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Diario n°:

209

SOLA ANDATA
Leonarda Morsi

SOLA ANDATA

“Il treno espresso 2245 delle ore 18.45 per Milano è in arrivo al binario tre.”

La nebbia  avvolgeva la stazione e rifletteva su se stessa le luci gialle della città e i fari delle locomotive in arrivo. I passeggeri, allineati come birilli  lungo il binario, erano avvolti dai nebbiosi filamenti grigi come se il fumo di un incendio sotterraneo li stesse progressivamente avvolgendo.

La gonna rosso carminio di Lucia  saliva sulle sue gambe intrappolata tra l’ingombrante borsone a tracolla e il fondo del piumino, scoprendo ad ogni passo sempre più la gamba sinistra della giovane donna. Le calze di lana lunghe erano scivolate verso il basso e le ginocchia nude erano rosse per il freddo. Il treno si avvicinò fischiando, facendo fuggire le nuvole di nebbia. Quando il treno si fermò Lucia salì sugli alti gradini sollevando con entrambe le mani la borsa per alleggerire il peso dalla spalla, lasciando così ricadere la gonna lungo le gambe.

Tenendo la borsa davanti a sé per passare nello stretto corridoio avanzava lenta osservando negli scompartimenti per trovare un posto libero. L’espresso della domenica sera arrivava a Bologna già pieno dei pendolari del weekend e, senza prenotazione, solo un miracolo poteva risparmiarle più di due ore e mezza di viaggio in piedi o peggio, appollaiata a terra sui gradini di salita.

Si fermò davanti alla porta di uno scompartimento chiuso: quanto odiava quelli che tiravano la tenda in modo da non dare la possibilità di verificare se un posto fosse libero. Sbuffò e aprì la porta. Un uomo adulto, distinto ed elegante sollevò gli occhi dal proprio libro e la fissò in silenzio.

«Sono liberi?» chiese lei mentre la borsa le si era incastrata nella porta scorrevole.

L’uomo indicò con lo sguardo la scritta riservato posizionata sulle cinque poltrone vuote poi aggiunse: «Però una signora è scesa ora qui a Bologna, quindi deduco che lei si possa accomodare signorina.» 

Lucia tirò un sospiro di sollievo e diede uno strattone per liberare il suo borsone dalla morsa della porta per poi, finalmente, sfilarselo dalla spalla. Lo lanciò sul portabagagli e si sfilò anche borsetta e piumino. Il cardigan di angora scollato lasciava intravvedere la canottiera di pizzo e il segno rosso lasciato dalla tracolla del peso trasportato. Lucia sedendosi cercò di impedire con la gonna che la pelle nuda delle cosce toccasse il tessuto sporco e irritante delle poltrone. Aveva scelto il sedile di fronte al suo compagno di viaggio, ma scalato di un posto, per permettere ad entrambi di allungare le gambe comodamente. Si soffermò un attimo a compiacersi della fortuna di essersi seduta e per di più in uno scompartimento quasi vuoto; guardò l’uomo cercando il suo sguardo per ringraziarlo di averle portato una tale fortuna, ma lui era assorto nella lettura e la ignorò. La ragazza abbandonò la testa di lato contro il grosso divisorio e sentì tutti i muscoli del collo e della schiena finalmente abbandonarsi. Mentre il treno ripartiva lento dalla stazione si sentì sollevata, sollevata dalla fine di quella umiliante serata. Il buio la rapì veloce e possessivo trascinandola in un sonno senza sogni.

Si risvegliò dopo una mezzora, ma le sembrava di aver dormito ore. Si accorse immediatamente che dormendo aveva dischiuso la bocca e aprì imbarazzata gli occhi per verificare se l’uomo l’avesse vista in quella posizione ridicola; ma lui leggeva assorto, quasi assente.

Le luci del paesaggio buio correvano via in direzione opposta al treno. Lucia ancora intorpidita assaporava il piacere del viaggio e del rumore rassicurante e ripetitivo del treno. Le gambe abbandonate e rilassate si muovevano seguendo il lieve dondolio della carrozza. I pensieri scorrevano nella sua mente: aveva tanto aspettato quel pomeriggio, Davide le era sempre piaciuto, fin dai tempi degli ultimi esami universitari. Si erano scritti molte volte mentre lui era a Londra, anche di nascosto durante il lavoro con Messenger, si erano scambiati complimenti e battute.

