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Diario n°:

4

UN MILIARDO DI SCHEGGE PALPITANTI
-eva-

UN MILIARDO DI SCHEGGE PALPITANTI

Avrei voluto che fosse buio. Camminare tra le ombre lunghe della sera e i rumori ovattati della città assopita. Avere la testa avvolta in un foulard e il corpo celato da un ampia mantella. Avrei voluto sentirmi osservata, percepire l'attesa fremente in ogni mio gesto e un senso di fatalità ineluttabile.

Ma erano solo le 6 del pomeriggio. La strada alle pendici del mercato del venerdì era affollata e chiassosa. Sotto al portico, mentre procedevo a passo spedito, l'afa era insopportabile. Ogni tanto cercavo gli occhi di qualcuno, ma anche quando ne incontravo non si posavano su di me, mi scivolavano solo addosso, passando oltre. Nessuno faceva caso a me, erano tutti impegnati a cercare, toccare e contrattare sul prezzo. Camminavo, sfregando le mani sudate sul cotone della gonna, senza ottenere risultati, e continuavo a chiedermi se avevo fatto bene a vestirmi così. Se non avrei fatto meglio a mettere dei tacchi più bassi. E se i capelli erano a posto.

Arrivai al numero 147 del corso quasi senza rendermene conto. Me lo trovai improvvisamente davanti, un grande portone di legno con il battente a forma di otto rovesciato. Per un po' rimasi a guardarlo impietrita. "147. Un portone di legno massiccio. La maniglia è un otto rovesciato". Allungai una mano verso il battente. Era freddo. Era lì da sempre. E io invece cosa ci facevo alle 18 e un quarto davanti al numero 147 di corso Fanti? "Ti aspetterò alle 18 e 23. Non tardare" . Mi aveva fatto sorridere. Le 18 e 23, chissà perché. L'avevo trovata un'idea carina. Ma ora avevo paura di essere in ritardo, o in anticipo, e che questo sarebbe stato un problema. Un grande problema, chissà perché. Inspirai l'aria lentamente. Alle mie spalle viavai di persone, urla, risate. "Calmati" pensai "Stupida". Un altro lungo respiro. Chiusi gli occhi. Una sensazione calda e vagamente venata rosso. Cosa dovevo fare? "Il portone sarà socchiuso. Entra. Prendi la scala sulla destra, prima del cortile. Sali a piedi, voglio sentire i tuoi passi sulle scale".

Entrai. Il portone era socchiuso e si aprì piano senza alcun cigolio. Me lo richiusi alle spalle e poi cercai ansiosamente l'interruttore per aprirlo. C'era. Funzionava. "Calmati, cazzo!". Mi appoggiai con la schiena al portone che avevo appena richiuso. Legno freddo a contatto con tutta la superficie del mio corpo. Legno massiccio, nodoso. Cercai con gli occhi la scala e la trovai sulla destra, come doveva essere. Tutto era stato fino a quel momento esattamente come mi era stato indicato. Le scale. Iniziai a salirle. Era un palazzo antico e le scale erano larghe e i gradini di marmo. Dopo la prima rampa dovetti tenermi al corrimano. "Ora mi sentirà salire" pensai. Piegai la testa in basso, sulle gambe nude e i tacchi alti. E mi ricordai che non avevo messo le mutandine. Mi mancavano due rampe di scale. E non avevo le mutandine. Mi passai una mano tra i capelli. "Terzo piano. La porta dritta di fronte a te". Ricominciai a salire le scale, una passo dopo l'altro, un piede dietro l'altro. Secondo piano. Terzo. La porta di legno chiaro era là, solo 5 o 6 metri davanti a me. Sembrava che mi guardasse beffarda chiedendosi se avrei avuto il coraggio di entrare. Mi avvicinai, lentamente, misurando i passi e assaporando ogni rintocco sordo dei miei tacchi sul pavimento di marmo. Ero davanti. Ormai prendere o lasciare. Prendo, prendo.

