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Legenda per riconoscere il significato dei simboli e dei colori nei racconti

HIC SUNT LEONES (QUI CI SONO I LEONI) I di Redlec
Rimasi esterefatto quando vidi per la prima volta il cartello attaccato sul muro del casino. Era accanto alla porta d’ingresso del dimesso caseggiato. La grafia della scritta era infantile, ma il significato era chiaro e inequivocabile:
“figghi figghi £. 5 – pom pom £. 7 – culo no!” Una fellatio costava cinque lire, un rapporto sessuale completo sette lire, il rapporto anale non era previsto. Ero appena arrivato ad Addis Abeba, un viaggio faticosissimo, navi puzzolenti, tradotte militari scomodissime con un caldo torrido insopportabile. Ero un giovane ufficiale dei bersaglieri, sottotenente. La mia bella mantella e il cappello piumato erano veramente fuori luogo con quel caldo, ma gli alti ufficiali volevano che andassimo in giro così per la città per indurre rispetto e timore ai locali. Ero appena arrivato che due miei soldati mi chiesero se volevo andare a vedere il casino. Era, dicevano, la cosa migliore che offrisse la città. Stanco e sudato accettai lo stesso, dovevo conquistare i miei subalterni, e se era necessario sarei andato anche al casino. I due giovani bersaglieri che mi accompagnavano erano in tenuta da campo, stavano molto più comodi di me e anche più freschi. Fuori, vicino alla porta d’ingresso c’era un tavolino rettangolare e una sedia dove stava seduta una vecchia etiope. Mi dissero che era la tenutaria del bordello, sul piano del tavolo c’erano tre mazzetti di biglietti di colore diverso, tipo quelli che danno per entrare al cinema. I colori erano: rosso, blu e bianco. Mi spiegarono che c’erano tre fasce di prostitute: vecchie e brutte, di mezza età, giovani e carine. I prezzi si diversificavano, quelli del cartello erano per attirare la fascia più bassa e numerosa, generalmente per i soldati semplici, poi c’erano i prezzi per i sottoufficiali e quelli per noi ufficiali, praticamente il doppio. Poi c’erano delle prostitute extra: erano le più belle e si doveva concordare la tariffa con la vecchia mezzana che andava per lo più a simpatia. Nel prezzo era compresa la camera più bella, lenzuola pulite e qualcosa da bere. La truppa si doveva accontentare di scomodi e sporchi pagliericci in stanzette buie e maleodoranti. I miei accompagnatori mi chiesero se volevo approfittare subito dei servizi del casino. Rifiutai e, ringraziando per avermi portato lì, li salutai. Decisi di tornare subito nel mio alloggio al Comando Militare. Camminavo per le strade sterrate della città in mezzo a mucche e montoni, i locali si spostavano subito al mio passaggio. Era strano, non mi guardavano mai in viso o negli occhi, abbassavano la testa e si scansavano veloci. Mi avevano avvertito di stare molto attento, dopo il massacro di Debre Libanos organizzato dal macellaio Graziani, nostro immeritato Maresciallo e Vicerè dell’Africa Orientale e dal suo braccio armato il Federale d’Addis Abeba, certo Cortese, i soldati italiani erano tutti in pericolo. Si preannunciavano attentati da parte delle truppe fedeli a Hailè Salassiè contro di noi. Giravo guardingo, sentivo l’odio degli etiopi, era palpabile nell’aria. Avevano ragione, Graziani e Cortese erano riusciti a uccidere in modo barbaro migliaia di persone, fra cui donne e bambini bruciati vivi nei loro poveri tucul. Avevano dato alle fiamme anche una chiesa e un monastero copto insieme a centinaia di sacerdoti. L’Italia è un grande paese? Ecco cosa aveva importato: orrore, morte, distruzione e torture, invece della famosa “civiltà” o della ricchezza promessa. Non volevo andare in quel cazzo di posto, e invece purtroppo un alto ufficiale al quale stavo sulle palle mi ci aveva spedito senza sentir ragioni di sorta. Ero quasi arrivato al Comando. L’edificio era situato al centro della città, una specie di fortino costruito da noi abbattendo centinaia di tucul, lì mi avevano dato una camera doppia, dormivo insieme a un altro mio pari grado, certo Brogi, un milanese, che del resto non avevo ancora conosciuto. Arrivai finalmente in camera, il Comando brulicava di militari italiani e di ascari, tutti erano molto eccitati, si capiva che c’era un allarme generale. Bussai ed entrai. Su un letto c’era il mio coinquilino: un bel giovanotto con un viso aperto e simpatico, ci presentammo:
-- Ciao – gli dissi – sono Adriano Benetti di Roma, piacere di conoscerti.
