cose da fare, non una questione di vita o di morte.

Per lui, no: instancabile sostenitore di “ogni lasciata è persa”, dedica la maggior parte del tempo libero alla conquista.

Ovviamente non si limita a quello, altrimenti sarebbe un decerebrato con cui non mi fermerei nemmeno per il caffè, però da quel punto di vista si tratta sicuramente di un personaggio bizzarro, e forse è stato questo il principale motivo della nostra amicizia: io che tento di psicanalizzarlo come qualsiasi femmina al mondo, lui che schiva i tentativi come qualsiasi maschio al mondo. Insomma, un’amicizia perfetta.

Il caffè oggi fa particolarmente schifo, così decidiamo di prolungare il dopolavoro a casa mia per gustarne uno degno di questo nome.

Abito in un piccolo appartamento a dieci minuti dall’ufficio, quindi prendiamo la mia auto. Giro la chiave nel portoncino blindato, apro la porta e finalmente butto le scarpe in un angolo, chiacchierando con Flavio che nel frattempo si toglie giacca e scarpe.

Andiamo in cucina e lui si appoggia alla stufa, guardandomi.

La caffettiera è dietro a lui, mi avvicino per prenderla.

«Non lo voglio il caffè. Vieni qui.» La sua voce che si abbassa di un tono mi fa già capire a cosa sta pensando.

«Ma piantala» gli rispondo ridendo. «Lasciami preparare ‘sto caffè.»

Non funziona: mi afferra e mi gira, stringendomi a lui, facendomi sentire che la mia vicinanza gli ha già fatto effetto.

Mi sposta i capelli e mi bacia sul collo: le sue labbra morbide sulla mia pelle hanno un effetto elettrizzante, e lui mi conosce troppo bene, sa come farmi cedere.

Mi infila una mano nei pantaloni, dentro alle calze, sopra agli slip... protesto debolmente, ma è un tentativo poco convinto: mi piace ciò che mi fa, anche se mi fa rabbia ammetterlo. Sa darmi piacere, lui lo sa benissimo, e se ne vanta. Insopportabile ma efficace.

All’improvviso smette, mi gira e mi prende in braccio, passandomi le mani sotto alle ascelle.

Gli cingo i fianchi con le gambe, non sapendo cosa aspettarmi e la cosa mi diverte perché adoro le sorprese, ma il viaggio è breve: mi distende delicatamente sul tavolo della cucina, e da vero gentiluomo qual è sempre stato (almeno con me) mi mette la sciarpa di seta che avevo abbandonato su una sedia sotto la testa a mo’ di cuscino.

Gli lascio fare tutto: la sua instancabile corsa verso tutto il genere femminile l’ha reso molto bravo, e lasciargli carta bianca non mi ha mai delusa.

Mi toglie pantaloni, calze, slip in maniera metodica, accarezzandomi la pelle.

Rimango solo con il reggiseno e la camicia, mi sento un po’ indifesa e appoggio i talloni all’angolo del tavolo per stare a gambe unite, ma è il pensiero di un istante: sento già le sue mani calde che mi accarezzano decise le gambe, il suo respiro sulla mia pelle e le sue labbra che depositano piccoli baci leggeri sui polpacci, sulle cosce, fino ad arrivare al mio centro caldo, dove i baci diventano pura esplorazione, e non si lascia sfuggire un centimetro della mia pelle, ascoltando quanto e come mi piace, assecondando i miei gemiti.

Mi piace ciò che mi fa, sento un calore liquido invadermi.

Mi sento letteralmente sbocciare, accarezzata dalla sua lingua che trova il mio punto debole e non lo lascia andare finché la voce mi sfugge dalla gola senza che me ne accorga. Sospiro soddisfatta, mi prendo un attimo di pausa.

Mi viene da ridere adesso che sono appagata.

«Che c’è?» chiede Flavio.

Ha ancora la voce roca: lui no, che non è soddisfatto, siamo solo all’inizio. L’unico pensiero coerente che ho è che lui mi vuole e che non mi mollerà finché non mi avrà avuto.

E la cosa non mi dispiace per niente.

«Niente...» sospiro io con un sorriso sornione, accennando a stiracchiarmi.

«E adesso cosa vuoi fare?» mi chiede, spostandosi strategicamente accanto alla mia testa, accarezzandomi i capelli. Il suo tono è gentile ma deciso.

