Abbiamo 364 visitatori e nessun utente online

Diario n°:

198

VINCERE LA PAURA
Olympia Fox

VINCERE LA PAURA

Ancora stento a credere sia vero.

La guardo di nascosto, attraverso il riflesso della porta lucida, mentre si districa tra i fornelli e il forno, ballando un po’ e cantando piano, tenendo sotto controllo quella sua voce da tigre.

Ha una sensualità talmente innata e naturale che non ha nemmeno bisogno di enfatizzarla. Anche ora, nonostante la spruzzata di farina a colorarle di bianco i leggins blu notte, è più sexy della maggior parte delle donne che ho avuto vicino nei miei trentadue anni.

 

Mi aveva fatto innamorare di sé la prima sera. E davvero in quelle ore avevo creduto potesse essere possibile. Almeno fino a che non avevo spostato la sedia, almeno finché non l’avevo vista chinarsi su di me come si fa con un bambino per darmi un bacio sulla guancia. Inevitabilmente ero ripiombato nella quotidianità del mio stato, e con la consapevolezza di un novello Cirano, avevo ricordato “con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore”.*

Lui aveva il naso a negargli la possibilità d’essere amato da Rossana, io - avevo pensato - le mie gambe paralizzate e la carrozzella a rendere impossibile a Emma di potermi prendere in considerazione.

 

«Stefano! Vieni a darmi una mano! Tra un po’ arrivano e io sono in alto mare!»

«Vengono per l’aperitivo e sono solo le due del pomeriggio! E poi mi spieghi perché devi cucinare come se fossero in cento?!»

La sua espressione fintamente arrabbiata mi accoglie appena varco la porta della cucina e io non posso fare a meno di scoppiare a ridere. Mi avvicino e le faccio correre una mano lungo la gamba tornita. Impertinente, scivolo a carezzarle la rotondità perfetta del sedere alto e sodo, enfatizzato dai fuseaux. Lei si svincola dalle mie carezze, giocosa, riprendendo a mescolare non so cosa.

Ma io non demordo, sposto le mie ruote fino a pormi dietro di lei e parto con il mio attacco serrato di solletico. Avrò pure limiti innegabili, ma le mani mi funzionano benissimo!

Le mie dita abili stuzzicano i suoi fianchi e i lati della pancia lievemente arrotondata, consapevoli che la camiciola leggera che indossa non la protegge dal loro infierire. Lei cerca di sgusciare via, indietreggia e ridendo come una pazza, finisce a intrappolarsi da sola in un angolo, dove le blocco ogni via di fuga con la mia “fuoriserie”.  

«Sei in mia balia, principessa Emma!»

Il mio attacco va a colpirla ovunque, in tutti i punti sensibili del suo corpo meraviglioso, quel corpo che nei mesi ho imparato a conoscere così bene.

Lei è il regalo che la vita mi ha fatto. Lei è il mio desiderio avverato.

 

Nonostante la mia malattia non mi sono mai chiuso in casa ad aspettare che le cose mi arrivassero: le ho sempre cercate e fatte accedere. Sono musicista, manager, ho un lavoro e un’infinità di interessi e amici. E le donne... Di donne ne ho conosciute tante e ho avuto anche qualche storia più o meno platonica. Lo ammetto, sono uno dall’infatuazione facile: sono la cosa più complicata e affascinante del mondo e in quasi tutte riesco a vedere un aspetto che mi piace.

Ma Emma è diversa dalle altre e mi è stato chiaro fin da subito che la mia non era la solita infatuazione temporanea. Ero stato letteralmente folgorato da lei.

Faceva parte del team di un progetto che curavo e ci si incontrava spesso e ancor più di frequente il suo nome saltava fuori nelle riunioni. Ogni volta che la nominavano sentivo le quattro lettere del suo nome bruciarmi sulla pelle, come se fosse tatuato di fresco. Da parte mia però, facevo di tutto per evitarla, limitandomi alle comunicazioni di servizio.

Fu lei a prendere il telefono un giorno e mettermi alle strette:

«Perché mi eviti? Ti sono antipatica o è successo qualcosa? E non dire che non c’è nulla, non sono scema.»

Beccato!

«Non mi sei antipatica» fu l’unica frase che riuscii a mettere insieme nel mio cervello azzerato dalla sorpresa.

«Allora ne parliamo questa sera. Ti vengo a prendere alle 21.»

E adesso cosa le dico?

Ovviamente fu puntuale e altrettanto ovviamente andai a bere una birra con lei. Lei e io. Soli.

 

Quando è bella quando ride. Mi ritrovo ancora a pensarlo, ora come ogni volta. La bocca grande, gli occhi che si illuminano.

Bella e mia. Sì, mia! Di fronte a questa consapevolezza la mia voglia di giocare si trasforma in tenerezza, in passione. Il mio solletico si fa più audace, cambia ritmo e da frenetico diventa più leggero e carezzevole.  

