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Diario n°:

126

PER UN’ORA SOLTANTO
Liviana Rose

PER UN’ORA SOLTANTO

La sveglia.

Un’altra giornata da affrontare.

Altre ore da spingere via per giungere a quel momento: agli unici minuti che siano tutti miei e per me soltanto.

Mentre mio marito è in bagno, io vado in cucina a preparare la colazione: tè al limone e fette biscottate per me, caffè americano con pezzi di pane per Giampaolo, yogurt naturale light per Siria che deve mantenere la linea, scodella di corn flakes e latte per Mattia e croccantini per Rufus.

Per fortuna che in famiglia siamo solo in cinque altrimenti avrei dovuto inventarmi altre pietanze diverse. Già mi devo alzare un’ora prima degli altri per preparare tutto...

Sono stanca. Le vacanze sono lontane.

Ma che vacanze saranno poi? Tolti i soldi per mandare Siria in Inghilterra perché non sia da meno alle sue amiche, tolti quelli per la colonia di Mattia, per me e Giampaolo rimarrà proprio pochetto: forse a sufficienza per un week-end al mare.

Almeno so che, nell’unico momento della giornata tutto mio, c’è LUI ad aspettarmi.

Ora che ci penso, vivo le ore proprio in preparazione di quegli unici istanti in cui sono padrona del mio tempo.

 

Mentre tutti i tegamini sono sul fornello a scaldare vado a chiamare la figliolanza. Prima sveglio Mattia e lo porto in bagno, ha solo cinque anni e non è ancora del tutto autosufficiente. Soprattutto, come gran parte dei bimbi, ha un rapporto conflittuale con l’acqua. Intanto apro le finestre nella camera di Siria: pioggia, sole, vento, le spalanco comunque per scacciare quell’orribile tanfo che si crea.

Sarà l’incenso, saranno tutti quegli smalti che usa, oppure il gas che si sprigiona quando toglie i piedi dagli anfibi dopo una giornata di scuola... Io ho bisogno di respirare aria pulita.

Attorno al tavolo la conversazione langue. Giampaolo è già attaccato al cellulare e ha già montato l’impianto dell’auricolare che gli sale da sotto la camicia e spunta fuori dal colletto e sta parlando di mibtel, numtel, nasdak, nikkey.

Siria sta mandando i primi sms di buongiorno alle amiche che vedrà fra pochi minuti a scuola. Intanto si passa continuamente un dito sul naso. È allergica al piercing ma, per paura di non essere accettata dal gruppo, non si toglie il piccolo brillantino che porta alla narice destra. Mattia non può far altro che essere il bambino che è: gioca col cucchiaio, sparge ovunque i corn flakes e ne passa qualcuno, sotto il tavolo a Rufus.

Rufus è quello che mi concede più attenzione ma credo solo che sia puro e semplice interesse personale: mammapadrona =pancia piena.

Alle sette e quarantacinque siamo tutti pronti per uscire non senza aver compiuto un altro rito: le domande salvagente.

«Mamma dove ho messo il quaderno di inglese?»

Forse dove l’hai lasciato l’ultima volta che l’hai preso in mano tesoro: a cosa può servire un tale oggetto ad una povera casalinga come me?

«Cara i miei calzini neri dove sono?»

Nel secondo cassetto dell’armadio dove sono sempre stati dal giorno del nostro matrimonio, ben diciassette anni fa, a questa parte amore.

«Mammina devo proprio andare a nuoto oggi dopo l’asilo?»

Certo che devi andare piccolino, così crescerai bello e forte come Batman e io, in quell’oretta, avrò tempo per me e per LUI.

«Mammapadrona lasciami un po’ di croccantini che rischio di morire di fame durante la tua assenza.»

Certo micione bello, non vorrei perdessi un grammo del tuo lardoso corpo.

 

Giampaolo prende l’auto e va in ufficio, dal quale tornerà solo ad ora di cena.

Siria va alla fermata dell’autobus e aspetta il 19 che la porterà al liceo. Rientrerà verso le sei e mezza.

Io accompagno Mattia, a piedi, all’asilo.

