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Diario n°:

196

UNA DEA
Matronit

UNA DEA

Un ritaglio fuori dal tempo, lo sapevano. Un momento che poteva durare un pomeriggio intero, ma solo un momento.

Dopo quell’attimo lei cercava di ripercorrere ogni piccolo passo che li aveva condotti lì, più e più volte.

Solo casualità, solo un momento di puro egoismo.

Era una soleggiata e tiepida mattina di maggio, quando il suo lavoro la portò nella capitale. Erano anni ormai che lui abitava lì e che male avrebbe fatto giocare un po’, fargli sapere che respiravano la stessa aria, che lo stesso sole li toccava.

Che in qualche modo si stavano toccando dopo tanta distanza, dopo tanta vita.

I ricordi di lui e del suo tocco erano ormai sbiaditi dal tempo, ancora viva solo la memoria del desiderio e delle sensazioni del passato.

Che male avrebbe fatto. Pensò. Assecondò la sua personale voglia di immortalarsi per lui in quell’attimo. Quindi la mano le scivolò veloce sul cellulare. D’istinto compose un messaggio. L’aspettativa non esisteva, era solo una fotografia scritta a parole.

Sono alle spalle del Colosseo. Seduta ad un bar. Con un bitter in una mano e il sole in faccia.

Inaspettatamente quindi, arrivò una risposta. La migliore che potesse esserci. La più pura la più vera la più sincera.

Ti immagino illuminata dal sole. Vorrei accarezzarti. Vorrei fare l’ultima volta l’amore con te.

Un improvviso caldo, dolce e infuocato insieme, le avvinghiò il corpo. Strinse le gambe per non sentire il suo improvviso desiderio, o forse per sentirlo meglio.

Che male avrebbe fatto rispondere ancora. Dire a sua volta la verità dei suoi pensieri, delle sue cosce serrate.

Anch’io...

E da lì in poi un turbinio di parole scritte. Informazioni chieste con timore, rubate e sfruttate. Quando torni? Dove sei?

Quando possiamo incontrarci?

Tutto molto chiaro e pure assolutamente vago. Spogliato il desiderio, messo a nudo nella sua forza, restava da capire chi dei due avrebbe fatto nascere o morire l’occasione.

Fu lui.

Fino a venerdì ho casa libera.

Senza sapere esattamente come, nel giro di mezz’ora l’appuntamento era fissato. Pochi giri di parole, solo desiderio. Il giovedì si sarebbero incontrati.

 

Mancavano tre giorni. Ogni momento che la separava da quello che sarebbe stato un attimo, era colmo di immagini sbiadite. Tentava di ricordare in ogni modo il suo odore, la sua pelle. Come l’aveva toccata quando era stata sua? Aveva avuto un tocco gentile? O l’aveva presa con forza? Tutto era investito da una nebbia biancastra. Ma nonostante non avesse ricordi nitidi, i brividi le percorrevano le braccia e poi le gambe e poi di nuovo serrava le cosce, temendo che si potesse vedere la sua voglia.

Lo desiderava. E pure la promessa di quell’incontro, nonostante fosse reale, rimaneva per la sua coscienza solo un sogno bagnato. Un’altra cosa alla quale pensare la prossima volta che si sarebbe masturbata.

Il giovedì mattina divenne tutto più reale. Le ore di lavoro trascorsero lente e insopportabili. Il suo stomaco era dolorante e la lucidità della quale andava così fiera sembrava essere sparita. Cercò di vestirsi in maniera assolutamente casuale, pur pensando ad ogni singolo dettaglio. La maglietta morbida ma bianca e la gonna lunga e leggera. Nell’infilarsela desiderò con un certo imbarazzo che lui gliela sollevasse per scoparsela in mezzo alla strada, per poi scoparla di nuovo con calma a casa sua. Sorrise per l’assurdità della sua fantasia.

L’ora dell’appuntamento finalmente giunse. Nell’attesa fumò tre sigarette una dopo l’altra. Stava per esplodere. Lui arrivò. Un caffè al bar, una sigaretta insieme, quattro chiacchiere sul lavoro e sui progetti. La portò a casa sua, ma non quella in cui viveva. Una casa che lui affittava quasi tutto l’anno. Un posto estraneo ad entrambi. Un luogo dove nessuno dei due sapeva dove trovare le cose. Un territorio neutrale. Lo esplorarono insieme. Qualche battuta su quanto fossero stati educati i precedenti inquilini a lasciare tutto in maniera così sistemata. Poi un tavolo, un’altra sigaretta.

