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Diario n°:

85

SONO MORTA
Amelia Gatti

SONO MORTA

Sono morta.

I lunghi capelli sciolti, una cascata d’acqua dorata sul seno nudo. Le labbra increspate in un sorriso. Nell’istante prima di morire i ricordi s’inseguono nella mente senza seguire un ordine spazio-temporale. Sono sensazioni luminose e colori sgargianti e fusi, intrecciati e poi liberati.

I fotogrammi degli ultimi sette giorni, con te.

 

Vengo ad aprirti il portone con una pelliccia color miele e niente sotto, solo i tacchi che risuonano nell’ingresso buio. Saliamo le scale in silenzio, m’infili una mano fra le cosce e poi risali, esplori. Io mi fermo sull’ultimo gradino, faccio le fusa, mi volto con gli occhi già annebbiati dal desiderio. La certezza di cedere subito mi provoca un piacere fisico come quello che tra poco proverò.

«Ho… insomma, te l’ho detto al telefono, non è proprio il massimo al primo appuntamento.»

«E…?» dici tu, con quel sorriso beffardo che ho stampato negli occhi e tatuato sulla pelle.

«E io posso succhiarti e tu no!» esplodo in una risata sonora, travolgente e ti abbraccio, in punta di piedi, per essere alta quanto te.

«Vedremo…» L’odore speziato della tua pelle m’inebria. Il tuo sorriso è dolce e succulento come la carne.

Ti bacio con un’avidità selvatica. Arpiono i miei occhi ai tuoi. Mi sciolgo davanti a te, non ho difese. È una vita che aspetto te, ti dico con i capezzoli sfrontati che ti guardano. Mi ammiri, mi leggi con mani sicure. Ti sento. Sei esigente, assolutamente padrone. Le tue mani, il tuo sguardo, la tua voce. Non è possibile che non ci sia niente che non mi piaccia.

La mia fica bagnata inghiotte le tue dita come una bocca famelica. Rosso sangue. Tento un gesto preventivo da donna cosciente, ma sono solo un caldo animale ora. Gli asciugamani non servono, a tamponare i rivoli scarlatti.

E poi è una mattanza: le lenzuola un cumulo informe di seta con macchie rosso fuoco, ovunque. Sangue, saliva, umori, sapori impastati e mischiati. Il sapore ferroso del sangue, quello salato di sperma, le note vanigliate con cui mi hai spalmato il corpo, quell’aroma indefinibile e complesso che c’è nella tua bocca. Voragine di piacere e incoscienza e allo stesso tempo di conoscenza. Di me, di te. Di pienezza, completezza. Mi addormento, con il calore della tua pelle sulla mia. Mi sveglio all’improvviso, il cuore che sfonda la cassa toracica. Le mie solite angosce notturne. Mi avvolgi, mi tieni, mi accarezzi, mi culli, piango di gioia e mi addormento di nuovo, aderendo perfetta alle curve del tuo corpo.

 

Siamo altrove. Luci aranciate e voce sensuale da nero ad alto volume. Non posso vedere né udire ma sento e sollevo il sedere più in alto che posso, per quanto lo possa permettere questa posizione. È una sensazione di sospensione, di luminosità, di attesa. Un giocattolo vibra dentro di me strappandomi gemiti. Poi spingi contro il mio anello di carne che si apre e ti accoglie e tu mi penetri fino in fondo. Mi mordo le labbra, emetto suoni gutturali, non posso muovermi. Premi sulla mia criniera e mi soffochi. Non provo quell’orgasmo bruciante, vorticoso, dilatante, ma picchi altissimi e infiniti. Il parossismo del piacere.

Cena. Cibo dalla tua bocca alla mia, vino dalla mia alla tua. Una striscia rosso rubino mi cola giù lungo il collo, abbraccia la bizzarra collana che mi hai regalato, la tua lingua frena la sua discesa. Gli sguardi degli altri da tempo sono puntati su di noi. Da quando ho cercato di estrarre l’ovetto. Il mio vestito da sirena, lungo e stretto, me lo impediva ed io maldestra come al solito ho strappato i fili che lo tenevano e li ho posati sul tavolo, imbronciata perché non mi va di fallire. E abbiamo riso, e tu hai detto questa è l’arma migliore che hai, e quando ridi tutto il mondo è migliore, irradiato dalla tua luce.