Poi lui era tornato, si erano dati appuntamento e lei aveva immaginato un pomeriggio insieme romantico. Aveva fantasticato molte volte su un abbraccio, un bacio, la mano di lui sulla sua gamba e poi magari sui suoi seni bianchi. Il dondolio del treno e quelle fantasie risvegliarono in Lucia un desiderio caldo, avvolgente che le scaldò prima le guance poi l’interno cosce. Sentì le pupille dilatarsi mentre cercavano invano di mettere a fuoco il paesaggio in movimento per distrarsi. In quel momento sentì gli occhi dell’uomo su di lei. Lo guardò istintivamente un po’ confusa.

«Il treno segue il ritmo dei pensieri e dei desideri» disse lui guardandola quasi distrattamente.

«Sì, credo di sì.»

«Amo viaggiare col buio. Spostarsi è meno faticoso e ci si riesce a godere un po’ di pace» disse l’uomo passandosi la mano tra i capelli, in un gesto istintivo che fece notare a Lucia i suoi grandi occhi verdi.

«È vero» rispose la ragazza. «In verità io avevo una prenotazione per l’ultimo treno di stasera, ma poi ho deciso di prendere questo. Sono stata fortunata a sedermi!»

«I treni a lunga percorrenza sono sempre sovraffollati di domenica» disse lui.

«Sì e io temevo davvero di farmela tutta in piedi. È una cosa che odio anche perché il dondolio del treno mi mette un sonno incredibile»

«Anch’io da giovane mi assopivo sempre in treno. E senza imbarazzarla, devo dirle che vederla dormire è stato molto piacevole» disse lui fissandola negli occhi, poi aggiunse «da giovane per me il treno era anche un’occasione di riflessione sulla vita e sull’amore. Così osservandola prima, mi sono chiesto se stesse cullando un desiderio o un ricordo.»

La sfrontatezza dell’uomo indispettì Lucia, ma l’imbarazzo, che non abbandonava la sua pelle accaldata, la spinse a rispondere: «Un desiderio, un sogno.»

«Beata lei, alla sua età i desideri promettono più di quanto la realtà potrà mai mantenere.»

Lucia aveva voglia di distogliere il pensiero dal fallimento del suo appuntamento romantico e forse conversare con un uomo adulto avrebbe aiutato.

«Ma è dalla vita che traiamo le nostre gioie, le nostre soddisfazioni, non dai sogni» disse.

«Forse. Ma la fantasia è il più dolce dei rifugi; solo che col passare degli anni la realtà ti coinvolge così tanto da non lasciarti il tempo di scappare, nemmeno con la mente.»

«Però magari nel frattempo uno ha realizzato i propri desideri affettivi e professionali nella vita vera.»

«E vero, ed è per questo che bisogna temere i desideri pericolosi, perché un giorno potresti essere in grado di realizzarli.»

Lucia sentì un insolito senso d’inquietudine scorrere nelle vene. L’uomo, quasi le avesse letto nella mente, disse: « Non volevo spaventarla, scusi gli sproloqui di un vecchio avvocato.»

«Lei non è assolutamente vecchio» disse la ragazza sorridendo da sola del proprio timore superato, ed è anche molto affascinante, pensò.

«Quale sogno inseguiva prima, se posso chiederlo?»

Lucia sorrise e rispose: « Ho coltivato una splendida amicizia a distanza pensando che stesse nascendo l’amore e invece lui aveva già un amore e forse presto avrà anche un bambino. Io posso solo essere un’amica. Tutto qui.»

«Mi spiace che già abbia scoperto che la realtà tradisce i sogni d’amore» disse l’uomo serio.

«Posso chiederle io una cosa?» chiese Lucia con un filo di voce.

«Certo» rispose l’uomo incuriosito.

«Quali desideri sarebbe pericoloso coltivare?» Lei sapeva che era una domanda inappropriata, ma desiderava sapere. C’era qualcosa in quell’uomo di sfuggente, intrigante e pericoloso che l’attraeva. Lo sguardo dell’avvocato cambiò completamente, ora lei aveva tutta la sua attenzione, era evidente. Chiuse il libro, lo appoggiò sul tavolinetto sotto il finestrino e prima di rispondere fece scivolare il proprio sguardo sul corpo della ragazza.