-- E io sono Carlo Brogi, di Milano, è un piacere anche per me, dai siediti e beviamo qualcosa per festeggiare! -- Carlo mi versò del vino bianco nel bicchiere:
-- Viene da Axum, è buono quanto il vino italiano, dai prova -- Bevvi, era squisito, veramente un gran vino, ma lo sapevo, Axum era famosa per la produzione di vini, poi da quando era diventata colonia e con l’aiuto dei viticultori italiani il prodotto era ancora migliorato. Parlammo subito sia dell’Italia sia dell’Etiopia. Carlo raccontò del difficile momento, si aspettava da un momento all’altro la vendetta dei locali. La strage di Debre Libanos ci aveva scatenato addosso sia l’odio della popolazione civile sia quello delle truppe regolari etiopi. L’attacco era imminente, non c’era dubbio. Carlo mi disse di godermela perché sarebbero arrivati giorni duri per noi. Mi propose anche lui, per prima cosa, di andare al casino quella sera stessa. Mi raccontò che c’erano delle ragazze bellissime e che valeva la pena di farci una visita. Accettai, non ero mai stato in un casino, ma lì ero curioso, d'altronde come avrei fatto mai a conoscere donne ad Addis Abeba, non c’era altro modo. Arrivò l’ora di cena, Carlo mi propose di mangiare al casino, diceva che si gustavano piatti locali prelibati. In divisa, mantella e cappello piumato, ci avviammo. Carlo si propose di trattare lui con la mezzana per il prezzo, la conosceva da tempo, gli era simpatico e gli faceva grandi sconti. Mentre Carlo contrattava, io guardavo il caseggiato, era fatiscente, a due piani con pochissime finestre mal distribuite. Mi pentii di stare lì, immaginavo l’interno di uno squallore totale. Tornò Carlo, mi disse che per adesso non dovevamo pagare nulla, prima sceglievamo la ragazza e poi, alla fine, avremmo pagato. Entrammo, mi trovai in una grande sala, le mie previsioni purtroppo si avverarono subito. Era quasi buio, lungo il perimetro dei pavimenti c’erano per terra tappeti e grandi cuscini unti e bisunti. Sdraiate in maniera sciatta e scomposta c’erano una ventina di donne, mezze nude, molte addirittura anziane, ci accolsero con sorrisi stentati e sdentati, io non sapevo dove guardare, rimasi immobile all’entrata e lanciai a Carlo un’occhiata allarmata. Lui mi fece l’occhietto e mi disse sussurando che quelle erano per la truppa. Mi fece cenno di seguirlo, passammo in mezzo a quella moltitudine di poverette, qualcuna ci tirava il fondo della mantella. Una di loro mi disse:
-- Italiano? Faccio pom-pom, tu vuoi? Io senza denti, più bono, sai? -- Mi venne un groppo allo stomaco, poteva essere mia nonna, roba da matti! Carlo mi strattonò forte e mi tirò a lui. Superammo le vecchiette e le cinquantenni indenni, affrontammo la scala ripida che portava al secondo piano. Lì le cose erano diverse, le luci erano più calibrate, c’era una sala sempre con tappeti e cuscini piena di ragazze giovani e carine, mezze nude anche loro. Appena ci videro ci si buttarono addosso, io ne avevo almeno cinque tutte attaccate, praticamente dieci tette seminude schiacciate contro il petto e la schiena. Ridevano e ci parlavano nel loro strano idioma, una mi disse:
-- Ciao soldato corri-corri con le piume, corri con me? Fai figghi-figghi con me? Pompo bene sai? -- Guardai Carlo disperato, lui mi rifece l’occhietto:
