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Diario n°:

192

IL SUO SOGNO PROIBITO
Liviana Rose

IL SUO SOGNO PROIBITO

Il serpente di auto si snodava lungo una stretta stradina di campagna, a destra una distesa di campi gelati che brillavano sotto i raggi della luna piena, a sinistra il muro di terra che proteggeva l'asfalto dalle bizze di un torrente.

Si erano dati appuntamento all'uscita dell'autostrada ed erano quasi arrivati a destinazione: in fondo alla stradina li stava attendendo la villa settecentesca dove si sarebbe tenuto il raduno di quell'anno.

Era sempre fantastico il suo sogno, non c'è che dire. Anche così, vista alla pallida luce della luna, attraverso il finestrino dell'auto in movimento. Forse non era la più bella del gruppo ma aveva quel fascino particolare che lo aveva sempre attirato in una donna. E non glielo aveva mai rivelato.

Alessandra diceva che avrebbe dovuto farsi avanti e magari, perché no, proprio quella sera. Alessandra gli voleva bene come a un fratello ma i parenti, si sa, tendono a non vedere i difetti e le debolezze.

Aveva ancora i capelli lunghi, il suo sogno proibito, raccolti nell'irrinunciabile treccia nera.

Nel suo immaginario se la figurava sempre come una gitana: temperamento caldo e musicale.

Una musica suadente di quelle perfette per farci l'amore.

In un bungalow fresco.

Con un letto cosparso di petali di rosa.

L'aroma delle buganvillee.

Le tende leggermente accostate.

Un raggio di sole ad illuminarle la pelle serica.

A tracciare una scia per i suoi baci.

Una canzone dopo l'altra per un lungo ed intenso preliminare.

Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle.

«Marilena? Non posso credere ai miei occhi. Marilena che partecipa a un nostro raduno? A che cosa dobbiamo l'onore?»

La voce era quella inconfondibile di Riccardo, rauca per il fumo e dal volume sempre troppo alto ma con quell'accento caro e irrinunciabile d'ironia.

«Avevo nostalgia di tutta questa gentaglia...» rispose Marilena mentre abbracciava il vecchio amico.

Gli occhi dell'elegante ragazza incontrarono, oltre la spalla di Riccardo, quelli interrogativi di Luca.

La interrogavano ma la rimproveravano anche.

Con Luca si sentivano e vedevano poco, ma lui le leggeva dentro, sapeva tutto senza bisogno di parole, con quegli occhi da lupo siberiano che, a volte, ti costringevano ad abbassare lo sguardo.

Non si poteva mentire a Luca...

Ma Marilena, in fondo, stava cercando di ingannare solo se stessa.

Poi si sentì baciare il collo, nell'unico lembo di pelle libero dalla treccia e dalla sciarpa di cachemire. Erano labbra calde e dolci.

Si voltò scossa da un familiare brivido di piacere alla spina dorsale e sul suo volto, anche se solo per un attimo, si poté leggere l'evidente delusione: non era lui.

Si riprese subito mentre Stefano la abbracciava seguito poi da Marzia e dal suo sorriso contagioso, da Alessandra sempre così allegra, da Mauro con la sua inseparabile smorfia di snobismo e poi ancora dall'altro Luca e da Massimo, da Mary la timida, e ancora da Andrea, Azzurra con la sua dolcezza, Greta, Sonia, Anna, dalla gigioneria di Marco e anche da tutti quelli di cui non ricordava il nome... Ma lui non c'era.

 

Era passato un sacco di tempo dai giorni spensierati dell'università.

Una sera, durante una festa organizzata per chissà quale futile motivo, nel corridoio della residenza universitaria un eterogeneo gruppo di ragazzi si era seduto a cerchio passando di mano in mano e di bocca in bocca una bottiglia di birra e una strana sorta di calumet facendosi una promessa: vedersi tutti insieme almeno una volta all'anno.

Ed eccoli lì: con le loro storie, le loro ostentazioni, le delusioni patite che affioravano comunque negli sguardi e nei sorrisi, nonostante tutto e tutti.