Bacio sulla gota, carezza alla zazzera ribelle, mi raccomando fai il bravo ometto e via a fagocitare altre ore frenetiche per un unico intento.

La prima tappa è dal macellaio: ogni sera preparo pietanze fresche, non vado d’accordo né con congelatore, tantomeno, con forno a microonde. E poi chissà cosa mangiano i miei cari alle mense per pranzo.

Menù: minestra in brodo, petti di pollo gratinati, insalata e macedonia di fragole.

Cosimo, il macellaio, è un anziano signore tutto d’un pezzo al quale piace vantare l’unicità e la bontà delle sue carni. Questo significa che è lentissimo a servire i clienti perché con ognuno sproloquia alquanto ma è l’unico che riesca a superare indenne la prova freschezza. Cioè quando arrivo a casa faccio assaggiare un pezzo di carne a Rufus e lui, miagolando più o meno forte ed azzannando, mi fa capire se l’alimento è fresco o meno.

Rufus non perde mai un colpo.

Allora carne per il brodo: una salsiccia, pezzo di gallina, un po’ di girello e altrettanto di coda. Facciamo anche due costine.

Poi due petti di pollo possibilmente tagliati e puliti. Grazie.

Seconda tappa dalla fruttivendola: una donna sempre col naso rosso, dove c’è verdura, si sa, ci deve essere fresco, e le mani inguantate.

Maria mi dia una gamba di sedano, due cipolle, quattro carote per il brodo, poi una confezione di valeriana e quattro cestini di fragole. Una zucchina per me. Si, solo una.

Ah già un chilo di limoni che devo condire la macedonia e farmi il tè.

Mi dia anche quattro banane, sono tanto belle che le aggiungerò alle fragole.

Terza tappa il giornalaio: Top Girl per Siria (mi raccomando mamma quello con il lucidalabbra rosa); Japan Collection per Mattia; Il Misterioso Egitto per Giampaolo; La Settimana Enigmistica e Famiglia Cristiana da mettere in bagno; Buona Cucina, Pratica, Oggi e Grand Hotel per me.

Mi viene in mente LUI. Guardare quelle foto di uomini nudi che ammiccano dagli scaffali, quelle pose plastiche ed intriganti. Non ho mai avuto il coraggio di acquistare certe riviste. Le ho prese in mano qualche volta ma le ho sempre rimesse a posto: mi sentivo addosso lo sguardo dell’edicolante, quello degli altri clienti, parevano prendermi in giro dal loro piedistallo. Poi se ne andavano con Playboy e Le Ore sottobraccio.

Cerco di fare mente locale per finire al più presto tutte le mie cose per correre al NOSTRO appuntamento quotidiano. Odio il sabato e la domenica, quando la casa non è libera e non posso avere il mio spazio.

Prima della quarta tappa usuale, faccio un salto in farmacia: ho la ricetta per la pillola, sono andata ieri dal medico a farmela fare, tergiverso con un paio di scatole di aspirina e finalmente chiedo la vaselina. So che oggi verrà il gran giorno. Agognato a lungo. È tanto che va avanti questa storia. Oggi so benissimo cosa accadrà.

Il farmacista mi guarda con la fronte aggrottata, forse si sta chiedendo se ho le emorroidi alla mia età... Creda quello che vuole.

Quarta tappa, che poi è la quinta, la drogheria: tre micche di pane comune e due filoncini integrali; un panetto di burro; una confezione di Farfalline Emiliane Barilla; un chilo di zucchero; un pezzo di Parmigiano, da grattugiare, la crosta la uso da mettere nel brodo poi: un etto di prosciutto cotto; un litro di latte parzialmente scremato e mezzo litro di intero; un chilo di farina per la besciamella.

Con i miei pacchi faccio l’ultimo pezzo di strada che mi divide da casa passando davanti al bar.

Dalle vetrate scorgo, come ogni giorno, Marta, Renata e Angela, le mie vicine, che prendono il caffè e fumano come ciminiere.

