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Diario n°:

227

SENZA LUCE (A WHITER SHADE OF PALE)
Liviana Rose

SENZA LUCE (A WHITER SHADE OF PALE)

Quattro minuti.

È il tempo che ci vuole per attraversare il ponte.

Mi mette sempre i brividi.

Quattro minuti di uno strano formicolio al collo.

Anche quando, del fiume, si vedono le lunghe spiagge.

Odio passare su quel ponte.

Odio lo strapiombo e il colore marrone e schiumoso dell’acqua.

La notte, l’oscurità, mi rendono ancora più fremente. La paura dell’ignoto mi ha sempre frastornato.

C’è stato un tempo in cui sfidare il mondo era un gioco e mi cibavo di adrenalina.

Con la prima promozione sul lavoro avevo comprato una Porche 911 classic del 1968, verde oliva, e sfrecciavo per le strade con la capote abbassata.

Devo attraversare il ponte.

Proprio all’imbocco, dove il cartello bianco ti dice che dovrai mangiare 5.173 metri ad una velocità massima di 90 km orari, la radio lancia una canzone dei bei tempi: quattro minuti.

Canticchiare mi distrae.  

Laura, seduta al mio fianco, con la fronte appoggiata al finestrino, sta cavalcando i suoi pensieri.

La gonna le è salita sulle cosce e lascia intravedere il bordo delle autoreggenti che indossa.

Si è vestita così per il nostro appuntamento di stasera.

Non è andato come speravo.

Mi sono vestito elegante: mi dicono che io abbia un bel portamento anche con un camice addosso, ma l’abito su misura e la cravatta so che mi donano particolarmente. Anche a cinquant’anni suonati faccio ancora voltare parecchie signore.

Sono passato a prendere Laura con la mia automobile più luccicante, l’ho portata in un ristorante famoso per la sua atmosfera e per la sua cucina, ma non troppo elegante da farla sentire in soggezione.

La chiacchierata è stata leggera e carica di doppi sensi, il tutto annaffiato da un paio di bicchieri di Arneis.

Poi qualcosa si è incrinato.

Ci siamo letti dentro e quello che abbiamo visto, probabilmente, non ci è piaciuto.

Scoperemo, siamo diretti a casa mia.

Ma per arrivarci bisogna attraversare il ponte.

È tardi. Per strada non c’è anima viva. Il buio ci inghiotte.

Una inconfondibile melodia di note d’organo satura l’abitacolo.

I fari allo xenon del mio suv si spandono come ghiaccio sull’asfalto.

We skipped the light fandango, turned cartwheels cross the floor...

Sussurro le parole della canzone mentre mi osservo le mani strette al volante.

Poi fisso la strada.

E succede qualcosa...

L’asfalto si bagna, la luce proiettata dai fanali si riscalda, le vene sulle mie mani si appiattiscono, la pelle si distende, l’abitacolo si restringe e una brezza calda mi scompiglia i capelli.

Uno strano torpore mi avvolge e una mano di donna, appartenente ad uno splendido esemplare del genere, mi apre la patta dei pantaloni.

Me lo tira fuori e lo fagocita con labbra rosso fuoco.

Ho fatto un volo nel passato.

È il 1982, sono di nuovo giovane e sto ricevendo il pompino più fantastico della mia vita.

L’Italia ha vinto i mondiali, è appena finito un acquazzone.

Io e Michela ci siamo sposati da due mesi.

Sofia, quella che mi sta facendo il pompino in macchina, mentre sfreccio oltre i limiti, è una infermiera del mio reparto.

È disponibile, disinibita e, come me, pensa che una bella scopata può essere paragonata all’andare in palestra, ma molto più divertente.

Ero invincibile. Sono invincibile.

She said, there is no reason and the truth is plain to see.

Quattro minuti.

Ritorno al presente, la canzone attacca il refrain e guardo Laura.

Ho il cazzo che preme contro la cerniera dei pantaloni.

Allungo una mano verso la ragazza e le sfioro la spalla nuda.

Lei si volta e mi sorride.

Deve pensare che sono uno sciocco sentimentale a chiedere attenzioni durante una canzone così.

Le prendo una mano e la poso sopra la mia erezione.

Il suo calore è confortante.

«Stai rovinando Bach per un mero gesto lascivo...»

La guardo come se avesse tre occhi.

«La canzone dei Procol Harum si ispira ad un paio di arie di Bach, non lo sapevi? E anche a When a man loves a woman. Ha un testo criptico che si apre a numerose interpretazioni.»

«Un po’ come la Bibbia insomma.»

