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Diario n°:

156

UNA ROSA ROSSO CREMISI
Black Onyx

UNA ROSA ROSSO CREMISI

Disegno con cura il contorno delle labbra con il morbido stick rosa perlato. Non mi sono mai piaciuti i rossetti rossi, troppo vistosi. Sulla mia bocca sottile mi danno quell’aria da Crudelia Demon che odio.

Nello specchio vedo il riflesso della porta che si apre alle mie spalle. Lucas entra in camera con i capelli neri scompigliati e ancora indosso la camicia e i pantaloni di lana con cui è uscito stamattina per andare in ufficio.

«È la grande serata.»  Annuncia.

Lo guardo avanzare nella stanza con le spalle dritte e il passo arrogante delle sue lunghe gambe e avverto quel solito pizzicorino al petto.

Articolo un suono affermativo con la bocca aperta perché sto finendo le rifiniture con il rossetto.

Lucas si ferma accanto al letto e sfiora il tessuto goffrato del vestito nero che ho deciso di indossare.

«Sarai uno schianto…» Il tono sembra pensoso.

«Questo incontro è molto importante.»

Perché sento il bisogno di giustificarmi? È lavoro questo, il mio lavoro e il mio futuro successo.

Lui non replica, so che alla fine l’ha accettato, ma qualcosa dentro lo sta ancora tormentando.

Si gira e mi guarda riflessa nello specchio. Gli occhi luccicano come zaffiri e percorrono tutto il mio corpo semi nudo in una lenta, sensuale carezza.

Io trattengo il fiato. Sono le sue mani ardenti che mi stanno sfiorando la pelle e una bolla di calore nasce nel basso ventre.

Il suo sguardo torna sul mio viso e sulla mia bocca socchiusa che gli parla dell’effetto che sa bene di avere su di me.

Le labbra si stendono in un sorriso sornione e allunga una mano per sfiorarmi una spalla. Non posso evitare il brivido che mi scuote dentro e fuori. Con Lucas è così, gli basta uno sguardo, una carezza ed io sono già pronta per lui.

«Sei bellissima.» Il sussurro gli esce rauco dalla gola.

Abbassa il viso e mi bacia proprio dietro l’orecchio. Sa di essere sleale, ma sembra avere intenzione di farmi soffrire prima di lasciarmi andare. Quella serata proprio non gli piace, soprattutto perché ho preteso di andarci da sola.

Sono masochista, lo so, e quindi allungo la testa di lato per lasciargli più spazio e un sospiro spinge il mio seno verso lo specchio.

La sua bocca sa fare magie sul mio collo, ma le mani che risalgono lungo l’addome in movimenti languidi e sinuosi potrebbero quasi farmi perdere la memoria. I palmi si fermano sopra il leggero pizzo nero del balconcino e le dita si avvolgono intorno al seno. La bolla di calore è diventata un forno che mi scalda fino alla radice dei capelli.

I pollici cominciano una lenta danza sopra i capezzoli che rispondono pronti e premono contro la barriera di stoffa che li separa dal suo tocco.

«Sei proprio sicura di dover andare?» mi sussurra.

Annuisco, accompagnando il movimento della testa con un gemito sommesso che mi dà della bugiarda.

Ne abbiamo discusso mille volte. Ho bisogno del mio lavoro, di sentirmi indipendente. Lui vorrebbe che vivessi solo per lui, solo per noi. Ma io non posso rinunciare a ciò per cui ho lottato così tanto.

Lo sguardo di Lucas si è fatto più scuro, il suo corpo aderisce contro il mio e mi spinge l’erezione tra le natiche.

Ci fissiamo nello specchio per qualche eterno secondo, persi nel reciproco desiderio: lui che continua a strofinarmi i capezzoli ed io che ondeggio il sedere contro il rigonfiamento dei suoi pantaloni.

Respirare è diventato complicato, denso e sono costretta ad aprire di più la bocca per riuscire a inalare aria che rinfreschi la fornace che mi ha acceso dentro.

Uno spasmo sulla guancia di Lucas è il primo segnale, un pensiero estraneo gli affila lo sguardo e le labbra si stringono in una linea sottile.

Due dita afferrano un capezzolo e stringono forte. Io sussulto con un breve grido di protesta.

Lucas ingentilisce subito il tocco, anche se le dita mantengono la presa e ruotano il capezzolo tra loro, mischiando dolore e piacere in una combinazione afrodisiaca.

