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Diario n°:

41

SPESA IMPREVISTA
Franz Za

SPESA IMPREVISTA

Avevo il frigorifero vuoto e di cenare alla rosticceria sotto casa non ne potevo più. Era oramai da più di un mese che la sera rincasavo a orari assurdi. L’azienda per cui lavoravo si trovava in grosse difficoltà economiche, la crisi mieteva vittime ogni giorno e io, unico dipendente senza moglie e figli a carico, ero quello più a rischio. Prima o poi sarebbe potuto toccare a me. Prima o poi sarei potuto finire a rovistare tra la spazzatura come Max, il barbone che viveva sotto i portici del mio palazzo. E l’unico modo per salvarmi era lavorare tanto, più che potevo, più di tutti. E così non avevo più tempo per nient’altro, neanche per fare la spesa e prepararmi un pasto decente.

Quella sera ero davvero affamato e, dopo una doccia bollente, decisi di uscire.

Qualche giorno prima, andando verso la metropolitana, mi ero accorto che il supermercato vicino al mio palazzo annunciava una “prossima apertura 24 ore su 24”. Avrei fatto anche io la mia maledettissima spesa e, una volta a casa, mi sarei preparato una vera cena. Certo, in compagnia sarebbe stato anche meglio. Ma se non avevo tempo per comprare del cibo figuriamoci se ne avevo per stabilire rapporti e relazioni con il sesso opposto. In ufficio le colleghe erano tutte sposate, fidanzate o improponibili. L’unica donna con cui avevo avuto una breve relazione era stata trasferita in una sede estera e il massimo della mia vita sociale erano delle insopportabili cene aziendali.

Mi sentivo solo. Solo e affamato. Ma non solo di cibo, in effetti. Poco prima, sotto la doccia, anche il mio cazzo in erezione mi aveva avvisato di non poterne più. Lo avevo afferrato dalla base e avevo fatto scivolare la mano verso la punta per poi scendere giù di nuovo e poi di nuovo su, lentamente, ad occhi chiusi, mentre l’acqua portava via gli ultimi residui di un’altra giornata da dimenticare. Proprio quando l’orgasmo stava per arrivare, avevo continuato a provocare il mio membro esercitando una pressione alla base, per bloccare l’arrivo dello sperma. Adoro far impazzire il mio cazzo. Ma era troppo tempo che non godevo e l’orgasmo esplose come una furia, lasciandomi in uno stato di confusione e smania.

Avevo ancora voglia, voglia di sesso, voglia di godere. Ma anche lo stomaco si stava incazzando di brutto. Continuava a brontolare. E così uscii fuori dalla doccia e mi preparai per uscire.

Mi incamminai verso il supermercato. Faceva molto freddo e mi strinsi nel cappotto, ignorando Max che, come sempre, mi chiedeva qualcosa: un euro, una sigaretta, un giornale per coprirsi. Ma avevo troppa fretta e troppa fame. E soprattutto, ero esausto. Lo lasciai lì a parlare con se stesso e affrettai il passo.

Non ci avrei messo molto tempo, avrei comprato solo un pacco di pasta, una passata di pomodori, del pane e un buon vino rosso ad accompagnare il tutto.

Entrai nel supermercato, afferrai un carrello e mi inoltrai tra i corridoi e gli scaffali. Mi guardai intorno e rimasi sorpreso: c’erano parecchie persone che vagavano come me tra barattoli, verdure e scatolame vario. Presi velocemente tutto ciò di cui avevo bisogno, percorrendo velocemente i settori del supermercato, e mi diressi verso la cassa.

La fila. Non ci potevo credere. Beh, effettivamente c’era una sola cassa aperta. A quell’ora c’era da aspettarselo. Mi accodai a un anziano signore senza carrello. Tra le mani stringeva un cartone di vino improponibile e una manciata di spicci. Mentre aspettavo il mio turno,  una voce attirò la mia attenzione. Era calda e sensuale ma allo stesso tempo cordiale e allegra. Mi intrufolai tra il vecchio e la signora impettita davanti a lui e la vidi. Meravigliosa. Occhi scuri e penetranti e lunghi capelli rossi, mossi e morbidi, che facevano risaltare la sua anonima divisa da cassiera. Passava i prodotti all’infrarosso mentre chiacchierava e sorrideva a tutti. Una dea. Anche il mio amico, sotto la stoffa dei pantaloni, era d’accordo con me tanto che cominciò ad agitarsi. La signora impettita stava ordinatamente infilando la sua spesa in due buste. Finalmente.  Il vecchio avanzò e, senza neanche guardare la meraviglia che aveva di fronte, rovesciò la sua manciata di monetine sul bancone della cassa e cominciò a contarle. La dea non si scompose. Lo guardò con tenerezza e lo aiutò a contare. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Quando il vecchio riuscì finalmente a pagare il suo orrido vino, avanzai verso di lei. Era arrivato il mio turno. Rimasi immobile per qualche secondo, il carrello ancora pieno. «Vuoi pagare o preferisci pensarci ancora un po’?». Mi risvegliai dal mio sogno in cui le mie mani si infilavano sotto quella divisa turchese scoprendo una pelle liscia e morbida, gambe sode e lunghe da accarezzare fino ad arrivare al sesso, umido di voglia come il mio, in quel preciso momento.

