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Diario n°:

271

ZUCCHERO FILATO
Mameha

ZUCCHERO FILATO

 

Mi è sempre piaciuta la pioggia.

Deve essere lo spirito da Bastian contrario. Tutti dicono che la pioggia fa schifo, allora io ti dimostro che è meravigliosa.

 

Oggi fa un caldo becco.

Afa, si soffoca.

Il calendario dice settembre, scuola, ora legale e tanto altro alle porte, invece il sole se la ride e ci spalma addosso un velo di sudore che si riforma appena metti il naso fuori dall'ombra.

E mica solo il calendario: anche il meteo dava tempo variabile, da poco nuvoloso a coperto con locali rovesci di breve durata. Macché!

Per infilare un po' di sana cultura botanica nelle nostre giornate tutte fatte di morsi, lingue avide, mani sfacciate e urla soffocate, avevo avuto la bella idea di portarti al parco di Villa Maffei.

Uno spettacolo corale, uomo e natura che si congiungono e danno vita a un incanto di mille colori e forme. Secoli di amore per le piante, per la bellezza, per i dettagli, hanno generato un gioiello nel quale lo sguardo si perde e l'anima s'inebria, rasserenata e colma.

Non ci sei mai stato.

Prendiamo a noleggio due bici, ci avviamo sui sentieri. Salite e discese, il fiume serpeggia poco più giù, lento e ipnotico sotto i nostri occhi. Ci lasciamo avvolgere dalla magia di questo luogo inconsueto, dove tutto è poesia e cura.

Sbuchiamo dal vialetto, fuori dal ponte di alberi che ci hanno riparato sino a un attimo fa. Il piazzale si apre su un panorama diverso: sino a poco fa l'ombra e le chiome fitte, ora un prato immenso, una distesa verde e soffice abbeverata dai numerosi getti che dissetano la terra.

E io, che in tutta questa meraviglia sto morendo di caldo? Che dopo la salita vorrei lanciare la bici per terra e cacciarmi sotto uno di quei getti?

Non credo si possa.

Giardinieri e guardiani sono ovunque. Discreti, silenziosi, non disturbano nessuno. Tranne noi.

Appoggio educatamente la bici contro un albero, tu segui il mio esempio e i miei passi.

Alzi un sopracciglio quando mi avvio giù per la collina, perché tornare da dove siamo venuti per dover poi risalire a piedi?

Scendo ostinata, decisa ad averla vinta sulle previsioni meteo che mi hanno ingarbugliato le prospettive.

Il sentiero pedonale scende tortuoso. Tra una curva e l'altra, alberi ricchi e generosi. Lascio il viottolo e ti trascino in mezzo alle ortiche, al limitare del grande prato che si distende davanti a noi, appena oltre la piccola siepe che costeggia il cammino. Sopra di noi archi di foglie ci nascondono, al sole e alla vista. Ma non mi basta. Io volevo l'acqua. Ed è quella che mi ha guidato sin qui. Il terreno è scosceso, la siepe risulta più bassa e l'acqua degli irrigatori arriva sino a questo minuscolo spiazzo, un giro dopo l'altro. Il suolo è bagnato e luccicante sotto i nostri piedi, ci mettiamo in piedi ad aspettare gli spruzzi. Fermi come bambini a fissare lo zucchero che fila, tra le mani dell'ambulante, sapendo che tra poco il piacere si scioglierà dolce sulla lingua.

Le gocce tamburellano sulle foglie dei rami accanto, il getto sembra non arrivare mai! Aspetto, tremo, sudo, desidero.

Mi hai seguita in ogni istante e mentre io danzavo i miei passi, tu intrecciavi i tuoi. Io aspetto l'acqua, tu avvolgi me. Ho trovato un angolo riparato, tu ora mi porti via, dentro di te.

L'acqua arriva, primo giro. Grazie al cielo il getto si muove lento. Ogni frazione è piacere, sollievo, zucchero filato. Prendo ogni goccia che mi arriva addosso, la sento penetrare il tessuto e bagnarmi la pelle, fresco respiro su ogni poro che può finalmente bere.

Gli schizzi stanno arrivando su di te. Li gradisci ma non te ne curi, adesso che caldo e sete trovano ristoro hai deciso invece di affamarmi.

Le tue mani scorrono sulla mia pelle, sopra e sotto la camicia che mi hai regalato tu, bianca, non a caso. Premi i polpastrelli quanto basta per accelerarmi il battito, sfiori e stuzzichi, prometti e non dai, ti insinui nei miei desideri e li chiami tutti a te. Sento il sangue pulsare tra le gambe, contrazioni che reclamano come uno stomaco assillato dalla fame. Mi senti, indugi, mi costringi a gemere per l'impazienza e a brancolare, straziata e succube.

Lento supplizio in sincronia, arriva ciclico un altro getto. Mi volto ad gustarlo, gesto bugiardo di distrazione da te. Tu mi sfili i pantaloni e mi divarichi. Aspetto. Gli occhi aspettano. La pelle aspetta. Grido, urlo, in totale silenzio, fibrillo sentendo le gocce sui rami prima di noi. Tocca di nuovo a me. La camicetta comincia a impregnarsi d'acqua, oscillo tra un sollievo ancora imperfetto e l'euforia di questa festa liquida.

Mi rapisci, ho i piedi nella terra e la mente dispersa nel cielo, che siamo noi. Non ho più coscienza. Sole, terra, caldo fame sete, acqua, corpi sussurri e gemiti, inneggiamo alla vita.

Quando arriva il terzo getto, siamo completamente inzuppati.

Adoro la pioggia, e tu?

 

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