«Sono stato un giovane serio e responsabile. La mia mente però fantasticava ed era attratta dalle sensazioni forti o meglio dal controllo delle sensazioni forti delle donne. Vuole che continui?»

Lo chiese come se già sapesse la risposta e così dopo un attimo di pausa riprese a parlare.

«Mi attraeva il piacere estremo, quello che nasce dal piacere quando incontra il dolore. Mi eccitano la sottomissione della mente e la costrizione del corpo.»

Lucia lo ascoltava e intanto la sua mente si era allontanata verso un sogno ricorrente che i filtri della razionalità avevano fino ad allora emarginato nella sfera onirica e rimosso al risveglio. Però lei conosceva bene quel sogno e la sua potenza ed ora le scorreva davanti come un film. Lei dormiva sola in una camera d’albergo. Si svegliava nella notte, assetata. Nel buio, con la gola secca, sentiva il ronzio del frigo bar e vedeva la luce del corridoio filtrare sotto la porta. Gli occhi pesanti faticavano ad aprirsi. Il senso di inquietudine e la sete le impedivano di riprendere sonno. A tentoni cercava l’interruttore della luce. Quando finalmente riusciva ad accendere la lampada, aprire gli occhi e sedersi si sentiva sfinita. Il frigo in camera era vuoto. Scalza, in mutandine e maglietta usciva dalla camera per cercare le cucine. Camminava sulla moquette blu prima lungo il corridoio poi giù per una scalinata. Il pavimento ora freddo, in ceramica, le dava un brivido, ma lei continuava a camminare in un grande ambiente che sembrava una cucina. Su un tavolo di metallo stava seduta una signora molto grassa, nuda, che mangiava una fetta di torta. Lucia la superava indifferente e poi entrava in una specie di magazzino. Una giovane donna era su un tavolino basso a carponi, completamente nuda. Due uomini in giacca e cravatta la osservavano, la toccavano e le giravano intorno. Uno dei due offriva a Lucia una bottiglietta di acqua fresca.

Lucia stava in piedi e beveva. Mentre sentiva l’acqua fresca scorrere nel suo corpo osservava la scena. Uno dei due uomini si rovesciava dell’olio sulla mano destra e, mentre l’altro allargava il sedere della giovane donna, lui le infilava dentro prima una, poi due, poi tre dita con forza, quasi con violenza. Lei si muoveva e si lamentava in un misto di dolore e piacere. Dopo averle dato una sculacciata fortissima uno dei uomini si alzava e si sfilava la cintura dei pantaloni mentre l’altro si accendeva una sigaretta, quasi indifferente. La giovane veniva percossa più volte con la cintura. I segni delle frustate comparivano man mano sulla pelle bianca della donna. Lucia sentiva un’ondata di piacere scorrere nelle vene e i seni diventare duri. Il desiderio incontrollabile e necessario le scaldava il sesso. Appoggiava la bottiglietta dell’acqua e si spogliava, poi si metteva sul tavolino a quattro zampe, a fianco della giovane donna.

La voce del suo compagno di scompartimento la risvegliò dal suo ricordo nello stesso punto in cui solitamente il sogno si interrompeva, facendola risvegliare confusa ed ancora in preda al desiderio.

«Signorina, i miei racconti la turbano?»

Lucia riuscì solo a sussurrare un «No» mentre si asciugava il sudore che le imperlava la fronte.

«Lei conosce questi desideri, non è vero?» chiese l’uomo avvicinandosi alla ragazza.

Lei annuì mentre lui si alzava e si sfilava la giacca. Poi si mise di fronte a lei, in piedi.

Le allargò le gambe appoggiando le mani sulle ginocchia. A quel contatto Lucia ebbe la sensazione che i sui vestiti si fossero trasformati in sabbia e fossero caduti a terra in tanti granelli. Si sentiva nuda nel corpo e nella mente. Lui spinse le calze della ragazza alle caviglie e sollevò la sua gonna. Si chinò e le sfilò gli slip. Lei agevolò quella manovra incapace di opporsi. Le slacciò il cardigan e tirò giù la canottiera ed il reggiseno, lasciando il suo seno nudo.

 Lei era lì con uno sconosciuto, con i seni e il sesso esposti. Un’ondata di calore denso le saliva dall’inguine fino al cervello. Avrebbe voluto muovere la vagina contro al sedile a ritmo del dondolio del treno per soddisfare il desiderio che la torturava. Lui si sfilò la cravatta e la usò per legarle le mani dietro la schiena.