Mi chinai a raccogliere la chiave, che era lì, sotto allo stuoino. Avevo aspettato e temuto quel momento. La strinsi nella mano destra. Era fredda ma pensai che mi avrebbe lasciato nella pelle un segno indelebile. Che per sempre la mia mano avrebbe portato i segni di quella chiave.

Mentre infilavo la chiave nella toppa non ero del tutto cosciente della mia mano che ruotava verso destra, dello scatto della serratura, dell'altra mano che spingeva piano la porta. E poi entrare, chiudere la porta alle mie spalle, la borsetta scivolata giù dalla spalla, io contro la porta. E il buio pesto. Totale. "La chiave è sotto allo stuoino. Entra, chiudi ." Il buio era impenetrabile. La stanza odorava di incenso e candele, forse appena spente. "Non toccarmi". Dalla strada arrivava il chiasso del mercato e i clacson delle macchine che cercavano di farsi strada. "Non parlare". E lui era lì. Da qualche parte dentro a quel buio, lui era lì.

Passò un'ora o forse un minuto. Io ero rimasta immobile, contro la porta, con le gambe leggermente divaricate, il respiro pesante. Avevo gli occhi spalancati e guardavo davanti a me senza vedere niente. Poi arrivò lui. Non lo sentii muoversi ma respirai il suo profumo. Un profumo intenso e penetrante. Parlò. «Sei in ritardo» disse con una nota di rimprovero. Aveva un tono profondo, ma non riuscivo a immaginare a che faccia potesse appartenere una voce così. "Parlami ancora” pensai.

Ma non parlò più. Mi posò le mani sul seno. Era buio pesto ma lo trovò subito, e lo strinse forte, emettendo un breve gemito. Io chiusi gli occhi. Mi girava la testa, mi sembrava di cadere e soprattutto di non poter aspettare. Mi passò le mani sul viso, velocemente. Si soffermò sulla bocca, ne percorse il contorno con le dita ruvide. Io dischiusi appena le labbra e lui sfiorò la mia lingua. Continuò a sfiorarmi le labbra per un po', poi improvvisamente mi afferrò per le spalle e mi spinse contro la porta. Forte.

Pensai che mi avrebbe preso così, in piedi, contro la porta, senza preliminari. Desiderai che lo facesse. Sentivo dentro un desiderio urlante ma, una parte di me, voleva che tutto finisse il prima possibile. Avevo paura di quello che stavo facendo e che non aveva senso, una cosa che non avevo avuto il coraggio di confidare a nessuno. Qualunque cosa doveva succedere, che succedesse e basta.

Lui allentò la presa sulle spalle e mi fece scivolare le mani sul seno e sul ventre. Scese sui fianchi, mi accarezzò le natiche fino ad arrivare tra le gambe. Al contatto con la pelle nuda e bagnata del mio sesso lo sentii avere un fremito. La manifestazione del suo desiderio mi sciolse. Non mi sentii più sola in una situazione impossibile. Eravamo io e lui, e tutto quello che stava succedendo aveva senso, per noi. Non mi importava di nient'altro ormai. Indugiò con la mano un poco sul mio sesso ma poi sollevò le mani, trovò il bordo della mia canottiera e la sollevò fin sopra il seno. Non voleva toglierla, solo lasciarla lì. Ricominciò a toccarmi il seno, i fianchi, il sedere. Mi esplorava, con velocità e pressione crescente. Incominciai a sentire la pelle bollente, tesa, come se avessi avuto addosso mille mani. E mi sentivo bellissima.