Non si può proprio nascondere ciò che si è ad un amico, ad uno che ha imparato a conoscerti, ad uno che ti ha sorretto la fronte sul water dopo una sbronza e che hai ritenuto il tuo diario segreto.

Mentre l'aiutava a levarsi il cappotto la annusò. Aveva ancora quel buon odore di vaniglia e cocco. Era un'essenza che le avevano regalato per il suo diciottesimo compleanno e da quel momento erano diventate una cosa unica in una simbiosi davvero eccitante. Era uno di quei profumi che ti perforava le narici, poi ti si radicava nel cervello e nello stomaco e non se ne andava più.

Quante cose sapeva di lei, quante cose ricordava di lei.

Aveva l'abitudine, alle feste, a pranzo nella cucina del residenza universitaria, al ristorante, di sedersi sempre al suo fianco. E stava ore ad ascoltarla parlare e raccontare, aveva grandissime doti di narratrice, faceva sembrare anche la storia più banale un evento eccezionale.

La ascoltava e immagazzinava ogni informazione, era come fare una collezione coi suoi pensieri.

Ricordava che le piaceva fare la sauna, adorava i massaggi alla schiena e che il primo ragazzo l'aveva fatta innamorare carezzandola dietro il ginocchio destro. In quel punto fragile e vellutato che lui avrebbe baciato ben volentieri. Dal quale sarebbe partito per poi risalire lentamente all'interno della coscia ben tornita...

Ad accoglierli sulla soglia imponente c'era Nicola col suo pratico paio di jeans e la solita camicia con le maniche arrotolate: non era cambiato per niente.

Nicola era stato sposato con Greta che ora conviveva con Andrea. Li lasciò sfilare tutti mentre si stringeva nel proprio cappotto e pensava a tutti gli intrecci che erano avvenuti all'interno della compagnia.

Marilena aveva si allacciato una relazione con un uomo del gruppo ma ben dopo il periodo dell'università: era nato tutto per caso grazie allo zampino di Luca, qualche mese prima.

In effetti aveva convissuto poco tempo con quei ragazzi; aveva ben presto lasciato gli studi per dedicarsi alla sua passione: la musica.

La polvere che aveva mangiato si era impastata con le gocce di sudore che le erano colate sul volto in tutte le ore di prove e di esercizi al pianoforte ed ora poteva dire di essere arrivata: la polvere era diventata pane e il sudore un dolce massaggio.

Ogni tanto un concerto e poi tanta musica composta per altri.

La musica era una costante nella sua vita e, neanche a farlo apposta, mentre entrava nella villa, dopo aver subito l'ennesimo succhiotto sul collo dall'altro Luca (gli uomini ci provano sempre con tutte, una prima o poi abbocca), venne accolta da un sottofondo latino-americano.

Nel salone c'era un gruppo che suonava dal vivo: Alessandra e Massimo si erano già scatenati nelle prime danze sulle note di "Por un beso", la canzone che usciva dalle casse dello stereo la prima volta che aveva fatto l'amore con Paolo.

Le sue mani avrebbero attirato chiunque. Le dita sottili e le unghie perfettamente laccate sempre in toni chiari. Ogni volta che sentiva il tocco di quelle unghie sull'avorio dei tasti del pianoforte gli si rimescolava il sangue.

Aveva poi una strana gestualità. Parlava illustrando le sue frasi con movimenti concentrici e sinuosi. Sembrava che descrivesse una danza immaginaria. E da quei gesti ti pareva di comprendere meglio ciò che raccontava.

Avrebbe voluto sentire quelle mani passare sul suo petto e scivolargli lungo la riccioluta peluria nera. Bhè nera lo era stata una volta, ora cominciava ad ingrigirsi. Quel tanto da aumentare, come soleva vantarsi, il suo fascino mascolino.

Eppure quel fascino non gli era servito a molto nella vita: tante avventure, d'accordo, ma quando si era trattato di arrivare al dunque, quando entravano in gioco i sentimenti, le donne scappavano.