Non so proprio come facciano ad essere già al bar alle otto di mattina e starci fino all’ora di pranzo con tutte le cose che avrebbero da fare a casa. Mi piacerebbe essere un uccellino per volare nelle loro stanze e divertirmi a trovare polvere, ragnatele e magagne.

Non sarebbe una avventura molto difficile: scommetto che Renata a mezzogiorno mangia roba da gastronomia senza nemmeno tirarla fuori dalle confezioni per non sporcare il piatto.

Non parliamo di Angela poi: fa andare i figli in una scuola più lontana di quella del quartiere per il solo motivo che là li tengono un’ora in più al pomeriggio. E Marta, Marta la vedo ogni sacrosanto giorno tornare a casa con un pacco fresco di lavanderia: mica se li lava e se li stira lei gli abiti. Le costerà un patrimonio.

Mi salutano sempre quando passo e poi, sicuramente, mi biasimano e mi parlano alle spalle. Ridete pure malefiche, ma nessuna di voi ha quello che ho io: io ho LUI. È il mio segreto, quello che ognuna di voi vorrebbe avere.


Una volta a casa, ripongo la spesa e faccio la prova freschezza della carne con Rufus che dimostra di apprezzare e mi ringrazia strusciandomi le gambe e tirandomi i fili dei collant. Altro paio da buttare. Lo tolgo e lo getto nel bidone dell’immondizia.

Prendo la pentola grande di acciaio, la riempio d’acqua e ci metto dentro la carne e le verdure per il brodo con una manciata di sale. Accendo il fornello con una bella fiamma allegra.

Sparecchio la tavola della colazione e carico la lavastoviglie. Vado in lavanderia a prendere gli indumenti dall’asciugatrice e li porto in cucina. Intanto accendo il ferro da stiro. Faccio il giro delle stanze a rifare i letti e a raccogliere la biancheria sporca.

Quando verrà il SUO momento, fra le quattro e mezza e le cinque e un quarto voglio che sia tutto in ordine. Voglio che la mia mente possa essere libera da ogni pensiero ed incombenza e goda di quegli attimi.

Fra una cosa e l’altra è quasi mezzogiorno. Tutto sembra filare liscio. La lavatrice è carica e sta centrifugando, la lavastoviglie ha finito e il ferro ha la lucetta rossa accesa. La pentola del brodo inizia a bollire. È ora di schiumarlo. Prendo una mescola e faccio quel lavoro certosino che le mie amiche tanto mi invidiano. Se perdessero meno tempo dalla parrucchiera e si dedicassero di più alla cucina, anche loro otterrebbero un brodo gustoso quanto il mio.

Mi preparo un panino col prosciutto e accendo un attimo la televisione per ascoltare il telegiornale.

Mentre faccio le faccende ascolto sempre e solo la radio.

Mi piace immaginare chi c’è dall’altra parte dell’etere, così la mia fantasia non permette ai brutti pensieri di avvolgermi. Non mi piacciono le informazioni sul traffico, c’è sempre qualche incidente, e, nemmeno, i programmi di sola musica. Adoro quelle trasmissioni con chiacchiericcio leggero e uno sguardo a fatti di cronaca insolita.

Se proprio non c’è niente che mi va inserisco uno dei cd di mio marito e disegno qualche piroetta sul pavimento... Andavamo a ballare tantissimo io e Giampi. Ci siamo conosciuti proprio in una discoteca.

I figli sono stati la scusante per diventare persone posate ed andare solo al ristorante o a teatro senza dover dare spiegazioni agli amici single che non concepivano il cambiamento.

Al telegiornale solite notizie.

Inizio a stirare: camice di Giampaolo perfettamente inamidate, mutande, calzini, magliette, grembiulini, jeans. Il mucchio nella cesta cala vistosamente. È un’occupazione che non mi piace molto, preferisco cucinare, ma c’è di peggio credo.

Ogni tanto sbircio l’orologio. Dopo mezzogiorno il tempo scivola via più veloce come se, oltrepassate le dodici, il giorno fosse un’unica discesa verso la sera.