Improvvisamente mi fu contro, tutto il suo corpo sul mio. Sentii subito la pressione del suo pene sul mio ventre e tutta la sua pelle sulla mia pancia, sulle mie gambe sul mio viso. Era completamente nudo, era stato completamente nudo fin da quando ero arrivata, era stato completamente nudo ad aspettarmi nell'oscurità. L'oscenità di questa rivelazione mi colpì come una frustata. Sentii le gambe cedermi per un istante e il mio sesso bagnarsi in un'ondata di calore. "Non toccarmi" aveva scritto. Premetti i palmi aperti contro la parete mentre le sue dita si facevano di nuovo strada sul mio sesso. Le sue dita si muovevano attorno al mio clitoride, avanti e indietro, con dei movimenti precisi e lenti che mi facevano salire violente ondate di piacere e mi facevano venire voglia di urlare. Continuò a muovere la mano sopra al mio sesso, sospirando, ancora, senza mai mettere le dita dentro, provocandomi ancora vertigini di piacere, e un desiderio sempre più struggente di sentirlo dentro di me. Continuò a toccarmi ancora e ancora, con la stessa lentezza, lasciandomi sospesa tra sensazioni di piacere intensissime senza lasciarmi arrivare all' orgasmo. Continuò ancora, finché il mio respiro non si fece pesante, il mio tremito continuo, e allora mi si strinse ancora più addosso, premendo il sua erezione contro di me. E fece scivolare via la sua mano.

"Non parlare" aveva detto. Ma non riuscii a trattenere un "Dai " strascicato e quasi supplicante quando tolse la sua mano da me. Lo volevo dentro. Da tanto, da tantissimo, da sempre. Lui si scostò appena e mi diede uno schiaffo.

Lo schiaffo mi lasciò senza fiato. La guancia mi bruciava, ma non solo, tutto il corpo bruciava e palpitava sotto il peso della sua mano. Avrei voluto che lo facesse ancora. Ma non lo fece. Mi fece voltare, guidandomi con le mani. Mi fece toccare un tavolo a pochi passi da noi e mi fece piegare su di esso. Mi fece divaricare le gambe e mi si strinse contro. Poi allungò la sua mano oltre la mia coscia e riprese a toccarmi. Mi toccava con due dita, premendo sul clitoride, facendo scivolare i polpastrelli su tutto il mio sesso, e in pochi secondi mi ritrovai persa nella stessa sensazione di prima, sospesa vicino ad un orgasmo disperato e ansante di desiderio. Mentre continuava a toccarmi sentii il suo pene muoversi dietro di me e il suo corpo piegarsi leggermente sul mio. Sentii la punta del suo pene, contro il mio sesso, tra le sue dita. Continuò a spingermelo contro, a bagnarlo del mio liquido, a muoverlo in su e in giù tra le sue dita.

Poi si fermò.

Ed entrò dentro di me. Lo fece con una lentezza quasi esasperante, tanto era ormai il mio desiderio di essere sua. Non c'era stato un bacio, né una parola dolce fino a quel momento, solo due sconosciuti uniti da una passione senza nome. Quella sua dolcezza nell'entrare in me mi sconvolse e mi lasciò senza fiato. Iniziò a muoversi dentro di me lentamente, riempiendomi col suo sesso, e poi togliendolo lentamente. Ogni movimento mi provocava brividi caldi, e un crescendo di piacere così intenso da essere doloroso. Nel buio della stanza i suoi movimenti cominciarono a essere più veloci, fino a diventare frenetici e scomposti. Poi all'improvviso non ci fu più stanza, più nessun tavolo, né più il buio pesto: sentii lui venire e l'orgasmo esplose dentro di me in un miliardo di schegge palpitanti.

Guardai l'orologio solo quando arrivai alla macchina, che per una strana precauzione avevo lasciato a qualche isolato di distanza. Le 21 appena. Avrei creduto che fosse mezzanotte. Accesi la macchina.

Eravamo rimasti a lungo in silenzio, sudati e abbracciati, senza parlare. Poi aveva sussurrato «Puoi accendere la luce, se vuoi.» Ci avevo pensato, avrei voluto farlo. Ma poi l'avevo baciato sulla bocca, avevo trovato la borsa a tentoni, avevo sistemato la maglietta e la gonna ed ero uscita, senza dire una parola e senza voltarmi indietro.

Mi guardai nello specchietto e mi venne da ridere. Misi la prima e scivolai verso casa nella penombra della sera.

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