«Non essere blasfemo.»

«Sono agnostico.»

«È una questione di emozioni. Le interpretazioni del testo lasciano il tempo che trovano. Le sensazioni che ti dà la musica, quelle sono importanti!»

Non ha smesso ti massaggiarmi l’erezione. Il contrasto tra il discorso serio che esce dalle sue labbra e i pensieri erotici che escono dal mio cervello me lo fa rizzare ancora di più.

Questa donna è una continua scoperta, in bene e in male.

Un dito si è infilato dentro la camicia e mi sfiora la pelle dell’addome.

La desidero.

Vorrei capire se anche lei sta provando questa bramosia liquida.

Quattro minuti.

At first just ghostly, turned a whiter shade of pale …

Il ponte è quasi finito.

Guardo la strada, sbircio Laura, sento la sua mano, la copro con la mia, ha la pelle liscia; annuso il suo odore, vorrei assaggiarla.

Il ponte è finito.

Accosto fuori strada, tra alcuni alberi sbilenchi.

Lei cerca di aprirmi la cerniera dei pantaloni e di sporgersi verso il mio cazzo.

Ed è il paradiso. La sua lingua è liscia e calda come velluto, assaggia, gusta, stuzzica.

La sua mano è carezzevole e curiosa.

«La canzone. Quella canzone. Mi ha ricordato un episodio della mia giovinezza. Quando pensi di avere il mondo in mano e di essere invincibile.»

Laura di ferma con la mia erezione stretta tra le unghie laccate.

I suoi occhi sono ardenti, ma anche curiosi.

Vuole sentire la mia storia ma anche leggermi dentro.

Mi sale a cavalcioni, stretta tra il mio petto e il volante.

Si sposta la mutandine e si cala sopra il mio cazzo.

È lava, lava insinuante, lava incandescente.

Si muove come musica, a tempo costante, un tempo languido.

Mi sta conoscendo. Le mie mani non sanno dove stare: sui suoi seni, sui suoi fianchi, sul suo viso, sul suo sedere.

Una spallina le è scesa, la curva del suo collo è da divorare, da mordere.

Le mie mani risalgono lungo la sua spina dorsale, sotto il tessuto leggero del vestito. La stringo di più a me e inizio a spingere più a fondo dentro di lei. Il desiderio che provo per lei mi fa digrignare i denti: voglio tutto, la voglio tutta, la voglio più a fondo, voglio farle male.

Voglio sentirla urlare.  

Ad ogni spinta il suo clitoride sbatte contro la stoffa dei miei pantaloni, forse anche contro la cerniera. Ho sempre trovato il dolore così simile al piacere...

Le mordo un labbro. Ad ogni spinta sbuffo dal naso come un cavallo imbizzarrito.

Non scopavo in macchina da un decennio.

Ma questo non è solo scopare, è uno strano duello tra due persone che vogliono vincere a tutti i costi ma che non hanno bene capito quale sia il premio.

Godo dentro il suo velluto.

Soffoco l’urlo contro la sua pelle, sopra il seno.

Quattro minuti.

Lei non è venuta, ma si sfila dalla mia erezione e si rimette sul sedile del passeggero.

Si tiene il labbro inferiore tra i denti.

È bellissima.

Non sono soddisfatto, non le ho dato piacere. È la prima volta che mi viene un barlume di preoccupazione per non aver restituito il favore.

Ho sempre e solo pensato a me stesso.

Lo sapevo, ma lo capisco solo ora. Sono stato sempre uno stronzo.

Laura deve vedere meglio, deve conoscere tutto. La maschera che indosso sta rischiando di diventare davvero il mio volto. Voglio fare l’amore con lei più di quanto lo volessi prima dell’orgasmo.

Le racconto il dejà vu, le parlo dell’infermiera mentre rimetto in moto e le carezzo una coscia.

«E come è andata a finire?» chiede sussurrando.

«Con un godimento da favola.»

«Non intendevo questo. Voglio dire, cosa hai fatto poi. È stata una botta e via? Hai lasciato tua moglie per lei? È diventata la tua amante?»

I ricordi mi appaiono come l’alba in un giorno di nebbia.

Sofia è un bel ricordo: la velocità, la vittoria ai mondiali, la Porsche, la promozione.

Poi la nebbia si scioglie ai primi raggi del sole.

Sofia che diventa incubo: la sua gelosia, le suppliche, lei che si spoglia nuda in mezzo alla corsia d’ospedale, Sofia che sputa il suo rancore nei miei confronti, Sofia che si taglia le vene, il funerale di Sofia, i suoi occhi senza luce.

 

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