Ho capito cosa vuole, ma è un gioco: chi cede per primo, perde.

«Cosa vuoi fare tu, mi sembra...» gli rispondo maliziosa.

«OK...» mi replica offeso, e si allontana di un passo, alzando gli avambracci in segno di resa.

«Ma piantala...» gli dico sorridendo, e lo prendo per la cintura tirandolo vicino alla mia bocca: è un gioco e io perdo volentieri perché lo voglio, mi piace, mi eccita.

Anch’io non voglio che finisca così presto, voglio di più.

Slaccio la cintura, il bottone, abbasso la cerniera; lui lo impugna e me lo porge in tutto il suo splendore: non posso far altro che ricambiare il piacere.

Flavio ha sempre avuto una predilezione per la mia bocca, dice che come me in tutta la sua vita ne ha incontrata solo un’altra, ma molto, molto tempo fa: ogni volta che ci troviamo così mi viene in mente questo particolare, raccontato in uno dei rari momenti di sole e pace che ci concediamo.

Il gioco piace a tutti e due e andiamo avanti per un bel po’, ma non mi basta.

Lo guardo negli occhi ancora distesa sul tavolo e gli dico: 

«Voglio cavalcarti.»

Sorride, torna di fronte a me e mi fa mettere le braccia intorno al suo collo.

Mi tengo forte e gli cingo i fianchi con le gambe mentre lui mi solleva e mi tiene e con l’altra mano gira la sedia, si siede con me ancora in braccio, e mi fa scivolare dolcemente in modo che mi trovo seduta sopra di lui senza che ancora niente sia successo.

Finisco di spogliarlo: solo la maglia, il resto se l’è tolto non so quando.

Mi spoglio anch’io, ancora in braccio. Mi piace farmi guardare.

M’inginocchio per un istante di fronte a lui per ringraziarlo dell’acrobazia con passione e gemiti, poi risalgo e finalmente mi prendo ciò che mi spetta, lentamente, senza fretta, a occhi chiusi: sento le sue mani addosso, a palme aperte, e lo sento in me, perfetto, talmente perfetto che non riesco a tenere la mia bocca sulla sua e dopo pochi istanti esplodo, urlo, e nascondo il viso dietro al suo orecchio e piango dal piacere per un tempo che mi sembra infinito, molto più del solito. Mi fa venire deliziosamente, era da molto tempo che non sentivo dentro di me un piacere così grande, così intenso.

Flavio mi asseconda fino all’ultimo istante, accennando solo a qualche spinta per seguire i miei spasmi: attento a non lasciarsi andare, mi lascia fare fino a che non mi sono calmata.

Alla fine sospiro e lo guardo, ancora piantata sulla mia cavalcatura:

«Adesso posso farti venire io?» dico, sorridendo maliziosamente.

«Devi!» mi risponde sorridendo, ma so che è un ordine: è un gioco, ma noi giochiamo con molto impegno.

Mi posiziono davanti a lui sedendomi sui talloni, mi metto comoda perché so già che dovrò impegnarmi molto: Flavio ha resistenza e certi trucchetti non bastano a soddisfarlo.

Lo guardo fisso negli occhi mentre lo bacio, lo lecco, lo succhio; lui ricambia, e con la voce sempre più roca mi sussurra:

«Dio... hai uno sguardo...» e io rido e continuo, mi piace eccitarlo, mi piace essere guardata mentre porto anche lui dove io sono già arrivata. Mano, gola, lingua, labbra, mano... rido ancora, una risata bassa, sensuale, gioiosa che risuona come un gemito: mi eccita vederlo così resistente, così determinato a godersi ogni istante del nostro gioco mentre io mi godo un giocattolo di tutto rispetto, che sento sempre più vicino all’esplosione.

Flavio non è come me: non gli piace urlare.

Tuttavia il nostro piacere è sempre enorme e ci sono solo due cose che fa quando lo faccio venire: urla, o si fa del male per non urlare. Questa sera tocca alla seconda scelta: mentre io chiudo gli occhi per assaporare il suo piacere, lo sento trattenere con molta fatica un grido e picchiare un pugno violentissimo sul tavolo.

Bilancio del dopolavoro: uno pari con ammaccatura sul tavolo della cucina, a eterna memoria della nostra partita.

Ora, finalmente, possiamo concederci un caffè, e ci aggiungiamo pure una sigaretta!

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