«Ricordati che sei mia.» Ringhia sommesso al mio orecchio, mordendo il lobo con una certa energia.

Tutto il mio corpo è sintonizzato su quelle dita. Il calore dilaga e accende piccole fiammelle lungo tutto il percorso. Un lungo gemito strozzato mi esce spontaneo.

«Lo sai vero?» insiste.

Io sono troppo impegnata a tirare il fiato in quella nube di eccitazione e ancora una volta riesco soltanto a muovere la testa.

«Allora, faresti qualcosa per me?» mi sussurra con le labbra posate sul mio collo.

Una mano scende ad afferrare il monte di Venere e comincia a massaggiarlo. Il clitoride turgido incontra il pizzo ricamato e i lampi di corrente elettrica mi risalgono lungo la schiena, facendomi bagnare le mutandine.

Il respiro si fa sempre più irregolare.

«Ti prego, Lucas.» Supplico in un singhiozzo. Non so neanch’io se è per farlo smettere o per continuare questa dolce tortura fino alla fine.

Un altro pizzicotto mi fa saltare di nuovo.

«Rispondi» mi dice a denti stretti. «Faresti qualcosa per me?»

In questo momento non sarei in grado di rifiutargli niente.

«Sì.» Sospiro. Qualsiasi cosa purché smetta di tormentarmi, lasciandomi affamata e vogliosa per tutta la sera.

Sento che si fruga nelle tasche e mi porge un sacchettino di velluto porpora.

Inspiro profondamente per snebbiare un po’ il cervello e lo soppeso sulla mano. È pesante e il contenuto ha una forma regolare, non è quella di un gioiello.

Estraggo prima un minuscolo perizoma, con uno stretto cordoncino da passare tra le natiche e un triangolo di raso appena sufficiente per arrivare al pube. Ma ovviamente c’è dell’altro. Dal sacchettino sfilo un oggetto in metallo dorato a forma di siluro, lungo qualche centimetro. Lo rigiro tra le dita, mentre il sospetto che si insinua nella mente mi fa temere ciò che ho accettato di fare. Lucas mi accarezza le natiche e si intrufola sotto il pizzo delle mutandine, proprio dove mi sono appena bagnata.

Lo guardo con un sopracciglio sollevato, ma il suo dito peccaminoso s’infila dentro la vagina e mi penetra con lenta determinazione.

Io non posso che spingermi verso di lui e mugolare.

«Li indosserai per me?» mi sussurra, mentre i suoi occhi affamati mi scrutano.

Ho il viso arrossato e i denti piantati nel mio lavoro attento con il rossetto. Non m’importa. Sono troppo vicina all’estasi per curarmi di una sbavatura rosa sulle labbra.

«Come?» gemo a labbra socchiuse.

Lui fa un eloquente movimento con quel dito con cui continua a istigarmi.

«Qui. E il tanga lo terrà bello stretto.»

Il suo sussurro è una promessa erotica che quasi mi fa venire nelle sue mani.

Lo so, è il suo modo di ricordarmi che gli appartengo. L’appuntamento di questa sera può decidere il mio futuro come arredatrice, ma posso rifiutargli qualcosa? Lui è il mio cuore, la mia anima, la mia ossessione. Mi guarda e divento un ammasso gelatinoso e affamato, mi tocca e vado a fuoco come una torcia.

A lui piacciono i giochi di potere. Soprattutto quando la posta sono i miei limiti. Ed io non riesco a resistergli, mi eccita quando cerca di spingermi oltre.

Alla fine cedo, non ho altra scelta. Quel dito assassino continua ad affondare dentro di me, confondendomi ancora di più le idee.

«Sì, ooh sì!» inarco la testa verso di lui, mentre una scossa di piacere si spande nelle parti basse bagnando ancora di più la sua mano.

«Brava ragazza» sussurra e mi morde all’attaccatura del collo sulla spalla. «Dopo avrai la tua ricompensa.»

Lo so bene ed è anche per questo che ho accettato. Quell’arnese sarà sempre lì a ricordarmelo e manterrà viva la tensione dell’attesa fino al mio ritorno.