 

Era quel suo fare da cavaliere d'altri tempi a fregarlo: sicuramente era quello.

E sempre per lo stesso motivo non aveva mai alzato un dito per raggiungere il suo sogno proibito.

«Allora?» Luca le era arrivato alle spalle silenzioso.

«Allora cosa?» aveva domandato Marilena.

«Mari, lo sai...»

Aveva abbassato lo sguardo sul ciondolo che Luca portava al collo. Era un portafortuna, un amuleto, un oggetto caro. Comunque fosse vestito lo aveva sempre indosso. Glielo aveva regalato Paolo.

«Allora, è finita?» Ancora e, come sempre, diretto.

«L'hai sentito per caso? Pensavo ci fosse stasera.»

Si guardava attorno sempre alla ricerca, sempre nella speranza...

«Mari, non ho parlato con nessuno dei due. Ma ti ho vista e ho pensato che fosse finita. Tutto qua.» Sempre schietto quasi da far male Luca.

«Io non ho scritto la parola fine...» Cercava delle scusanti, più per Paolo che per lei.

«Tu non l'hai pronunciata, ma sai benissimo che è finita.» Sussurrava appena ma quelle parole le rimbombarono nel cervello più di mille rintocchi di campane.

«Una volta, appena la nostra relazione era iniziata, mi hai chiamata. Ti ricordi cosa mi hai detto Luca?»

La guardò negli occhi come per scusarsi di non averle creduto fino in fondo ma, d'altronde, si conoscevano poco al tempo.

«Mi hai quasi minacciata. Mi raccomando Mari, mi hai detto, Paolo è un amico ed un uomo molto sensibile, se hai intenzione di fargli del male non cominciare niente...»

«Lo ricordo... Lo ricordo...»

«Io ho fatto la brava Luca. Ma lui... Non si è più fatto vivo e so che ha un'altra, lo sento, ma speravo almeno che me lo dicesse. Io non l'ho saputo trattenere ma lui non ha mai nemmeno provato a lasciarsi scalfire in quella corazza così dura.»

Luca le sfiorò una guancia e le sorrise: «Non è colpa tua Mari. Ora cerca di lasciar andare il ricordo e ricomincia ad essere solo e sempre te stessa. Quella sul palcoscenico è solo una maschera, no? Le maschere vanno bene indossate qualche ora al giorno con gente che non conosci. Non bisogna farla diventare la nostra pelle.»

 

Tutti la fermavano per chiederle del suo lavoro e dei suoi numerosi viaggi. Avrebbe sfidato chiunque a dire il titolo di una delle ultime commedie teatrali che Marilena aveva musicato. Non l'avrebbe saputo nessuno. Non importava bastava, secondo loro, farsi vedere interessati. Ma da quegli occhi un po' cerchiati, lui capiva benissimo che il lavoro, per una volta, le sarebbe piaciuto lasciarlo fuori dalla porta.

I due poli d'attrazione: lei, per gli uomini e Luca, per le donne.

Luca soleva spesso mettersi in un angolo, prendere un pezzetto di carta qualunque (quella sera c'erano i biglietti d'invito disponibili) e scrivere un poesia da dedicare alle donne, ad una ad una.

Forse per liberarsi dall'insistenza degli uomini, forse per sfidare Luca a chi riusciva a scrivere meglio in mezzo alla folla, si accomodarono su un divano e iniziarono a comporre.

Le si mise dietro al suo sogno proibito, e guardò la curva della mano scorrere veloce sul cartoncino beige. Chissà di che stava scrivendo: aveva una calligrafia piuttosto appuntita e non uniforme: non sembrava propriamente una scrittura da donna.

Marilena, al contrario, era una donna eccome. Anche se non era vanitosa come altre (a pensarci bene era una delle meno appariscenti e imbellettate) e, anzi, parlava molto più volentieri con gli uomini e si mimetizzava al meglio nei loro discorsi.