-- Non darli retta, noi puntiamo al meglio, vedrai! -- Riuscii a svincolarmi dalle tette e rincorsi Carlo per un lungo corridoio. Arrivammo a una porta stretta e angusta, Carlo bussò. Non vedevo chi aveva aperto, c’era Carlo di spalle, però mi arrivò alle narici un profumo buonissimo, forse un incenso, dolce e acre insieme. M’inebriò il cervello, cambiai all’istante umore. Carlo entrò e apparve dall’oscurità una splendida creatura. Con una voce melodiosa la ragazza mi disse in un italiano perfetto, ma con un lieve accento etiope:
-- Ben arrivato, io sono Zena, sono a sua disposizione, entri prego -- Era molto bella, avrà avuto al massimo diciotto anni, alta quanto me, vestiva abiti con colori sgargianti, gonna rossa e camicetta viola, molto scollata. La pelle era color cioccolato al latte. I capelli neri, foltissimi e legati in mille sottili trecce che le scendevano sulle spalle tornite. Il lungo collo era ornato con una semplice collana fatta di conchiglie bianche. Il viso ovale, gli zigomi sporgenti e decisi, gli occhi scurissimi e grandi. La bocca tumida e ben disegnata, le labbra molto carnose e lievemente sporgenti. Mi fece cenno di darle la mantella e il cappello, li prese con le dita lunghe e affusolate, pigmento blu sulle unghie ben curate. M’invitò a passare in una stanza più grande, anche lì aleggiava il profumo che avevo sentito all’entrata. A terra c’erano numerosi tappeti, piccoli sedili di legno e cuscini multicolori. Nel mezzo dell’ambiente c’era un tavolo molto basso pieno di fiori. In piedi c’era Carlo con un’altra splendida ragazza, più o meno l’equivalente di Zena. Carlo mi disse:
-- Ecco Liuba, è la sorella di Zena, hai visto che non avevi da preoccuparti di niente, qui sopra è tutta un’altra cosa. Bene, sono affamato, su ragazze datevi da fare, intanto noi sediamoci Adriano – Ci sdraiammo fra i cuscini. Zena sorridendo ci portò subito del vino, precisando che era il migliore prodotto ad Axum. Ci riempì i calici e io e Carlo brindammo alla sua salute. Era un vino bianco squisito, corposo e fruttato insieme, freddo al punto giusto, mi domandai come facessero a raffreddarlo così con il caldo che c’era, forse avevano una cantina molto profonda. Pensai ad Axum, antichissima città, con le sue misteriose steli, mi avevano detto al Comando di Roma che c’era in progetto di trasferirne una nella capitale, la più grossa e antica, naturalmente. Immaginavo la rabbia degli etiopi, per loro, le steli erano monumenti sacri, depredarli anche di questo era assurdo. Voleva dire scatenare la loro vendetta su di noi, pazzesco. Quel coglione di Mussolini voleva un simbolo dell’occupazione coloniale, ben visibile, in pieno centro a Roma. Ero sicuro che in futuro l’avremmo pagato caro il furto della stele d’Axum. Dopo qualche minuto Liuba e Zena arrivarono con dei piatti pieni di cibi multicolori. Carlo mi chiese se avevo assaggiato pietanze etiopi, naturalmente risposi di no. Iniziò a illustrarmi le varie vivande che arrivavano:
-- Guarda Adriano questa specie di cialda è il loro pane, accompagna tutte le portate, è fatto con farina di teff, un cereale suppongo, ma non mi domandare altro, però è squisito, delicato e sta bene con tutto. Ecco questo è il piatto forte, si chiama wot, è una specie di stufato di montone e altre carni, vedi quante salse e verdure lo accompagnano? Lo stufato è servito su una sfoglia d’injera, che somiglia alle nostre piadine. Fai il boccone avvoltolando la sfoglia con dentro la carne e il condimento. Dai, inizia ad assaggiare. --