Dopo cena, note indefinite e fumose, il vestito da Jessica Rabbit ormai è diventato un miniabito che scopre le mie nudità, avvolto dalla pelliccia di Svetlana. Sorseggi il tuo rum, ti guardi intorno e mi spalanchi le gambe con noncuranza. Seduta su un divanetto in penombra, la mia fica è pervasa da una sensazione di godimento indicibile. È come se le note della musica fluttuassero sulle mie labbra, il calore del rum avvolgesse la voglia che c’è sul mio monte di venere. Sì, è come se io vivessi e respirassi con la fica, ora.

«Guarda quella ragazzina, sorridi… lei non riesce a staccare gli occhi da te.»

Ho il fuoco fra le gambe alle tue parole. Lei è piccola, mora, il volto di una dolcezza sconfortante. Avrà poco più di vent’anni.

«Ventitré, e tu sei bellissima…»

Morbida al tatto, cespuglio incolto dal sapore acre, mi fa sentire leonessa ingorda e vorace.

Più tardi, ti aspetto. Ho fatto il duplicato delle chiavi di casa mia, le ho legate con un nastro nero e te le ho spedite. I Gregorian Chants si mischiano alla voce di Mark Knopfler, le luci sono spente ma la scultura vivente appoggiata sul tavolo, con solo calze reggicalze guanti lunghi collare di strass décolleté è illuminata da mille candele. Rosse, su vassoi d’argento antico, poggiati su quest’altare sacrificale. Sono bellissima. Sento i tuoi occhi correre lungo le mie gambe perfette, il mio culo da imperatrice, su fino alle mie onde dorate. Sono bellissima e sono offerta. A te. Sento il tuo odore, mi baci dolcemente. È una tortura non poterti guardare. Provo a voltarmi, tu mi spingi la testa giù, sbatto sul legno del tavolo. Mi entri dentro brutalmente, senza neanche spogliarti. E il mio orgasmo è così violento che ti macchio i pantaloni scuri.

 

I nostri giochi continuano, apro la tua scatola magica come una bambina alla vigilia di Natale.

«Io non metto quella mascherina che altre donne hanno usato.»

«Bene, allora indossa questa, l’ho appena comprata.»

Sorrido: è una maschera di cuoio tremenda, con gagball incorporata, e copre faccia e testa.

La indosso e mi guardo allo specchio. Non so perché ma mi rivedo bambina. Ho sempre amato travestirmi da guerriera, ho sempre amato le sensazioni forti, che mi facevano giocare con il limite della vita. E la mia sessualità è nata già corrotta, anche se io non lo sapevo. Le Barbie delle mie sorelle erano, come loro, sempre belle e ben vestite, alle mie tagliavo i capelli e marcavo le labbra con il pennarello rosso, poi le strusciavo contro il Ken. Amavo giocare alla lotta con mio cugino e i suoi amici, assaggiavo spesso il frustino di mio padre. La prima volta che sentii qualcosa fra le gambe stavo leggendo di nascosto un giornalino a fumetti pornografico, ricordo che c’era una donna coperta di pece e poi gettata su un cumulo di piume. Cosa bizzarra. Chiesi alla tata cosa fosse, la pece. E ci pensai a lungo, a quella donna, a quella che le facevano quei bruti, al rimescolamento che quei disegni avevano provocato in me.

E non credo sia da tutti perdere la verginità il giorno del diciassettesimo compleanno, almeno non così. Quel giorno mi aggrappai alla pelle del divano tenendo gli occhi fissi verso lo specchio a parete, sporco e screziato. Allargai le gambe e pur sentendo un dolore bruciante avvicinai il bacino a lui, dicendo ‘ti amo’. Poi mi misi la sua camicia, di quel poeta del male che aveva più del doppio dei miei anni, arrotolai una banconota nuova da mille lire, chiusi una narice e aspirai con l’altra una piccola striscia. Ero sua.