Lucas mi abbassa le mutandine e si china a deporre un bacio su una natica. Io allargo le gambe e lui mi inserisce il piccolo missile metallico nella vagina bollente. È freddo e mi fa rabbrividire, ma il forno che si è acceso là sotto annulla tutto all’istante. Resta solo il senso di pienezza e quando stringo i muscoli, piccoli fremiti di piacere si spandono in tutto il corpo.

Lucas mi fa indossare anche il tanga e me lo tira su fino sopra il bacino, con un movimento ondulatorio che struscia il cordoncino contro l’entrata posteriore.

«Starai anche meglio con quel vestito aderente.»

Una carezza languida sul sedere e mi bacia di nuovo dietro l’orecchio.

«Adesso ti lascio finire di prepararti.»

Lo sguardo è carico di torbide promesse e poi mi fa l’occhiolino.

Lui si diverte perché sa di avermi in pugno. Stasera quando tornerò a casa sarò febbricitante dal desiderio.

Lo vedo uscire dalla stanza con un certo rimpianto. Mi sento come se si portasse via un pezzo di me.

Cerco di aggiustarmi quel poco di stoffa sulle parti intime e torno a prendermi cura delle mie labbra. Mi sono mangiata metà del rossetto, ma a questo c’è rimedio. Anche alla voglia che cresce dentro di me c’è rimedio, ma per quella dovrò aspettare ancora a lungo. E l’attesa renderò la ricompensa ancora più dolce.

 

Il taxi si ferma davanti al Three Horses e scendo con la mia cartellina stretta in mano.

L’autista ha cercato di fare conversazione, ma io ero troppo consapevole dell’oggettino dorato che premeva a ogni movimento della macchina. Gli lascio una lauta mancia e mi dirigo verso i gradini d’ingresso. Il portiere, nella sua fiammante livrea azzurra, mi guarda con ammirazione e mi sorride, aprendomi la porta con un lieve inchino.

È un buon inizio per la serata. Una piccola iniezione di sicurezza.

Entro a testa alta, camminando eretta sulle mie bellissime scarpe con il tacco a spillo, come se fossi la padrona lì dentro.

Devo fare colpo questa sera, i Manson possono davvero lanciarmi verso il successo.

Il maître mi indica un tavolo in fondo alla sala, dove sono già seduti due uomini e una donna.

L’intermezzo con Lucas mi ha fatto perdere dieci minuti, ma cosa ci si può aspettare da un “artista”…

Mi avvio decisa verso di loro anche se dentro sto fibrillando.

«Buonasera, sono Sarah McNeill.»

I due uomini si alzano in piedi e mi stringono la mano. È chiaro che lavorano nel campo della moda. I due completi scuri di alta sartoria avvolgono le figure alte e slanciate e le camicie in seta cruda bianca, con il collo slacciato, esaltano il loro colorito abbronzato. Nel complesso due splendidi esemplari che fanno girare più di una testa nel locale.

La Manson and Co. ha atelier sparsi per mezza America e ha deciso di aprirne proprio un altro qui a Miami.

«Io sono Jack Manson.» Quello con i capelli brizzolati sulle tempie parla per primo. «Lui è mio cugino Ferdinand. L’affascinante donna lì seduta è sua moglie, anche lei socia della ditta.»

La donna non si alza, ma ha un sorriso cordiale. Biondo platino con un taglio corto molto sfilato e un magnifico rossetto rosso carminio che le esalta la forma perfetta e la carnosità delle labbra. Ecco, lei sì che sta bene con quel colore.

L’abito è di cashmere nero a maniche corte, con tre bottoni grandi bianchi che lo chiudono sul collo. Semplice, ma elegante come certe figure mitologiche del cinema.

«Piacere, Mary Beth.»

Mi porge una mano perfettamente curata, con i french sulle unghie tempestati di minuscole stelline. Io la stringo e mi vergogno un po’ delle mie dita così poco curate. Non si può lavorare con chiodi e colle e mantenere delle opere d’arte del genere.

Intanto Jack mi ha scostato la seggiola e mi accomodo un po’ impettita, davanti a un coperto stracolmo di bicchieri e posate.

Adesso che mi siedo di nuovo, l’oggettino torna a farsi sentire, strofinando su e giù lungo le pareti interne. Il brivido è inevitabile. Questa sera a casa mi vendicherò.

Il cameriere si avvicina. «Gradite un aperitivo?»

«Signorina McNeill?» Jack si rivolge direttamente a me.