Fu strano, ma fino a quell’esatto momento per lei tutto era ancora molto poco reale.

Uno sguardo fulmineo e lui le fu addosso. Iniziò a baciarla, senza preamboli in bocca, cercò direttamente la sua lingua.

Lei si immobilizzò, le sembrava il paradiso. Il suo bacio era bagnato e avvolgente, e pure non le risultò in alcun modo sgradevole. Non era abituata a baciare tanto e con tanta passione, ma voleva tutto di lui e voleva dargli tutto ciò che aveva in corpo. Come una ragazzina incapace non sapeva dove mettere le mani, ma il suo umido e incontrollabile desiderio la guidarono. Prese il collo tra le sue dita, senza forza ma contenendolo tutto. Scese sulla schiena per sentire ogni mutamento della forma. Era già sfinita. Lui la strinse contro il suo corpo e avvertì la sua eccitazione. Fu come un orgasmo: sapere che quell’uomo la desiderava, la eccitò più di qualsiasi tocco avesse provato nella vita. Si trascinarono l’un l’altra nella stanza da letto e improvvisamente ebbe paura. Da molto tempo non si vedevano nudi, sulla sua pelle c’era un tatuaggio in più e qualche anno di delusioni. Non era più tanto sicura che gli sarebbe piaciuta, non era più tanto sicura di poter eguagliare le splendide ragazze con le quali lui aveva scopato nella sua intensa vita. Ma in fondo era questo che la faceva bagnare ogni volta che pensava a lui; era questo che faceva nascere tutti quei sogni proibiti, quei desideri di incontri e scopate casuali con lui. Proprio con lui. Lui, così bello, perfetto, splendido, in ogni linea del suo corpo, quando la guardava, la rendeva una dea.

Lui la guardò. In un istante si sentì Venere e Giunone insieme, bella forte splendida come lui. Migliore di tutte le bellissime ragazze con cui lui aveva scopato. Le passò le mani in ogni angolo del corpo, lì dove le dita sfioravano la pelle, si disegnava una curva perfetta, fino a formare un corpo di statua. Era sempre lei, ma ora era finalmente perfetta. Lui notò il nuovo disegno sulla pelle, non disse nulla, non notò ad alta voce il cambiamento. Nonostante tutto, conosceva perfettamente quel corpo, lo amava, lo desiderava e lo voleva immensamente.

Ma gli anni non erano passati solo per lei e lui, invece di averne insicurezze o imperfezioni, aveva ricevuto il dono sacro dell’esperienza. Ci sono molti modi per esprimere un concetto, ma solo uno che sia adatto al contesto. Lui era semplicemente diventato più bravo.

Più decisa la presa delle sue mani, più naturale la lingua passata sul piccolo seno, forte la mano ad esplorare il suo desiderio.

 Le sue parole ora più sommesse, le chiedevano con gentilezza.

Era in un’altra dimensione, fuori dal suo corpo sopra il letto che osservava con distaccato godimento la scena. Non lo voleva. Quel distacco non la interessava. Voleva buttarsi dentro questa follia senza pensare a nient’altro. I problemi i sensi di colpa le conseguenze. Nulla importava. Voleva godere, voleva lasciar uscire quel desiderio così a lungo trattenuto e represso.

Nascosto. Ritornò nel suo corpo e spalancò le gambe tanto, che sembravano poter abbracciare il mondo intero. Non era mai stata troppo rilassata durante i rapporti sessuali, le ci voleva sempre un po’ di tempo per aprirsi al suo partner. Bugie.

Tutto finto. Tutto vero, ma solo fino a quel momento. Senza ulteriori indugi, senza carezze, lui le infilò le sue dita perfette tra le gambe. Diretto come un treno senza fermarsi e lei non si ritirò al piacere. Constatò con sua grande sorpresa quanto fosse disponibile ad accogliere quelle dita e poi subito dopo la sua lingua. Calda e bagnata avvolse il suo clitoride con fermezza e passione, poi entrò in lei e scese oltre la sua apertura. Nessuna vergogna, nessuna resistenza. Era sua, completamente, in ogni modo. Avrebbe voluto morire lì, con la sua lingua tra le gambe.