In effetti era un cibo molto saporito e piccante, buono! Innaffiammo il tutto con un paio di bottiglie di vino bianco. Per finire Carlo mi spiegò che era il momento del caffé, aveva un rituale ben preciso. In lingua etiope il caffé si chiama bunna ed è estratto da una pianta di nome kaffa, che in realtà è il nome della zona di provenienza. Carlo mi raccontò che era il caffé più antico della storia. Liuba mise in fusione la polvere di bunna dentro uno strano orcio decorato e colorato e dopo qualche minuto ci versò la strana mistura in tazze di terracotta, il rito prevedeva che bisognava bere tre tazze, una dopo l’altra. Era squisito e dava subito molta energia. Eravamo satolli e appagati, sbracati sui cuscini in maniera scomposta. Zena e Liuba sparecchiarono, riempirono di nuovo il tavolo di fiori e rami profumati e finalmente si misero sedute accanto a noi. Zena mi fece un sorriso bellissimo, mi accorsi che aveva le gengive tatuate, lei si accorse che la stavo osservando, sorrise ancora, poi con le dita sollevò il labbro superiore per farmi vedere meglio.
-- È un’antica usanza del nostro popolo, fin da piccole ci fanno tatuare, sono scritte sacre e ci proteggono. Ho anche altri tatuaggi ma quelli li vedrai dopo… --
Emise una risata gorgogliante e si appoggiò al mio fianco abbracciandomi. Carlo mi fece l’occhietto e m’indicò con lo sguardo le porte alle nostre spalle. Era giunta l’ora, io non ero per niente convinto, Zena non sembrava affatto una prostituta, sembrava anzi una principessa e mi metteva in imbarazzo l’idea di andarci così, la prima volta, senza conoscerci. Mi sembrava irriverente, non so, forse ero proprio ingenuo. Carlo non si faceva nessun problema e già si stava baciando con Liuba. Dopo pochi minuti si alzò e annunciò:
-- Noi andiamo di là per fare un pisolino, anche voi no? --
Mi fece l’ennesimo occhietto accompagnato da uno sguardo d’intesa e sparì nella camera attigua. Zena continuava a guardarmi, ogni tanto sorrideva e si stringeva sempre più a me. Iniziavo a essere molto eccitato. Sentivo il profumo della pelle di Zena salire dal suo corpo nelle mie narici, era un odore conturbante, nulla a che vedere col profumo d’altre donne con cui mi ero accompagnato. Il suo odore era composto di varie essenze, avrei potuto descriverle una a una: i capelli, per esempio, avevano un odore lieve che mi ricordava il fieno appena tagliato. L’odore sulla pelle del viso e del collo era decisamente un profumo, strano e sconosciuto, sapeva di bacche scaldate dal sole, di muschio e d’erba. Dall’intero corpo arrivava un altro odore ancora, appena pungente, caldo e vaporoso, di lieve sudore e d’umori misteriosi. Respiravo inalando a pieni polmoni quella mistura selvaggia che si era impadronita dell’aria. Zena si chinò, mi tolse gli stivali e le calze, poi si levò i sandali e posò i piedi sui miei. Erano piccoli e molto curati, il colore blu scuro risaltava sulle unghie. Sentivo le piante morbide e calde e le dita che mi carezzavano la caviglia. Zena si avvicinò lentamente al mio viso, mi porse le labbra sorridendo. La baciai, sentii i denti e le gengive umide di saliva. Mi leccò con la punta della lingua tutte le labbra, da