«Scusi… ero… distratto…»  bofonchiai impacciato al tipo impaziente, dietro di me.

La dea mi sorrise ancora. Aveva denti bianchi e perfetti.

«Cenetta romantica a quest’ora?» aggiunse disinvolta mentre passava all’infrarossi il mio vino costoso. Magari, pensai sorridendole.

«Non direi, sono solo ma… se vuoi farmi compagnia…» le parole mi uscirono di bocca senza il mio permesso. Che cazzo mi era preso? La cassiera mi sorrise di nuovo, questa volta con tenerezza, notando il mio imbarazzo.

«Eh, ho il turno fino a mezzanotte» rispose tranquilla «cenerò molto più tardi di te, temo». Cazzo se era bella. Mentre infilavo le mie poche cose nella busta di cartone notai che continuava a guardarmi. Il tipo dietro di me la richiamò al suo dovere sbattendo rumorosamente la sua spesa sul nastro trasportatore.

La ragazza si voltò verso il brusco cliente e riprese il suo lavoro, come se nulla fosse.

Mi avviai verso l’uscita. Effettivamente non era successo proprio nulla. Prima di aprire la porta mi voltai verso di lei. “Girati, girati…”, la supplicai nella mia mente. E accadde. Si voltò. Mentre passava sull’infrarossi una scatola di biscotti si girò improvvisamente a guardare verso l’uscita. Verso di me. Le sorrisi. Mi sorrise. Forse avrei dovuto fare qualcosa. Ma cosa? I secondi correvano velocemente. Niente da fare. L’attimo era passato e la cassiera più bella del mondo si voltò e tornò al suo lavoro.  Fu in quel momento che il tipo che era dietro di me alla cassa mi si avvicinò.

«Bella vero? Difficile credere che sotto quel camice… insomma che è un uomo.»

Rimasi paralizzato con la mano sulla porta. Un uomo? Che cazzo stava dicendo? No, non poteva essere vero. La voce. Ripensai a quella voce profonda e alle sue mani. Mani grandi per una donna in effetti.

Fuori il freddo era pungente. Ero confuso, ma anche eccitato. Sì, ero eccitato. Quella donna mi aveva colpito. O forse dovevo dire “quell’uomo”. Cazzo, non poteva essere vero.

Quando arrivai a casa iniziai ad apparecchiare la tavola con cura. Senza rendermene conto presi due piatti, due bicchieri e posate per due. Disposi tutto per bene sul tavolo e mi misi ai fornelli a preparare il sugo per la pasta. Poi presi la pentola grande, la riempii d’acqua e la misi sul fornello senza però accenderlo.

Mentre guardavo soddisfatto la tavola apparecchiata mi infilai il cappotto e uscii di nuovo.

Max oramai dormiva sotto un cartone. Povero diavolo, il freddo era insopportabile.

Quando mi avvicinai alla porta del supermercato la vidi subito. Non indossava più la divisa da cassiera ma un cappottino aderente che metteva in risalto delle forme generose. Era alta. Forse come me. Mi notò subito e mi venne incontro con passo deciso.

«È già pronta la cena?» mi fece l’occhiolino mentre mi prendeva sotto braccio. Il contatto con quella “femmina con un cazzo sotto la gonna” sconvolse il mio uccello che sussultò sotto i pantaloni.

Le sorrisi e mi feci condurre fuori, felice di affrontare di nuovo il freddo insieme a lei.