«Mi chiami Sarah, la prego.» Quel “signorina” mi ha riportato di botto ai tempi della scuola. «No, grazie. Non voglio niente.» Mi dispiace, ma bisogna che cerchi di mantenermi lucida.

I due uomini ordinano un Martini.

«Allora, Sarah, vorremmo sapere qualcosa di te. Dove hai studiato, cosa hai fatto.» È sempre Jack quello che parla.

Io sorrido e rispondo con garbo. Ne esce un bel quadretto, dove espongo in modo accattivante tutte le mie esperienze precedenti. Peccato che sia solo un proforma. Figuriamoci se non hanno già preso tutte le informazioni che gli servivano. Ma devo recitare la mia parte fino in fondo, aggiudicarmi l’arredamento del nuovo atelier della Manson sarebbe proprio un gran colpo.

Sono arrivata ormai all’ultimo negozio che ho arredato quando il cameriere arriva con i due Martini e una bottiglia di vino rosso dall’aria familiare.

L’uomo posa i bicchieri davanti ai due cugini e appoggia sul tavolo un Lagrein riserva Grieser del 2008, il mio vino preferito.

«Questo lo offre la casa.» Il cameriere sorride a tutti.

Guardo la bottiglia con le sopracciglia aggrottate. Non può essere un caso, non in un ristorante dove non sono mai venuta.

Alzo lo sguardo verso la sala sicura di trovare la risposta.

Il suo sorriso mi avviluppa nel suo calore e il solito brivido bollente mi risale fino allo stomaco, facendomi contrarre la vagina sul suo regalo. La scossa elettrica è inebriante.

Lucas solleva verso di me il bicchiere pieno di liquido color rubino e poi riporta l’attenzione sul suo compagno di tavolo.

Perché è qui? Mi controlla? Abbiamo anche litigato per questa serata, ma la gelosia non può averlo spinto a tanto. Forse vuole solo essere certo che obbedisca o torturarmi con la sua presenza, sapendo che siederò qui, eccitata e vogliosa a causa della sua richiesta.

«Allora, dove eravamo rimasti?» La voce di Jack Manson mi riporta tra loro e dopo qualche secondo arriva qualcuno a prendere le ordinazioni.

Ho riempito il bicchiere del mio Lagrein e lo sorseggio, lanciando ogni tanto brevi occhiate verso Lucas. Lo sorprendo spesso a sfiorarmi con il suo sguardo da sfinge. Non mi vuole dare soddisfazione, si mantiene freddo, distante, quasi indifferente.

La conversazione al mio tavolo prosegue senza intoppi sull’attività e le filiali della Manson. Hanno davvero fatto un gran lavoro per portare il loro nome nelle alte sfere della moda.

Il tempo scorre e la presenza dell’arnese si fa sempre più percepibile. La posizione seduta è un innesco e devo stare attenta a come mi muovo perché rischio di finire a miagolare come una gatta in calore.

Sono impaziente di arrivare al punto cruciale con i miei interlocutori. L’eccitazione sta aumentando lentamente, ma ormai la sento pizzicarmi i nervi di tutto il corpo. Non so se riuscirò a mantenermi calma.

Dopo la prima portata, Jack Manson sposta la seggiola verso di me e appoggia il braccio sul mio schienale. Lo vedo sbirciare con noncuranza dentro il bolerino che mi copre le spalle lasciate nude dall’abito. Chi lo ha detto che tutti quelli che lavorano nella moda sono gay?

Io mi irrigidisco. So che se alzerò lo sguardo qualcuno starà lanciando fiamme. Sorrido con poca convinzione e mi sposto un poco per evitare il contatto.

«Mi piacerebbe conoscerti meglio, Sarah.» È un’impressione o sta facendo le fusa? Si accosta di più. «Cosa ti piace fare quando non crei fantastici arredamenti?»

Nella mia testa cominciano a suonare i violini insieme alla stridula sirena dell’allarme antincendio. Bisogna che lo scoraggi, non voglio affrontare una scenata in pubblico. Prendo il bicchiere in mano per darmi un tono e mi appresto a rispondere in modo cortese, ma freddo.

Una strana vibrazione parte dal centro del mio sesso e si propaga in lente onde di deriva, accendendomi le terminazioni nervose come luminarie.

Il calice resta a mezz’aria. Cos’è questo? Un atroce sospetto mi induce a guardare Lucas.