Lei smette di dimenarsi scomposta per sfuggirmi e placa il suo riso, iniziando lenta e sinuosa a stiracchiarsi, dandomi libero accesso al suo corpo. Le mie mani accarezzano e toccano il ventre e lo stomaco soffice, infilandosi sotto la camicia stampata. Scorrono fin sui fianchi e la parte bassa della schiena, per poi prendere pieno possesso dei glutei sodi.

Con sguardo tenero si avvicina e mi appoggia la testa alla sua pancia, mi accarezza i capelli mentre le mie mani la esplorano calde e lente: l’atmosfera è mutata in un attimo.

È incredibile come mi risponda alla perfezione. Come il suo stato d’animo si accordi al mio così velocemente. Come basti un attimo perché tutto cambi direzione. E di come questo sia reciproco... Dicono che sia questo l’amore. Per me di certo lo è.

Scosto la testa da lei e alzo il volto a cercare i suoi occhi. Mi sta guardando sorridendo. E piano si china a baciarmi, labbra a sfiorare le labbra, respiri che si confondono, bocche che si aprono e lingue che si toccano piano. Un minuto? Un’ora? Non importa. È mia. Sto baciando la mia donna e il resto non conta.  

Interrompe il bacio e mi sorride ancora. Mi fa cenno verso i fornelli e la libero dall’angolo in cui l’ho imprigionata. Spegne il gas, mescola il cibo nella pentola e si volta verso di me. Le mie braccia sono pronte ad accoglierla e farla sedere sulle mie gambe insensibili.

Quanti problemi si faceva le prime volte! Temeva di farmi male. Vedendo la sproporzione tra le mie braccia forti e muscolose e le gambe atrofiche temeva di pesare troppo per essere tenuta in braccio. Ma non è così: la mia malattia mi rende progressivamente insensibile dall’ombelico in giù. Ormai ci convivo serenamente, e ho imparato ad andare oltre i miei limiti, per quel che posso.

Ma con lei addosso, con le sue braccia che mi avvolgono le spalle e le sue labbra morbide che mi sfiorano sensuali il collo tutto mi sembra possibile. Riprendo a carezzarla ovunque, fino ad arrivare ai bottoncini madreperlati che slaccio uno per volta, fino ad aprire completamente l’indumento. Il semplice reggiseno nero valorizza il suo seno importante e il tatuaggio che ha sull’addome spicca in tutto il suo splendore nero sulla pelle pallida.

Le mie carezze si fanno più energiche, più audaci. La tocco a piene mani, mentre la bacio con passione. Lei mi tiene il volto, rispondendo con lo stesso slancio. Si offre alle mie carezze, inarcando la schiena per farsi toccare meglio, di più. E io non posso far altro che accontentarla.

 

Parlammo di tutto tranne del motivo per cui ci eravamo visti. Per il tempo delle prime due birre i nostri argomenti furono per lo più il progetto che ci aveva fatto conoscere, gli altri partecipanti e quotidianità varie. Era ormai tempo di ordinare il terzo giro o di andare a casa:

«Cambiamo?» mi chiese, strizzando l’occhio e scuotendo la caraffa ormai vuota che aveva in mano.

«Ok. Scegli tu. Sorprendimi!»

Scoppiò a ridere. Una risata tanto musicale e vera che dai tavoli vicini molti sguardi si volsero verso di lei.

Dal profondo una voce potente e chiara mi arrivò dritta al cervello. Mia! E con essa una consapevolezza che non avevo mai avuto, una voglia di rivendicarla di fronte al mondo che non mi era mai capitata con nessun’altra, un istinto di protezione e cura che mi era sconosciuto. Mia! Guardate come è meravigliosa. Ma guai a voi: è mia! Ecco cosa avrei voluto urlare a tutti i curiosi, al mondo.

Ma non era così. Non era mia. Eravamo lì perché credeva di essermi antipatica o che ci fosse qualcosa da chiarire. Invece era tutto limpido: ero innamorato di lei. La evitavo per non farmi troppo male, perché la sua indifferenza mi avrebbe colpito troppo. E di certo non potevo dirle nulla di tutto questo.

Nel frattempo, al cameriere che ci aveva raggiunti a un suo cenno, lei aveva ordinato due Lagavulin senza ghiaccio con acqua fredda a parte.

Perfetta! pensai. Poi mi dissi una volta di più che sarebbe stata una lunga e difficile serata.

 

Le mie carezze e i miei baci la infiammano, si stringe a me, chiedendomi di più, fino a che interrompe l’abbraccio e scende dalle mie gambe. Guida sicura la mia carozzella fino al salotto e si siede sul tappeto che abbiamo scelto insieme solo pochi giorni prima, tendendomi le braccia. Con il suo aiuto scivolo giù dalla sedia e mi stendo sul tessuto morbido, mentre lei, con un gesto gentile, prende un cuscino dal divano e lo sistema sotto la mia testa.