Ma era donna. Perché le bastava guardarla per avere una voglia sconfinata di fare l'amore con lei. Per avere urgenza di baciarla proprio in quel momento. E poi di iniziare a spogliarla piano piano, e di scoprirla un poco alla volta. Ma non era né il luogo né il momento.

«Avrei voglia di baciarti Mari, ma c'è troppa gente» le sussurrò in un orecchio. Lo guardò dritto negli occhi, Marilena, e non sapeva che rispondere.

 

Finì di comporre la poesia. La rilesse brevemente. Ma che aveva scritto?

La passò a Luca e bastò uno sguardo per capirsi.

Aveva descritto il momento.

 

Tutto intorno è allegria

ma i pensieri filtrano in me

lo stesso,

nonostante tutto e tutti

nonostante io non voglia.

Ma vengono, entrano, penetrano,

si accalcano, fremono, spingono,

sedimentano.

Cerco di lavarli:

il sapone del sorriso.

Sono ancora lì.

Cerco di grattarli:

 

la lima degli amici.

Sono ancora lì.

Mi guardo intorno a cercare aiuto:

un unico sciame di persone,

un paio d'occhi dolci,

ma sono sola.

 

L'attimo di nostalgia dovette ben presto venir messo da parte. Perché Riccardo la invitò a ballare, poi passò fra le braccia dell'altro Luca, poi di Marco e quindi di Mauro... Ancora la musica, stavolta a proteggerla dai tristi pensieri. E da quel piccolo semino che cercava di germogliare nel cervello. E se avesse accettato quel bacio?

Eccola lì di nuovo al suo fianco come ai tempi belli. Reggeva il piattino e faceva vagare lo sguardo attraverso i vari vassoi che riempivano il tavolo del buffet.

«Ti consiglio le fettine di petto d'anatra marinate: sono una delizia.»

Gli aveva rivolto uno sguardo dolcissimo, colmo di affetto.

«Be’ allora le piglio al volo. Mi sono sempre fidata delle tue doti di buongustaio.»

Prese qualche pezzo di anatra e poi vagò alla ricerca di un contorno.

«Che mi consigli? Pasticcio di zucchine al basilico o insalata di patate e prezzemolo?»

Aveva un sorriso delizioso, genuino. Durante la serata lo aveva spesso confrontato con quello delle altre donne. In fondo era un sorriso ancora fanciullesco, non cercava di essere quella figura di femme fatale che spesso le avevano fatto cadere addosso: no più che di femme fatale, forse di mangiauomini. Ma la sua Mari non era così.

Era un bocciolo di rosa che ancora doveva schiudersi. Avrebbe voluto essere la fresca rugiada che sarebbe penetrata tra il velluto dei petali e l'avrebbe, finalmente, portata ad essere baciata dai raggi del sole.

In un angolo del tavolo c'era un bel piatto colmo di una salsa profumata che attirava l'attenzione prima delle narici e poi della vista.

«Quella cos'è?» Si era voltata verso di lui con l'espressione di una bambina in una pasticceria: peccato che la golosità fosse per l'intruglio e non per lui.

«Credo sia una specie di salsa aurora... Prendine un po' e accostala a quell'arrosto freddo laggiù.»

Ne aveva preso un poco ma ne era caduta una goccia sulla preziosa tovaglia di fiandra blu.

«Ops...» esclamò divertita come se la bambina avesse appena combinato una marachella.

Allungò furtiva l'indice, raccolse subito il disastro e se lo portò alle labbra per nascondere la prova del misfatto. Ma Stefano le prese il polso e leccò via dal dito il poco di salsa.

Aveva una gran voglia di baciarla e di leccare tutto quel corpo come aveva fatto con il piccolo lembo di dito. Aveva un sapore buonissimo: pelle e salsa aurora.

 

Stefano era sempre stato un caro amico e gli piaceva coccolarlo ogni tanto. Gli si allacciava al fianco e poi gli dava dei piccoli bacetti sulla guancia liscia. E poi parlavano, di tutto, di tutti, dei loro sentimenti: si erano sempre guardati dentro loro due. Si appartavano in una bolla di sapone in mezzo alla gente.