Le sopracciglia sono strette in un cipiglio rabbioso e mi ritengo fortunata che i suoi occhi non possano fare davvero quello che vi leggo dentro. Solleva con due dita una piccola scatola nera e la fa dondolare nella mia direzione. Il sospetto diventa certezza. Il suo regalino non è un semplice siluro dorato, ha un comando a distanza che lo mette in movimento.

Lucas ha deciso di mandare in tilt il mio controllo. Lo guardo minacciosa, ma lui è un pezzo di ghiaccio. Quel braccio attorno alla mia sedia è una dichiarazione di guerra.

Il cuore prende a battermi come un tamburo tribale. Lucas mi spaventa, a volte, non so cosa farò quando cercherà di spingermi troppo oltre. Questa volta, però, posso ancora affrontarla. Anzi, mi rendo conto di essere anche piuttosto stuzzicata.

La vibrazione si fa più intensa e m’illanguidisce il corpo. I capezzoli diventano due pietruzze che sfregano contro il pizzo del reggiseno e il calore mi riempie le vene come se vi scorresse vino caldo.

Finisco il sorso di Lagrein del bicchiere e l’ignaro Jack Manson ne approfitta per allungarsi, sfiorandomi un capezzolo con il braccio, e riempirlo di nuovo.

Mi sento in vena di giocare. So che scherzo col fuoco, ma rivolgo un radioso sorriso al mio vicino e sbatto un po’ le ciglia. Se devo soffrire almeno non sarò da sola.

La risposta è immediata e l’oggettino vibra più forte, soffiando ossigeno sul fuoco della mia eccitazione.

Un’occhiata verso Lucas e riconosco il cipiglio. È arrivato al limite, se tiro ancora la corda, rischio di far succedere un casino. Meglio provare a svincolarmi da Manson.

Mi allontano un po’ sulla seggiola per mettere qualche centimetro tra di noi, ma lui non coglie. Si abbassa addirittura verso il mio orecchio per sussurrarmi quanto sono affascinante.

La vibrazione diventa ancora più potente. Mi sono cacciata in un mare di guai, se non lo ferma mi salterà il sistema nervoso. Lo supplico con gli occhi, ma Lucas risponde con una piega rigida e dura delle labbra. Lo sa che ho voluto sfidarlo e non me la farà passare liscia.

Credo di avere le guance in fiamme e trattengo a stento i gemiti per la corrente elettrica continua che mi percorre dalla testa ai piedi. Tra poco arriverà al cervello e scoppierà come un geyser. Darò uno spettacolo pietoso di me, qui, davanti a tutti.

Respiro con piccoli singulti e cerco di bere un sorso d’acqua fresca con la mano tremante.

«Ti senti bene?»

Anche i miei commensali si sono accorti di qualcosa. Ondate di calore e piacere mi risalgono lungo la spina dorsale. Non penso di riuscire a trattenermi. Se non mi allontano avrò un orgasmo qui davanti a tutti e qualcuno chiamerà il 911.

«Non… non mi sento un gran ché.» Rispondo, tenendomi la fronte con una mano. «Forse il vino.»

Un altro lungo fiotto di eccitazione mi fa formicolare le dita. Basta, devo alzarmi.

«Scusate.» La voce mi esce tremula. «Vado un momento in bagno.»

Mi avvio con passo incerto sui tacchi a spillo. In piedi ho un minimo di sollievo, ma so di aver imboccato la strada di non ritorno. Il perizoma è uno strumento di tortura e ad ogni passo struscia contro la carne umida e turgida esaltando tutte le sensazioni.

Riconosco il profumo prima ancora che il braccio mi afferri alla vita e mi trascini oltre una porta. Dentro è buio e c’è odore di detersivi e biancheria pulita.

Lucas, chi altri? mi spinge contro uno scaffale e mi si incolla dietro, con le mani tocco il morbido cotone delle tovaglie del locale.

La sua erezione preme con forza contro le natiche e le mani salgono ad afferrarmi i seni e a stringerli aggressive.

«Cosa pensavi di fare?» un sussurro tra i denti contro il mio orecchio.

«Ti prego…» la voce mi esce in una supplica, sto per esplodere come un fuoco d’artificio.

«Tu sei mia. Mia!» e spinge con forza il pene, schiacciandomi contro la scaffalatura.

Non sono in grado di oppormi, neppure se lo volessi davvero.