Così comodi riprendiamo a baciarci con passione. Le nostre mani hanno libero accesso al corpo dell’altro: le mie vagano ovunque, le sue si concentrano sul mio torso e sul limitare delle mie zone sensibili, per giocare con i miei sensi come ha imparato. Non posso avere un orgasmo come gli uomini sani, ma posso godere del mio corpo e del suo, e lei ha capito come fare.  

Le sfilo la camicia e la tiro sopra di me: ho braccia forti e salde. Lei allarga le gambe ad avvolgermi i fianchi e si struscia fino a far combaciare le nostre pelvi. Si siede sopra di me e io sento delle piccole scariche percorrermi la pelle, concentrarsi nell’ombelico e poi più giù nel mio membro, mai del tutto eretto, ma comunque sensibile agli stimoli che vengono da lei e dalle sue carezze.

Le prendo i seni tra le mani e apprezzo una volta di più che sembrano calibrati per riempirle perfettamente. Infilo le dita nel bordo delle coppe e trovo i capezzoli sensibili ed eretti ad aspettarmi. Li stuzzico con i polpastrelli, li sfrego e li pizzico dolcemente, mentre lei geme piano e si offre protendendo il busto verso i miei palmi.

Non resisto e le slaccio il reggiseno, liberandola da quella costrizione. La avvicino, spingendole la schiena e bacio il suo seno perfetto e morbido, lecco e succhio i capezzoli ipersensibili, li tiro un po’ facendola mugolare e rabbrividire di piacere. Le massaggio intanto il culo, affondando le dita nella carne morbida e soda, dopo essermi infilato oltre la fragile barriera dei leggins. Il perizoma non è certo un ostacolo alla mia ispezione e la tocco ovunque, nel solco delle natiche, attorno al buchetto stretto e sensibile e poi giù fino alla sua femminilità già gonfia e bagnata.

Che una donna così femminile e sensuale goda delle mie carezze e del mio modo di amarla mi riempie di orgoglio e di gratitudine. Le accarezzo le labbra intime e risalgo fino al clitoride ipersensibile, massaggiandoglielo per pochi secondi. Poi mi scosto e lei si lascia sfuggire un sospiro di disappunto.

Rido, prendendola un po’ in giro, mentre faccio scorrere verso il basso l’elastico dei pantaloni leggeri e degli slip. La voglio nuda sopra di me. Lei mi aiuta, finisce di spogliarsi e si lascia rimirare per pochi secondi. Poi mi toglie la t-shirt, slaccia i bottoni della patta e mi sfila i jeans, lasciandomi in boxer.

Quel piccolo smarrimento che la coglieva le prime volte che facevamo l’amore non c’è più. È sicura nei suoi movimenti e da donna innamorata, generosa e consapevole ha imparato come darmi piacere. Infila infatti la mano dentro i boxer e gioca un po’ con il mio membro, che a volte riesce a inturgidire un po’. Purtroppo la sensibilità lì va e viene e non sempre posso sentire le sue mani. Ma oggi c’è e alle sue carezze risponde con piccoli fremiti e un sensibile indurimento. Il sorriso lascivo e lievemente perverso che mi dedica mi fa impazzire almeno quanto le sue carezze. Mi leva anche i boxer e leccandosi le labbra mi inumidisce la punta leccandola con la lingua. Fremiti e scosse elettriche mi pervadono. Il mio piacere in realtà si scarica nell’ombelico e nei capezzoli e lì sento che la mia smania cresce, nell’ipersensibilità che pervade quei punti per me già ricettivi.

Le sollevo la testa, e la tiro vicina per baciarla. Mentre le nostre bocche si riuniscono, con le mani la guido a sedersi sul mio bacino e la muovo avanti e indietro. Capisce al volo e inizia a strusciarsi, labbra e clitoride umidi, gonfi e tesi. Mi piace che venga così quando riesco, mi piace vederla godere del mio cazzo. Sensibile ed eccitata com’è le bastano pochi movimenti, sempre più veloci per venire. I suoi piccoli scatti avanti e indietro tengono viva la mia eccitazione, il suo piacere eccita il mio.  

Appena riprende fiato la abbasso su di me, finché i suoi capezzoli si strofinano sui miei. Quanto mi piace! Le sue mani tra i miei capelli e la sua lingua che mi lecca le labbra, il seno schiacciato contro il mio petto e il suo sesso bagnato contro il mio. Mi bacia vorace, poi scende a leccarmi il petto, le punte ricettive. Mi succhia forte e mi carezza sotto l’ombelico, proprio dove le mie terminazioni nervose iniziano a perdere sensibilità, gioca con il mio corpo, alternando tocchi delicati a energici, per far sì che la mia pelle formicoli e si scaldi, eccitata e ricettiva. Un piacere diffuso mi pervade, mandandomi brividi caldi e freddi insieme per tutto il petto, il collo, le braccia, la schiena. I miei occhi si riempiono di lei mentre il brivido si placa lentamente: questa è la mia estasi, il mio orgasmo.