Stiro accuratamente anche la sottoveste di raso nera e il reggicalze. Così sono pronti per LUI. Li indosserò più tardi e poi, come sempre, li nasconderò in una vecchia latta di biscotti danesi al burro dentro ad una scatola da scarpe. Me li ha regalati mia cugina per l’addio al nubilato. Con Giampaolo non li ho mai indossati.

Tutto procede secondo i piani. Anzi procedeva... Sento giungere, inconfondibile, quel versaccio che i gatti fanno prima di rimettere. Vado alla disperata ricerca di Rufus per cercare di parargli sotto un pezzo di giornale prima che compia un macello. Corro, sbatto un ginocchio contro l’asse da stiro, mi infilzo un avambraccio con la maniglia della porta e non arrivo in tempo lo stesso.

Rufus sta vomitando già per la terza volta, le tre volte sono canoniche, sul tappeto di fiandra del tavolo della sala. Un disastro.

Proprio in questo momento la pendola decide di avvertirmi che sono già le due.

Il tempo inizia a stringere. Non so se essere contenta, finalmente il SUO momento, oppure infelice, non riuscirò mai a prepararmi in tempo.

Cambio la tovaglia e chiudo Rufus in lavanderia: almeno, se starà male ancora, non farà altro che sporcare vecchi tappeti.

Spengo il ferro da stiro, ciò che rimane lo lascio per domani, e inizio a preparare i petti di pollo gratinati. Metto a bollire il latte. Grattugio il formaggio e le croste le metto nella pentola del brodo. Faccio sciogliere il burro sul fuoco e aggiungo la farina, poi incorporo il latte e un po’ di parmigiano e spruzzo col sale e la noce moscata. Una volta pronta la besciamella, prendo la carne, la affetto, batto le bistecche, le infarino e le faccio rosolare in una padella con un po’ di burro. Appena sono cotte, le metto a strati in una pirofila e le copro con la besciamella. Stasera infornerò per fare il gratin.

Ha una cremosità particolare... Mi viene in mente quella volta in cui LUI...

Lo squillo del telefono mi distoglie da quei dolci pensieri.

Mia madre. Se un giorno tardo a chiamarla, eccola che mi cerca. È rimasta vedova da un anno e cerca di fare pesare su me e mia sorella tutta la sua solitudine. Cerco di non farle mancare niente, anche perché è completamente autosufficiente e ancora in gamba, ma mi fa sentire in colpa se la trascuro. Non riesce e capire che ho una famiglia da mandare avanti e che mia sorella è come me.

La mamma non abita tanto lontana ma vorrebbe venire a stare in casa di una di noi due. Con il solo stipendio di Giampaolo non possiamo permetterci una casa più grande, né possiamo far dormire insieme un bimbetto di 5 anni con una adolescente che sta sbocciando, per lasciare spazio a lei. A volte mi sento egoista per questi ragionamenti ma nella vita si devono compiere delle scelte anche dolorose, scendere sempre a compromessi soprattutto con se stessi. Io ho scelto la serenità della mia famiglia. È anche per questo che dopo la nascita di Mattia, con Siria visibilmente gelosa, non sono più tornata al mio lavoro di cassiera al supermercato.

È stato allora che ho conosciuto LUI... Quando, per compiacere Siria, le abbiamo acquistato il computer.

Mamma sì va tutto bene. No non è successo niente. Ho dovuto stirare un sacco di camicie. Sì lo so che esiste anche la tintoria. Lo so che Giampaolo si cambia un po’ troppe volte d’abito in un giorno. Sì anche al lavoro. D’altronde deve figurare sempre lindo e profumato. È a contatto con dei clienti. No non sono sicura che Siria non fumi. Sì ho preparato la cena. Petti di pollo gratinati. Besciamella fatta in casa certo. E tu stai bene? Sei andata dal dottore per quei reumatismi? No mamma, non devi affittare una infermiera, se il medico ti dà delle iniezioni posso benissimo fartele io. Lo sai che sono capace. Me lo hai insegnato tu. Domenica a pranzo certo. Prima passo a prenderti per andare a messa e poi ti porto qua. Mamma suonano alla porta devo staccare. Certo che sto attenta ai malviventi. Mamma sono adulta e vaccinata. Mamma... mamma... basta ciao.