«Lo scompartimento l’ho prenotato tutto io. Il controllore non verrà. Questa è la mia tela e tu sei la mia preda» le sussurrò all’orecchio. Lucia sentì la paura mischiarsi al desiderio bloccandole il respiro. «Ma non ti mangerò. Solo non mi dimenticherai e non potrai tornare indietro, mai più. Questo è un viaggio di sola andata» aggiunse lui.

Si chinò davanti a lei e iniziò a leccarle la vagina con avidità. Lei si sentì braccata e ardente di desiderio. I pensieri persero di consistenza e il piacere si affacciava ai suoi sensi al ritmo del movimento involontario del suo bacino. Lui le infilò dentro tre dita e iniziò a stimolarla senza sosta. Quando lei stava per venire però lui si fermava un attimo, per poi ricominciare nuovamente. Lei lo implorò di continuare.

«No signorina, non funziona così» disse lui. Si alzò in piedi, le liberò le mani e la aiutò a mettersi a carponi sui sedili. Le strinse i capezzoli tra le dite e poi ricominciò a leccarle la vagina. Lucia sentì il respiro caldo dell’uomo spostarsi sul suo sedere. Lui infilò anche là la sua lingua bagnandola e leccandola, poi vi infilò dentro anche le dita.

Era per Lucia una sensazione nuova che risvegliò in lei un piacere profondo intriso di dolore. L’orgasmo esplose violento e lei non riuscì a trattenere un urlo di piacere.

L’uomo però non si fermò e continuò alternando la stimolazione della vagina a quella del sedere. Lucia sentiva un nuovo appetito di piacere e desiderava più di ogni altra cosa al mondo venire di nuovo.

«Scopami» lo implorò.

«Adesso ti punirò per questa intemperanza. Se riuscirai a non urlare di dolore, dopo ti scoperò.»

Lucia sentì la mente annebbiarsi e i muscoli paralizzarsi, poi una voce che non sapeva di avere, utilizzando la sua bocca disse: «Puniscimi con la cintura, ti prego.»

L’uomo si alzò in piedi, le girò lentamente intorno, poi si abbassò sul suo viso, la baciò  sulla bocca e disse: «Ok.» Quel gesto lasciò Lucia immobile, ma le lacrime iniziarono a solcare le sue guance.

Lui si sfilò la cintura e dopo aver ben sollevato la gonna iniziò a colpirla. Lucia aspettava come sospesa nel tempo la frustata e come arrivò sentì prima la reazione di contrazione dei muscoli, poi il bruciore propagarsi dalla pelle al cervello. Il secondo colpo la colse alla sprovvista e per non urlare dovette mordersi le labbra. Durante le tre frustate successive il dolore sembrava insopportabile, ma contemporaneamente Lucia sentì il clitoride pulsare e il desiderio di godere amplificarsi. L’uomo lanciò a terra la cintura, si sbottonò i pantaloni, tirò fuori il proprio membro eccitato, estrasse un preservativo dalla tasca e lo indossò. Le infilò un dito nel sedere muovendolo ritmicamente e contemporaneamente iniziò a scoparla. Lucia sentiva i colpi del membro di lui forti ed esperti. Ogni singola cellula del suo corpo annegò prima nel desiderio e poi nel piacere in un orgasmo che la trascinò prima in alto per farla poi cadere nel vuoto per un tempo indefinito.

Quando i suoi sensi stavano recuperando contatto con la realtà sentì l’uomo venire dentro di lei, stringendole forte i fianchi e conficcandole le dita nella carne nuda.

Rimasero fermi ed in silenzio ad ascoltare i loro respiri tornare normali.

Dopo si ricomposero. Mentre Lucia si allacciava la maglia l’uomo le prese il viso tra le mani e la baciò appassionatamente e la fece sedere nel posto accanto al suo. Per il poco tempo di viaggio che mancava a Milano Lucia rimase seduta ad occhi chiusi a fianco di quello sconosciuto che le teneva una mano sulla coscia.

Quando il treno entrò in stazione a Milano i due si salutarono con uno sguardo, senza una parola.

Lucia si incamminò nel corridoio, verso l’uscita, davanti all’uomo e lui fece scivolare un suo biglietto da visita nella borsa da viaggio della ragazza.

 

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