E sapeva benissimo, Marilena, che Stefano aveva un debole per lei. Era un caro ragazzo ma era sempre ricomparso nella sua vita quando l'orizzonte dei sui pensieri era già occupato da un altro uomo.

Gli voleva bene al suo cavaliere, Marilena. Leggeva tante cose nei suoi occhi; gli leggeva affetto e istinto di protezione e anche una certa qual venerazione. Lo sentiva sempre vicino e mai invadente: ma il suo cuore era ancora alla ricerca del volto sfumato di Paolo tra la folla.

Non sarebbe arrivato Paolo: il suo cervello ne era certo e stava in tutti i modi cercando di convincere anche l'anima.

Quella stessa anima che sarebbe volata volentieri fra le braccia di Stefano perché sapeva già in partenza che sarebbe stato stupendo, ma quell'anima comprendeva anche perfettamente che in quel momento sarebbe stato solo un sostituto. E Stefano non si meritava niente del genere.

Gli prese una mano tra le sue: era una mano forte e nervosa, di chi è abituato a farsi le cose da se. Con Stefano la vita non era stata benevola: lo aveva colpito alle spalle parecchie volte e non voleva, Marilena, essere l'ennesima delusione. Perché, anche se poteva essere quella giusta, in quel momento non sarebbe stata altro che una pallida delusione.

Nonostante il bisogno, no, anzi, la necessità di sentire un corpo maschile al suo fianco, di risvegliarsi tra le braccia di un uomo e di parlare e poi di fare l'amore e poi di sonnecchiare e poi, ancora, di ascoltare e di volersi bene.

Qualcuno la prese per un braccio e la trascinò verso il pianoforte, non poteva sfuggire ai suoi doveri di donna di spettacolo, Marilena: nemmeno tra amici.

Lasciò andare malvolentieri la mano di Stefano e nello slalom di pacche sulle spalle incontrò lo sguardo di Luca, che la osservava, che la scrutava, che la leggeva.

Si sedette davanti al pianoforte e indossò la maschera.

Il suo cervello funzionava davvero in maniera comica: aveva isolato il brusio dei presenti e permetteva solo alle note che si sprigionavano dal pianoforte di arrivare alle sue orecchie. Vedeva solamente lei, tutta seria ed impettita, intenta ad eseguire la sua ultima composizione. Era una musica dolce che faceva uscire dai muscoli tutta la fatica e la tensione e li lasciava languidi, pronti ad accogliere piacere. Ciondolava il capo, Marilena, e la lunga treccia si imbizzarriva come se assumesse vita propria.

La maglietta dolcevita senza maniche le disegnava a perfezione la schiena e si posava sui pantaloni di velluto neri che le fasciavano i fianchi.

E ancora quello scherzo della mente e i suoi occhi la videro nuda. Immaginò di avvicinarsi a lei e di scioglierle lentamente la treccia e di lasciare che i capelli le ricadessero morbidi, ed un po' ondulati sulle spalle fino a sfiorarle il sedere sodo. In quel punto dove si formano due piccole fossette.

Poi le avrebbe scostato la chioma, da dietro, e avrebbe iniziato a baciarle il collo e a stimolarle il lobo con la lingua. L'avrebbe leccata all'interno dell'orecchio sussurrandole dolci parole. Amava, il suo sogno proibito, essere baciata in quel punto.

Sempre baciandola sarebbe sceso a massaggiarle le spalle alla base del collo, nel punto in cui le si accumulava tutta la tensione dell'esibizione.

Poi sarebbe sceso su quell'ossicino così fragile e delicato appena al di sotto del mento e poi giù sul seno, un seno florido dalle punte turgide, pronte per essere leccate.

L'avrebbe fatta ruotare sullo sgabello, si sarebbe inginocchiato davanti a lei e le avrebbe preso il volto fra le mani.

«Marilena - le avrebbe detto - sei sempre stata il mio sogno proibito.»

Poi l'avrebbe finalmente baciata su quelle labbra rosse di fragola e l'avrebbe fatta sua.