Perché ogni volta che smetto una conversazione con mia madre mi tremano le mani? Naturalmente non suona nessun campanello.

Mi rimane solo di passare il folletto nelle camere.

Finita anche questa incombenza stendo in perfetto ordine sul letto le cosette sexy appena stirate. Il tubetto di vaselina è già sul comodino e anche tutto il resto.

Accendo una candela profumata alla vaniglia in camera da letto. Quando uscirò dal bagno sarà tutto pronto per LUI. Giampaolo mi chiede, ogni tanto, quando affiora dalla sua perenne disattenzione, da dove viene questo olezzo. Io gli rispondo che è il profumo dello spray per pulire il legno dei mobili.

Mentre sono nella vasca, immersa nei sali alla pesca, ripenso alla giornata. Ho dimenticato qualcosa? Sì, la posta. Non ho guardato nella cassetta. Lo farò al ritorno dalla piscina. Ah sì. Non ho assaggiato il brodo. Ed è quasi ora di spegnere il fuoco sotto la pentola. E devo liberare Rufus dalla lavanderia.

Chiudo gli occhi per un istante ma corro il rischio di addormentarmi.

Mi passo la spugna densa di schiuma sul corpo, giro attorno al seno e risalgo lungo il collo stando attenta a non bagnarmi i capelli raccolti sulla nuca con un mollettone. Non avrei tempo di asciugarli. Oggi mi devo depilare anche se il tempo stringe. È una splendida carezza perché mi tocco come so che mi piace.

Esco dall’acqua e mi friziono la pelle col morbido asciugamano di spugna. Prendo il rasoio e la spuma delicata da spargere attorno al monte di Venere e mi depilo con attenzione attorno all’inguine sollevando una gamba su uno sgabello e stando in piedi. Ad ogni passata di rasoio risciacquo accuratamente sotto l’acqua corrente del rubinetto. Lascio visibile solo una striscia sottile di riccioli, poi via tutto. Per compiere bene questa operazione mi ci vogliono dieci minuti buoni.

E, quando ho finito, ancora un altro rito: crema per il corpo, mi spalmo generosamente collo del piede, polpacci, cosce, inguine, ventre, fianchi. E crema per il viso, ristrutturante. Mi lavo i denti e passo accuratamente il filo interdentale. Indosso reggicalze, sottoveste ed ammennicoli vari ed, infine, mi trucco. Fondo tinta, rossetto, ombretto, eye-liner, mascara. Mi sistemo i capelli in una morbida crocchia fermandoli con uno spillone in modo da lasciare scoperto il collo e lascio liberi un paio di tirabaci. Metto due gocce del mio profumo segreto nel solco fra i seni e mi guardo allo specchio.

Calzo un paio di scarpe di vernice con tacchi a spillo , spengo il fuoco sotto la pentola, indosso l’impermeabile sopra la sottoveste e sono pronta per il mondo esterno.

Sono le quattro e dieci. Prima di uscire accendo il computer e libero Rufus.

Vado a prendere Mattia all’asilo e lo porto in piscina non senza avere ascoltato tutti i dispetti che ha subito durante la giornata e ciò che ha mangiato per pranzo. Gli spaghetti rossi erano tanto molli che si incollavano ai denti. Saluto le altre mamme, i papà, le tate e le ragazze alla pari. Quanti bambini non hanno la possibilità di godere delle cure dei genitori. E quante donne represse che ci sono. Lo si vede da come salutano con lo sguardo rivolto al pavimento e da come si vestono: sembra che vogliano confondersi con la tappezzeria.

Il mio Mattia è sempre ben curato e non ha certo le unghie nere che hanno certi bambini trascurati.

Il mio tesorino è tanto caro ma, mi rendo conto, in questa frazione di tempo mi è quasi di peso. Nella mia mente c’è solo LUI e la voglia di raggiungerLO.

Affido Mattia alle cure del maestro di nuoto che mi guarda sempre con interesse malcelato, gli sorrido e torno a casa. Ho poco tempo, un’ora circa, prima di tornare a prenderlo.