I pochi passi che ci separavano dal mio palazzo li percorremmo in silenzio, stretti l’uno all’altra. Ma appena aprii la porta del mio appartamento ed entrammo all’interno, la spinsi contro la parete, senza neanche accendere la luce dell’ingresso, e incollai la mia bocca alla sua costringendola ad aprire le sue labbra carnose e a offrirmi la sua lingua calda, mentre le mie mani si insinuavano sotto il suo cappottino aderente alla ricerca della sua pelle nuda. Le strappai di dosso il cappotto e le sbottonai la camicetta bianca scoprendo un seno gonfio dentro un reggipetto a balconcino. Una vera meraviglia.

«Aspetta, non correre così» tentò di bloccarmi mentre strappavo via anche il reggiseno e prendevo a succhiare i suoi capezzoli e a strizzare quei seni gonfi tra le mani. Ero in preda a un desiderio impazzito. Ripresi a baciarla con passione strusciandomi a lei per farle sentire il mio sesso gonfio di desiderio. Poi abbandonai le sue labbra e iniziai a baciarle il collo scendendo lentamente fino all’incavo con la spalla, per poi risalire su, fino al lobo dell’orecchio che succhiai e leccai con foga per poi affondare il volto nei suoi capelli morbidi e profumati.  Mentre mi inebriavo del suo profumo la mia mano si insinuò sotto la gonna aderente alla ricerca delle sue mutandine. Sentivo il suo respiro che diventava sempre più affannoso mentre le mie dita percorrevano freneticamente le sue cosce alla ricerca del suo sesso. Era eccitata e rispondeva ai miei baci con passione. Ma in quel momento mi bloccai. Quelle labbra, quelle gambe lunghissime… Me ne ero completamente dimenticato. Cosa dovevo fare? Le mie mani erano paralizzate.

«Non c’è fretta. Goditi questo momento.»  Mi sorrise e mi prese i polsi portandosi le mie mani sulla bocca. Leccò le mie dita, le succhiò una ad una, guardandomi con desiderio. Il mio cazzo riprese ad agitarsi, ancora imprigionato dentro i jeans.

Era lei a condurre il gioco, adesso. Sbottonò con cura i miei pantaloni e affondò le sue lunghe dita dalle unghie laccate di rosso dentro i miei boxer, alla ricerca del mio cazzo che, al contatto con la sua mano, svettò fuori, maestoso. Cercai di nuovo le sue labbra, mentre lei me lo accarezzava, lentamente. Il tocco delle sue mani mi provocava delle scosse elettriche lungo tutta la schiena. Le sue dita che scivolavano intorno al mio cazzo mi stavano rapidamente portando oltre il limite.

«Voglio vedere come sei fatta, voglio vedere il tuo…» non riuscii a pronunciare quella parola. E allora si fermò lasciandomi in quello stato. Iniziò a spogliarsi, lentamente. Fece scivolare la gonna sul pavimento, la scavalcò e si avvicinò a me.

«Vuoi toccarlo?» mi sussurrò sfiorandosi il cazzo in erezione. Non avevo mai visto una donna più donna di lei. Il fatto che avesse un uccello in quel momento mi sembrava un dettaglio. Un dettaglio di una certa dimensione ma comunque un dettaglio.

«Voglio farti godere» le grugnii sulle labbra. Mi inginocchiai ai suoi piedi e la guardai negli occhi prima di avvolgere il suo membro con le mie labbra. Ero incerto nei movimenti, pensai a tutte le volte in cui mi ero trovato nella posizione opposta. Pensai a tutte le labbra che avevano sfiorato il mio cazzo, alle lingue che lo avevano percorso prima di ingoiarlo dentro le loro bocche. Ripercorsi con le mie labbra quei movimenti che avevo subito, in piedi, con una mano tra i capelli della donna, ad accompagnare i movimenti, proprio come adesso lei stava facendo con me. Affondai la testa tra le sue gambe con il suo membro quasi fino in gola. Mi piaceva, mi piaceva quel contrasto, il suo culo sodo che stringevo tra le mie mani, le sue mani lunghe che continuavano a giocare con i miei capelli.

«Di solito in ginocchio ci sto io» mi disse prima di riempirmi la bocca col suo seme caldo. «Bevilo tutto, tesoro» i suoi occhi fissavano i miei mentre ripulivo per bene il suo cazzo.

Mi sollevai come una furia e la baciai. Ero stravolto. Il mio cazzo voleva esplorarla, voleva godere anche lui. La voltai contro il muro e le infilai il cazzo tra le natiche, spingendo dentro con urgenza. Fu l’orgasmo più violento della mia vita. Quello provato con Andrea. La mia Andrea.

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