Lucas mi solleva di colpo il vestito aderente e mi strizza una natica. Infila un dito sotto il cordoncino del perizoma che mi sta torturando il sesso e tira con forza, strappando il minuscolo pezzetto di stoffa.

Lo sfregamento del pizzo contro la carne gonfia mi fa gemere. Ogni sensazione, ogni tocco è come se fosse amplificato, potenziato.

«Solo io posso toccarti. Solo io.» Ringhia.

Sfila il siluro con un gesto brusco. È come se mi avesse sparato con un lanciafiamme e mi cedono quasi le gambe con un mugolio di godimento.

Lo sento armeggiare con i pantaloni e subito dopo il pene duro è in mezzo alle gambe.

«Adesso ti scopo.» Lo sento digrignare i denti. «Ti scopo fino a farti implorare.»

Io non riesco a smettere di gemere. Sono un fascio di nervi sovreccitati, se non mi libero rischio di perdere la ragione qui dentro.

Lucas appoggia la punta contro la vagina bagnata e con una spinta vigorosa mi penetra fino ai testicoli. Lo sento inarcarsi dietro di me con un singulto trattenuto e tutto il corpo ha un lungo tremito contro il mio. Anche lui non è lontano dal ciglio.

Il suo pene è un ferro rovente. I muscoli della vagina cominciano a contrarsi nell’onda di un potente orgasmo, ma lui esce di colpo e mi morde forte sul collo.

«Non provarci...» sussurra.

Io quasi singhiozzo. È la sua punizione per averlo sfidato.

Una mano torna sulla rilevatezza turgida dei capezzoli e li stringe fra le dita, facendoli sfregare contro il pizzo del reggiseno.

Lo sa che mi sta uccidendo, ma non si fermerà fino a quando non lo supplicherò.

L’altra mano manovra il suo membro duro. Entra dentro di me, affonda due o tre volte e poi si sfila. Sono come uno scalatore che non riesce a raggiungere la cima perché la mano continua a scivolare.

Abbandona il seno e va in cerca del bocciolo di carne in mezzo alle gambe che sporge gonfio fra le labbra umide del mio sesso. Incomincia a sfregarlo, lento, in un crescendo che mi porta sempre più in alto e poi si ferma, mordicchiandomi dolorosamente il collo.

Continua a giocare il bastardo e non mi vuol lasciare andare.

Sono disperata. Il cuore sta battendo così forte e irregolare che credo m’incrinerà una costola e la testa si fa leggera, come se stessi per svenire.

«Ti prego Lucas, aiutami.» Un grido sussurrato il mio.

«Non ti sento.» Mi soffia nell’orecchio.

«Ti scongiuro.» Questa volta quasi urlo.

La mano sul clitoride si ferma e il braccio mi stringe ancora più forte contro di lui come se potesse entrarmi sotto la pelle.

«Sei mia. Non dimenticarlo. Mia!»

Un colpo di reni ed è di nuovo dentro fino in fondo nella fornace che è diventata la mia vagina.

Ora però non si ferma. I suoi fianchi cominciano a penetrarmi con forza, facendomi sbattere contro il metallo dello scaffale.

L’ondata dell’orgasmo sta risalendo come uno tsunami, non so se sopravvivrò alla sua violenza.

Afferra il clitoride con due dita e lo stringe, mentre gli affondi si fanno più violenti, brutali.

«Vieni adesso, vieni per me.»

L’uragano esplode in tutta la sua furia e l’urlo che sto per lanciare si perde dentro due labbra forti e calde che premono contro le mie, assorbendone tutta la potenza.

L’orgasmo è una tempesta di fulmini che si protrae per diversi secondi e poi si attenua per riprendere nuova forza quando Lucas, con quattro potenti spinte, quasi feroci, comincia a venire anche lui.

Il pene pulsa vigoroso dentro di me e mi inonda del suo seme bollente fino a raggiungermi il cuore. I nostri umori si mescolano e anche lui geme dentro la mia bocca.

Restiamo infissi uno nell’altra alla ricerca entrambi di un po’ d’aria per alimentare i nostri polmoni stremati.

Lucas prende qualcosa dallo scaffale e appoggia un tovagliolo contro i nostri sessi uniti, sfilandosi lentamente. Entrambi rabbrividiamo.

Le mie gambe stanno tremando come budini molli, non so come farò a tornare di là.