La mia ora, il mio spazio.

Nessuno di quelli che incontro per strada e mi salutano con un cenno della testa può immaginare che, sotto questo impermeabile, sono praticamente nuda. Mi vedono truccata e sicura, mai la stessa della mattina. Si chiedono perché e per come o, forse, non se lo chiedono affatto.

Ma io so cosa indosso sotto e questo mi dà forza e una gran sicurezza.

Raccolgo la posta e la poso, distrattamente, sul tavolino d’ingresso. Ormai la mente della casalinga non esiste più. Ho raggiunto il mio momento. Il SUO momento e non mi può importare nulla d’altro. So che LUI, come da tre anni a questa parte, è lì ad aspettarmi. Puntuale e pronto a darmi tutto il piacere che io saprò trarne.

Tolgo l’impermeabile e mi siedo davanti al computer. Accendo il modem e clicco sull’icona di Internet Explorer. Vado in Hotmail e digito il mio nome utente (xselimax) e la mia password (gisima, le prime due lettere dei nomi dei mie cari).

Ed eccoLO: un nuovo messaggio di posta. Apro, stampo, spengo tutto, anche il telefono. Sono le quattro e mezza precise.

Porto con me i fogli del RACCONTO che ho appena stampato. Mi arriva ogni giorno, imperturbabilmente puntuale, dal mio sito preferito di storie erotiche.

Vado in camera da letto, accendo la piccola luce dell’abat-jour e mi stendo sul materasso. Inizio a leggere. Sfioro appena le pagine con le dita, non voglio rovinarLO. I miei occhi si fanno famelici, come dopo una lunga astinenza, anche se sono passate solo ventiquattro ore dall’ultima volta. Leggo le frasi e mi sento bella. Immagino di essere la SUA eroina. Mi immedesimo proprio: certe volte sono una ragazzina da sverginare, altre un matura donna che si scopa un ragazzetto, altre ancora una lesbica che lo fa con un uomo... Sempre uguale e sempre diversa. Con una mano sorreggo i fogli, con l’altra inizio a sfiorarmi il seno che è grande, dopo due gravidanze, ma ancora sodo e alquanto sensibile. Leggo...

 

Amina incontrò Stefano e Gigi alla festa della sua amica Claudia. Le erano piaciuti subito entrambi. Le avevano offerto da bere, le avevano aperto la porta, l’avevano fatta ridere... Sapeva che volevano portarsela a letto. Non era scema e notava tutti gli sguardi che i due ragazzoni le avevano rivolto o, meglio, gli sguardi che avevano rivolto alla sua scollatura. Dopo un paio di coca e rum e una sigaretta di cosanonsapevabene, roba buona ma piuttosto forte, li prese entrambi per mano indecisa su quale scegliere per quella sera. Ma il letto era grande e c’era spazio per tutti e tre. Stefano iniziò a divorarle il seno mentre Gigi le stimolava la clitoride con le dita..

 

Infilo la mano sotto la leggera stoffa degli slip di crêpe. Mi penetro lentamente con l’indice. Sono già piuttosto bagnata. Poi provo anche col medio. Sono calda calda e senz’altro molto ben lubrificata. Mi vedo allo specchio. Le mie grandi labbra affiorano dall’elastico e si vede una sostanza bianca uscire dal mio fiorellino aperto. I pochi indumenti iniziano a essermi d’intralcio.

 

Gigi passò la lingua sui buchetti di Amina, un po’ penetrandola un po’ giocandoci, concentrandosi soprattutto su quello più piccolo e più gustoso. Si vedeva che era abituato a essere baciato e usato. Lo si capiva da come si schiudeva docile sotto i colpi insistenti della sua lingua.