Come erano dolci e morbide le labbra del suo sogno proibito.

L'avrebbe presa in braccio e portata al piano di sopra, nella stanza da letto padronale, quella col letto a baldacchino e coll'enorme camino a parete. L'avrebbe fatta distendere sul soffice tappeto persiano proprio davanti al fuoco e avrebbe ricominciato da capo a baciarla, leccarla, esplorarla, scoprirla.

Non avrebbe preteso niente da lei. Voleva solo farla gemere di piacere, Marilena.

Si sarebbe fatto avvolgere da lei: dalle gambe, dalle braccia, dal calore, dai capelli, dalla sensualità.

E avrebbe iniziato a leccarla, un'infinità a tormentare il seno destro, un istante lunghissimo a divorare quello sinistro. E poi l'ombelico, e poi il bocciolino turgido al centro della sua femminilità, e poi dentro di lei... E non si sarebbe staccato fino a quando non fossero giunte le contrazioni dell'orgasmo di Marilena.

Poi l'avrebbe stretta fra le braccia fino a quando il suo respiro non fosse ritornato normale. E finalmente sarebbe scivolato in lei: il suo sogno proibito.

Al caldo, protetto, stretto, amato.

E sarebbe affondato e si sarebbe ritratto come in una danza sensuale.

Voleva essere dolce con lei e lo sarebbe stato più ancora quando l'avrebbe fatta salire sopra di lui e avrebbe lasciato che lo prendesse interamente dentro il suo scrigno e quando il suo seno eccitato avrebbe incontrato il calore del suo petto e gli si sarebbe premuto contro fino quasi a sentir male...

Avrebbe raggiunto il piacere, quel piacere sognato, quel piacere perfetto ed irripetibile.

E poi l'avrebbe tenuta fra le braccia, le gambe allacciate alle sue. Un abbraccio per proteggerla dai tristi pensieri e dai fantasmi del passato.

Il dopo più importante ancora del prima e del durante. Sarebbe esistito solo lui in quel momento. Solo lui col suo sogno non più proibito.

Marilena tornò a confondersi con la gente, dopo aver ricevuto gli ovvi complimenti anche di chi non aveva apprezzato o non aveva capito la sua musica.

E Stefano era ancora là. Là dove sarebbe dovuto essere l'altro: quell'uomo dal nome i cui caratteri si rimpicciolivano sempre di più nella sua mente.

E stava confabulando con l'altro Luca. Si stavano tutti quanti mettendo i cappotti, la serata, seppur a malincuore, era giunta al termine. La pendola dell'ingresso aveva già fatto sentire i suoi rintocchi parecchie volte dopo la mezzanotte.

E cominciò il rituale dei baci.

Degli abbracci.

Del miraccomandovienimiatrovare.

Del nonfacciamopassareunaltroannoprimadivederciancora.

Chiamami.

Fattisentire.

Stammibene...

Le solite, inutile, calde banalità: se ne tirano fuori tante per allontanare il momento definitivo dell'addio. Perché nonostante, i pettegolezzi detti e ricevuti dietro le spalle, nonostante le invidie, nonostante i rancori, nonostante la pressante nostalgia, nonostante le infatuazioni, nonostante tutto in una serata del genere ci si sta sempre bene come avvolti in una coperta calda.

«Mari questa la stracciamo vero?» Luca le era giunto alle spalle e le stava sventolando davanti agli occhi quel cartoncino beige.

Non poté rispondere perché era arrivato Stefano.

Lo abbracciò stretto stretto.

«Grazie per la compagnia Ste. E anche per ciò che mi hai detto e per quello che hai fatto (o non fatto).»

Stava davanti a lei, Stefano, e non diceva niente. La guardava solamente negli occhi.

«Ti meriti proprio quel bacio...»

«Davanti a tutti?»

«Qui è meglio Ste...»

Era una stanza piena di gente ma, per un attimo era ricomparsa quella bolla di sapone.

 

Si era sbagliato: le labbra del suo sogno proibito non sapevano di fragola ma di gelato alla pesca…

 

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