Il mio sguardo si posa su quest’uomo che mi nutre di emozioni, che conosce la mia vera natura e riesce a esaltarla come nessuno mai. Due occhi di giada in bilico fra paradiso e inferno, misterioso quanto io invece sono luminosa, fendibile, trasparente. La sua voce riesce a suonare tutte le mie corde e mi sento avvampare da un calore bruciante, che m’incendia la pelle più della cera bollente.

Lui mi guarda come io voglio. Mi tocca, sistema il mio corpo esattamente come io, muta, chiedo.

Voglio fare tutto. Perché io sono tutto, ne ho un bisogno viscerale. Da quando scopiamo il mio potere seduttivo verso gli altri è aumentato, diventando imbarazzante. Ho odore di cagna in calore. Sorridi ai miei tentativi di dare delle spiegazioni alle mie labbra che si aprono, le mie gambe che si schiudono. Tu esalti la troia che è in me. E ne sei orgoglioso. Ma io sfuggo al tuo controllo, maschio dominante. Perché ho sempre corso libera, nella savana dell’istinto. Decidi di regalarmi. Bene, essere valutata come un oggetto, di valore ma pur sempre merce, e per giunta da una donna, mi dà un effetto mai provato: umiliazione, eccitazione, cuore che martella in gola. Mi offro allo stupro di occhi sconosciuti, di mani artiglianti. Tu impassibile. Scegli per me, e scegli bene. Lui è giovane e bello, il tipo d’uomo che appaga il mio senso estetico. E poi è bravo, fa le cose giuste. E allora mi lascio andare completamente, godo e urlo, e non rispetto i divieti. Esistono forse cartelli nella savana polverosa e bruciante? Esistono forse limiti? Tu mi vuoi puttana da mostrare, da offrire e poi dovrei avere dei fottutissimi limiti?

Non vedo, non ho le lenti a contatto, è buio e le uniche facce, tante, sono indistinte e sinistre, le mani sconosciute. Tu dove sei? Non è possibile che mi abbia lasciata qui, a strusciare i miei bellissimi piedi sulla faccia di uno stallone raffinato che schizza sperma appiccicoso sulla mia coscia perché i miei alluci sono nella sua bocca. E la testa gira, e vorrei scappare, e lascio che dita sconosciute mi tocchino il collo, guardo con sfida il mondo, e vorrei gridare fino a rimanere afona, e abbraccio e bacio teneramente questo giovane feticista che mi ringrazia, e mi alzo, e come un automa prendo il mio vestito bianco da lolita, le calze, le mutandine, mi volto e ti vedo. Sei sulla porta. Imponente. Mi avvicino alle tue labbra. Non mi vuoi.

«Rivestiti.»

Lo dici senza inflessioni.

Io rimango ferma, le mutandine nella mano sinistra.

«Rivestiti.»

Non ci sono emozioni, di nessun genere, in quelle quattro sillabe. Mentre dentro di me le emozioni si arrampicano una sopra all’altra, e in attimo le sento tutte, che mi scorticano la pelle: dolore, rabbia, pentimento, attesa, paura, amore.

Ti seguo, i sandali slacciati. Tracanno il mio champagne e ti fisso. Al tuo ‘non sono arrabbiato ma deluso’ sento le lacrime formarsi. Cazzo non voglio, non voglio suscitare la tua pena. Le caccio indietro, il petto mi si gonfia a tal punto che partono due bottoni. Il seno esce fuori ed è come se iniziassi una metamorfosi improvvisa. Se la situazione non fosse così tragica sarebbe anche divertente, sembro un supereroe in trasformazione. Ti aggredisco, come una bestia ferita, tu sei più forte ma non è facile contenere la mia rabbia, il mio furore. Una volta ho spaccato il vetro di una finestra in un accesso d’ira. Non ho controllo.

Ecco, se quella sera non avessimo fatto pace, se non ci fosse stata, dopo, una notte di tenerezza, di pelle contro pelle, gli odori fusi e le bocche unite come i lembi di una ferita che non si vuol rimarginare, se non mi avessi sussurrato quelle parole così vere nella loro limpidezza… ecco, non avrei potuto morire.

Ora invece posso farlo. Finalmente.

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