 

Mi levo tutti i pezzetti di stoffa: prima la sottoveste poi il reggiseno, quindi faccio scattare i ganci del reggicalze, levo gli slip e, infine anche le calze. Una alla volta, lentamente, le srotolo lungo la coscia fino alla caviglia e poi le getto sul comodino. Una cade sull’abat-jour e oscura un poco la luce della stanza dando a tutto l’ambiente un non so che di sensuale. Prendo il tubetto della vaselina e me ne metto un po’ sulle dita. Scendo con la mano sui miei glutei e inizio a giocare col mio buchetto più piccolo e ancora, dopo ben 17 anni di matrimonio e due di fidanzamento, inviolato. Infilo la prima falange dell’indice, per ora tutto bene; non provo nessun dolore o bruciore anzi, una gradevole sensazione.

 

Gigi non la lasciò andare per un solo momento: parve perdersi nel calore di Amina e nel suo sapore. Stefano, invece, era più frenetico ed impaziente: le avvicinò il sesso alla bocca e si fece fare un bel pompino, di quelli come si deve... Come se dovesse mangiare un gelato gustosissimo, il primo gelato allo schiudersi della primavera dopo un inverno tetro e freddo.

 

Appoggio i fogli sul materasso, piglio dal comodino la zucchina e la prendo fra le labbra al pari di un fallo eretto e importante. Lo lavoro con la lingua e con le labbra, con gusto. Sento che fra le mie gambe le secrezioni aumentano. Intanto con le dita allargo il buchetto sempre di più, anche grazie alla vaselina. Cede facilmente e sembra proprio del parere di avere qualcosa di più rispetto alle volte passate.

 

Gigi si stese sul letto e la pregò di calarsi sopra di lui. Scivolò facilmente su quel palo grosso ed eretto. Si sentì piena come non mai. Sentiva l’urto contro l’utero. Era una sensazione da perderci la testa. Spingeva forte dentro di lei come se non potesse perdersi nemmeno un attimo di quel calore. Nel frattempo Amina continuava imperterrita il lavoretto iniziato in favore dell’altro membro.

 

La zucchina, ormai ampiamente lubrificata, me la infilo fra le grandi labbra e lascio andare il culetto. Mi sembra di vedere ciò che mi circonda come attraverso una patina opaca. L’eccitazione mi toglie lucidità. Ma non voglio essere lucida, desidero solo lasciarmi andare. È questo che cerco.

Dal comodino prendo anche una carota, la porto alla bocca con la mano destra e le riservo lo stesso trattamento. La lecco avidamente mentre con la mano sinistra faccio andare avanti e indietro la zucchina: una bella nerchia grossa e lunga che mi completa.

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Come una sinfonia che lascia andare un movimento e poi lo riprende, perché è troppo bello e non lo si può far finire.

 

Stefano, però, voleva divertirsi pure lui. Con una carezza sul volto di Amina si staccò da lei e le andò dietro. Osservava il sesso di Gigi entrare ed uscire lucido e gonfio ed osservava il buchetto allargarsi e restringersi ad ogni affondo. Le posò l’indice all’ingresso del culetto e la penetrò per allargarsi la via. Quando la sentì pronta si mise alle spalle di Amina e la penetrò interamente. Volava ed ansimava Amina, come un animale in calore, come una gatta contesa fra due maschi combattivi.

 

Afferro di nuovo il tubetto di vaselina e la spalmo ben bene sulla carota.

Mi metto a quattro zampe col sedere rivolto verso la specchiera del comò e posso vedere chiaramente la zucchina che esce per metà dalla mia passerina che cola. Ok, sono decisa. Appoggio la carota all’entrata del mio culetto e inizio a spingere lievemente. La pelle arricciata si tende per un attimo e viene come risucchiata all’interno. La vaselina fa il resto. La carota scivola dentro lieve e il mio buchetto si allarga senza remore. È un sensazione stranissima e da perderci la testa: essere penetrata in entrambi i buchi contemporaneamente. Mi stendo su di un fianco e muovo avanti e indietro i due affari che mi riempiono.

Sto godendo come una pazza, come non succedeva da un sacco di tempo. Ecco un primo orgasmo sconvolgente, eccolo, eccolo che arriva.

O mio Dio...

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Bellissimo. Intenso. Sono stata riempita dalle ondate del piacere. Mi ci sono voluti cinque minuti buoni per riprendermi. Sono bagnata fradicia e appiccicosa.