Ma non morì, visse invece dieci anni in un solo momento. Ricambiò le carezze e la saliva. Lo baciò lo succhiò e lo sfiorò. Sentì crescere il suo cazzo dentro la sua bocca, trovò soddisfazione nell’essere la causa di quel cambiamento, orgoglio. Poi non resistette più. Lui con impazienza la girò di spalle, senza chiedere, senza sorriso. Solo e semplicemente la girò, il culo teso la schiena inarcata la testa appoggiata sul letto. Non una parola, non un sussurro, non una frase d’amore confezionata per l’occasione.

La penetrò. Le entrò dentro con liscia facilità, senza incontrare ostacoli nella sua vergogna. Il tocco magico delle sue mani si posò sui fianchi rendendola completamente pazza.

Tirò a sé quel corpo più e più volte e ancora e ancora e ancora. Lei godeva come non era possibile immaginare, si sciolse sotto di lui inerme, pur muovendosi con trepidazione. Poi di nuovo la prese e la girò. Questa volta si stese sopra di lei, ora potevano guardarsi negli occhi. Sempre più perfetta, sempre più una dea. Era immortale, era invincibile. Si amava finalmente, dopo tanti anni, in lui. E allora tutta quella nebbia biancastra svanì. Ricordò ogni piccolo dettaglio del passato. Le risate, le scopate, le litigate, la pioggia, il letto, i baci, le dita, le urla, gli orgasmi, le parole. Ricordò perché lo aveva amato, perché lo amava e non avrebbe mai potuto smettere. Dentro e fuori di lei crebbe il piacere, sempre più forte sempre più insostenibile per una mente umana. Quasi non avvertiva più nulla di fisico, ma voleva urlare dal piacere. Era certa che se lui si fosse fermato, se l’avesse lasciata lì senza nessun tocco, sarebbe venuta comunque. La sua eccitazione alimentava il piacere di lei, e non se ne rendeva neanche conto. Non capiva, non poteva, tutto ciò che stava succedendo nel suo corpo. Ne aveva solo un piccolo assaggio nei suoi liquidi, ma all’interno, tutto era amplificato. Follia. Nient’altro che puro piacere del corpo e dello spirito. La penetrava con cura, con attenzione, andando a fondo.

Le regalò ogni millimetro del suo cazzo e del suo desiderio.
Nel ripensarci serrava di nuovo le cosce.

Le piaceva sentire le lenzuola bagnate di sé sotto il sedere, la eccitava lasciare un segno di quel momento ai prossimi inquilini.

Poi il ritmo accelerò; i colpi si fecero più veloci e i respiri più affannosi.

Il peso quasi a togliere il fiato. Il seno schiacciato che si muove a ritmo serrato.

La voce trattenuta, che si riversa nel ventre. Pieno. Umido. Spalancato alla vita. Una leggera goccia scivola dalle gambe a bagnare le lenzuola. Sudore. Impossibile sentirla, ma in quel momento, ogni millimetro del suo corpo sente l’umanità intera. Come la madre terra, raccoglie il battito del cosmo tra le sue cosce. Ma è solo lui. E solo lui è il cosmo. L’avvolge, la riempie, la vuole, la chiama, la trattiene, la stringe. L’ama. Lei risponde, grida, piange. Nulla sembra abbastanza. Il piacere del corpo che contiene è tale che vuole cacciarlo, dargliene un po’, regalargli un pezzo di quel piacere che fa tremare e piangere. Trema e piange. Una pesante goccia scivola dagli occhi. Le scotta la pelle e incendia il cuscino. E lì muore il piacere. Le gambe si serrano, il petto tace. La voce anche. Gli occhi non vogliono aprirsi, quel buio, quell’immenso e spietato buio, è una certezza. Il respiro torna. Con esso torna la realtà. Non le interessa più ricordare altro.

Le va bene conservare quel momento e la consapevolezza che per il resto della giornata ha continuato a desiderarlo, ha continuato a bagnarsi. Lì davanti a lui. Mentre le passa una sigaretta, l’ultima. Mentre mette in ordine il letto. Mentre le versa l’acqua. Mentre chiude le finestre e la porta. Mentre la riaccompagna alla sua auto. Mentre la saluta senza dirle nulla. Lei non smette un attimo di volerlo sentire di nuovo dentro di lei.

Giorni dopo, così come con un messaggio di lei tutto aveva avuto inizio, con un messaggio di lui tutto si era concluso.

Dovremmo rivederci.

Le gambe serrate.

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