 

Assieme agli scotch arrivò la fatidica domanda.  

«Quindi? Cosa succede?»

Cazzo! Cosa le rispondo?  

«Non lo so.»

«Non è vero. Lo sai ma non me lo vuoi dire. E io voglio sapere perché se anche con me stai bene, poi mi eviti!»

Le sue parole, i suoi occhi volevano una risposta. E io non potevo essere ancora un vigliacco ai suoi occhi. Per quanto difficile dovevo dimostrarle che ero fiero dei miei sentimenti, anche se conoscevo bene i miei limiti e non avevo speranza che potesse ricambiare. Dopo un sospiro, alzando lo sguardo nel suo, le risposi.

«Perché con la tua indifferenza potresti farmi troppo male.»

«L’indifferenza fa male, concordo. Ma tu non mi sei indifferente. Sarei qui a cercare di capire cosa ti passa in quella testa se fosse così?»

La guardai a bocca spalancata. Muto per alcuni secondi. Poi balbettai qualcosa del tipo: “Ma io... Io ho...” battendo sconsolato i palmi sui braccioli della mia sedia a rotelle.

«Ma dai, non mi ero accorta che sei paralizzato e malato!» rispose con tono ironico. «Vuoi smetterla di pensare che mi spaventi la tua diversità? Di pensare che io non sappia gestire le situazioni, la gente o che altro so io?»

Tutto mi sarei immaginato ma non questo... I suoi occhi fissi nei miei, quelle parole che accendevano una scintilla di speranza, il suo volto meraviglioso e il suo tono sincero e fermo. Uno dei momenti più belli della mia vita.

«Affronti da guerriero prove inimmaginabili e dolori spesso atroci e ti nascondi per non soffrire per me? Senza nemmeno fermarti a chiedermi cosa ne penso io? Come te, anche io ho lottato per tutto nella mia vita. E voglio lottare anche per darci una chance. Tu invece? Tu, cosa vuoi fare?»        

Non mi vergogno di ammettere che lacrime d’emozione mi scendevano copiose mentre intrecciavo per la prima volta le mie dita con le sue.

 

Il mio brivido si calma e l’amore riempie i miei occhi. Lei accoccolata sul mio petto, i capelli che mi solleticano ovunque e il calore condiviso dei nostri corpi. La gratitudine mi riempie l’animo e il cuore e voglio regalarle un altro momento di piacere. So come farla godere ancora, e mi piace che venga più volte. Per cui le sollevo il mento e riprendo a baciarla. Subito si rianima, ricambia il mio bacio e sa che mi dedicherò completamente al suo piacere. La faccio stendere accanto a me e la carezzo lento ovunque, facendo rifiorire l’eccitazione in lei. Presto si bagna di nuovo, e mi offre il suo corpo sollevando ritmicamente il bacino in cerca delle mie dita. Gioco dispettoso con la punta dell’indice, infilandolo piano nella sua fessura, ruotandolo ed estraendolo. Poi torno alla carica e la penetro, prima con uno poi con due dita, al ritmo del suo respiro e dei suoi movimenti. Ansima, accaldata e vogliosa, dimenando i fianchi e spingendosi contro la mia mano. Quando è a un passo dal godimento sfilo le dita e mi ridistendo. Indicando la mia bocca le sussurro: «Vieni qui!»

Veloce si mette a gambe larghe sopra il mio viso, mentre con le mani sui suoi fianchi la guido verso la mia lingua che la aspetta famelica. La tocco leggermente con la punta proprio sul clitoride e lei sussulta. Inizio a leccarla piano, lento e lei si abbandona, mugolando e gemendo in estasi. La tormento, mi infilo ovunque, riempio e stimolo. Adoro sentirla mentre mi incita a prenderla più forte, sempre di più, mentre mi chiede di non smettere. E io continuo, fino a che il suo desiderio esplode e lei viene, mentre le succhio forte il clitoride ipersensibile che le dà un orgasmo dietro l’altro.

Poi, sfinita si abbandona a occhi chiusi sul tappeto accanto a me e io la avvolgo tra le braccia. Ce ne stiamo così, in silenzio, fino a che lei riapre gli occhi, mi guarda e scoppia a ridere, felice. E io rido con lei, altrettanto felice.

   

 

 

 

da “Cirano” di Francesco Guccini

 

Specifiche

4.0/5 di voti (2 voti)

Share this product

Lascia un commento

Please login to leave a comment.