Il racconto... dove l’ho messo? Il mio LUI sempre in grado di provocarmi il piacere denso e cremoso che nessun altro sembra poter farmi provare...

EccoLO, un po’ stropicciato, un po’ impiastricciato di vaselina.

 

Stefano era stretto nella morsa del piccolo buchetto e non ce la faceva più: doveva assolutamente godere. Uscì da lei e le andò di nuovo nella bocca. Aveva due labbra fantastiche Amina. Bastò un paio di colpi di lingua alla sua cappella e le venne proprio lì. Leccò fino all’ultima goccia di sperma e si pulì per bene anche le dita mentre Gigi, da sotto, continuava a pompare dentro di lei.

Stefano si accasciò esanime sul letto e stette ad osservare la scena. Vide Gigi uscire dal sesso ormai lacerato di Amina, farla voltare e penetrarla nel buchetto il quale oppose subito un po’ di resistenza, c’erano parecchi centimetri di differenza fra l’affare di Stefano e quello di Gigi, ma poi allargarsi e riceverlo tutto fin nelle viscere.

 

Allora tolgo la carota e provo a mettere la zucchina. Il primo impatto è piuttosto doloroso. Poi il buchetto inizia ad abituarsi e, dopo un po’ di pressione, l’ortaggio scivola lento e continuo dentro le mie viscere. Mmmmmmmmm...

Non pensavo, non immaginavo, fosse un’esperienza così sconvolgente, perché è un dolore si, ma un dolore piacevolissimo e appagante.

Infatti eccolo di nuovo, sento che arriva, sale nel ventre fino allo stomaco, riempie le braccia, il collo e le gambe, punta verso il cervello e si sprigiona nel silenzio della stanza. Godooooooooooooooooooooooooooo...

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 Vado in bagno e mi ripulisco sommariamente nel bidè. In fretta mi rivesto e rassetto il letto. Calze, slip, reggiseno e reggicalze le infilo nella scatola più anonima che trovo e la ripongo proprio davanti alla scarpiera. Così in vista nessuno penserà a guardarci dentro.

Le lenzuola sono attorcigliate da far paura.

C’è in giro l’olezzo della vaselina, forse è scaduta. Stranamente la vaniglia non copre questo tanfo. Giampaolo caro ho cambiato spray per il legno.

Prendo i SUOI fogli e li brucio nel lavandino, come faccio ogni sacrosanta sera per non lasciare tracce.

Vado in piscina a prendere Mattia e, mentre lo asciugo e lo rivesto, ripenso a ciò che ho provato e a ciò che accadrà domani. Così piegata ho ancora la sensazione della doppia penetrazione. Intanto lascio che nelle mutandine coli il mio piacere. Prima di andare a letto le annuserò a lungo, sola, nel bagno, mentre mi preparo per la notte. Guardo le altre mamme coi loro piccoli. Nessuna ha il mio sorriso. Nessuna ha appena goduto come ho goduto io. Nessuna ha quello che ho io. Loro non hanno altro che mariti grassi ed infedeli, senza fantasia e solo pieni di grugniti coniugali. Non sanno cosa sia l’erotismo, se lo sono scordate da quando si sono fatte mettere un anello al dito. Io invece mi sono saputa mettere in gioco e che gioco. Un gioco appagante e infernale: non lo puoi più lasciare andare via.

Sulla via del ritorno incontro una mamma che abita poco lontano da me e, conoscendo le mie attitudini culinarie, mi chiede se per fare il soffritto con la polpa di pomodoro sia meglio usare l’olio il burro. Il burro senza dubbio è più gustoso.

Mentre tengo Mattia per mano e stiamo rientrando a casa, penso ancora al burro e mi dico: che scema. Invece di fare la figura dell’idiota in farmacia potevi usare il burro. Non ci sarebbe stato odore. Bhè sarà per la prossima volta, dico quasi rivolta al mio culetto. Non ha protestato, Quindi significa che si può rifare. E lo rifarò. Spero che domani LUI sia in forma. Ho proprio voglia.

In cucina indosso il grembiule, inforno i petti di pollo e ricomincio a spingere le ore.

 

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