Lui mi prende dalle spalle, mi fa girare e mi avviluppa in un abbraccio soffocante.

«Se ti tocca ancora, giuro che gliele taglio.»

La solita feroce gelosia, non guarirà mai. Io riesco solo ad annuire, mentre respiro il suo odore maschio e speziato appoggiata alla sua spalla. Un momento da fermare in un foto finish. I corpi caldi e languidi avvinghiati e il suo profumo che mi inebria la testa come il fumo di un narghilè.

«Devo tornare» sussurro. Neanche un pensiero per chiunque possa entrare.

Lui mi bacia i capelli e mi aiuta ad abbassare il vestito con una carezza.

«E le mutandine?» Mi ero scordata del perizoma distrutto.

Lo sento scrollare le spalle e gli rifilo un pugno su una spalla. Certo! Non è mica lui che deve stare al tavolo con il sedere nudo.

«Esco per primo.»

Un bacio a fior di labbra ed è già fuori, lasciandomi stordita dalla potenza del mio orgasmo in quel buio che sa di sapone di Marsiglia e di sesso.

Una lama di luce si apre e il mio uomo mi fa un cenno, porgendomi la borsetta comparsa da chi sa dove.

Incespico fino al bagno ed entro cauta. Per fortuna è vuoto.

Mi guardo allo specchio e mi sorrido. Ho gli occhi luccicanti e le guance arrossate della donna soddisfatta. Rimango appoggiata al pianale dei lavandini studiandomi. Dio benedica il mascara waterproof. I morsi sul collo riesco a nasconderli se allaccio il bolerino e con un po’ di rossetto rimedio a quelle due labbra gonfie e tumide.

L’espressione di estasi, invece, non riuscirò a mascherarla. Ma non credo che i Manson potranno avere qualche sospetto.

Con Lucas è così: un ottovolante continuo. Un momento ti trovi in alto, sospinta oltre picchi inarrivabili e l’attimo dopo precipiti in un pozzo senza vedere il fondo. Ma a me piace proprio così. Il suo bisogno di controllo mi fa sentire al sicuro, la sua possessività amata e accudita. E riesco a ricavarmi comunque il mio spazio vitale.

Finisco di ritoccarmi il rossetto e ammiro il risultato. Mi sento bella e questo mi dà una nuova sicurezza.

Esco a testa alta e torno al tavolo senza esitazioni.

Jack si alza. «Ti senti meglio, Sarah?» Sembra preoccupato, quanto tempo siamo stati via?

«Sì grazie.» Rispondo con un sorriso luminoso. «Un capogiro. Devo stare attenta al vino.»

Mi siedo, scostando un po’ la seggiola da Jack. Spero che capisca questa volta.

Un’occhiata verso Lucas che non ha ancora spento il fuoco nello sguardo. Mi vuole ancora, nonostante il nostro incontro, e riesce a farmi sentire la donna più desiderata del mondo.

La cena prosegue senza interruzioni. La conversazione si mantiene leggera e superficiale ed io riesco a tenere a bada Jack Manson, che alla fine si merita persino un mezzo rimprovero dalla cugina.

«Allora ci vediamo martedì al nuovo atelier.» Mi dice Jack prima di congedarci. «Ti facciamo vedere i locali e le piante, così puoi buttare giù qualcosa su quello che ci faresti.»

«L’arredamento del Pink Dreams è strepitoso...» confessa Mary Beth. È l’ultimo negozio di biancheria intima che ho curato a Orlando.

Quando ci alziamo il tavolo di Lucas è vuoto. Sulla tovaglia è rimasta una rosa cremisi ed io so che l’ha lasciata per me. Per scusarsi? Impossibile. Per sedurmi, ancora una volta.

Il cameriere che sta sparecchiando me la porge sicuro ed io la annuso, aspirandone avida il profumo. Sa di ardore, di gelosia e di desiderio, ma punge se la stringi forte tra le mani. Come il nostro amore. So che la notte non è finita e a casa mi aspetta un altro giro sulla sua vorticosa giostra.

Ma questo è Lucas Reynard, l’uomo che adoro e che mi fa sentire viva e vibrante di passione. Con lui niente è facile e tranquillo, non puoi mai abbassare la guardia, come quando arrivi sulla vetta e ti trovi sull’orlo di un insondabile, magnifico burrone.

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