un angolo all’altro, mi morse piano la parte più carnosa, poi mi succhiò la lingua interamente e iniziò a baciarmi sul serio. Fu un bacio lungo e appassionato. Zena mi respirava fra le labbra, sentivo il suo alito caldo e profumato in gola, sul collo, nelle orecchie. Con voce roca e sensuale mi sussurrava dolci frasi in etiope, non capivo ma il senso era uno solo. Stavo impazzendo dal desiderio. Eravamo avvinghiati, sentivo il suo corpo nei minimi particolari, mi accarezzava con le mani e con i piedi dalle gambe su fino alle cosce e all’inguine. Poi si alzò all’improvviso, mi prese per una mano tirandomi e indicando la porta dell’altra stanza. Mi fece entrare. La camera era semibuia, c’erano solo un paio di candele, intravidi un letto pieno di cuscini. Zena mi baciò ancora, in piedi. Sentivo i suoi seni premere contro il petto, il suo ventre contro il sesso, le sue cosce avvinghiate tra le mie. Si staccò e si denudò in un attimo, la sua pelle era lucida, a tratti brillava seguendo il bagliore delle fiamme tremule delle candele. Vidi la silhouette del suo corpo stagliata fra buio e luce, i contorni morbidi, le spalle tornite, i seni a punta ma rotondi e sodi, la vita stretta e i fianchi generosi, il ventre piatto e teso, il pube nerissimo. Aveva le gambe muscolose, le cosce piene, i polpacci affusolati. Le caviglie sottili e nervose. Zena allargò le braccia e fece una piroetta mostrandosi di schiena. Aveva uno strano tatuaggio che partiva dalla vita e finiva a metà natica, dei simboli arcaici e colorati. L’epicentro del disegno era un sole rosso fuoco, proprio in mezzo al gluteo sinistro. Le natiche erano molto prominenti, a vederle sembravano dure come pietre. Zena si voltò di nuovo, mi sorrise, mi prese entrambe le mani e mi attrasse a se. Insieme rotolammo sul letto. Mi distese supino e lentamente iniziò a spogliarmi. Ero nudo ed eccitato visibilmente, Zena iniziò a girarmi intorno carponi. Sembrava una fiera, il corpo contratto pronto a colpire, gli occhi scintillanti, le labbra tirate e i denti aguzzi pronti a mordere. Il suo odore era diventato più acre e acuto, l’eccitazione aveva aumentato le secrezioni e la temperatura del suo corpo. Aveva la pelle madida di sudore, agli angoli della bocca due piccoli rivoli di saliva. Si fermò. Spalancò le gambe e sedette a cavalcioni sul mio sesso. La guardavo da sotto in su mentre continuava a parlarmi nella sua lingua straniera. Il suono delle parole mi evocava paesaggi di sabbia, rocce e greti di fiumi aridi e secchi, la savana spoglia e spinosa. Ero in uno stato quasi ipnotico. Come in trance, vedevo me stesso dall’alto o di lato, e sopra Zena che mi teneva per le spalle sussurrandomi all’orecchio racconti etiopi. All’improvviso mi parlò in italiano.
-- Sai da dove provengo, vero? Da molto lontano, dal mondo più antico, i miei progenitori sono la Regina di Saba e Re Salomone. Erano amanti e ci concepirono, lo sai vero? La leggenda racconta questo ed è vero, nel mio corpo scorre sangue reale, che tu lo sappia e abbia rispetto di questo. Il mio popolo viene dagli altopiani con tutti i suoi misteri e la sua millenaria storia, lo sai che siamo il popolo più antico che esiste, lo sai no? Aspira il mio odore, senti? Sa di terra e di sabbia, sa di frutti spinosi del deserto, sa di spezie e d’essenze misteriose. Ora tu entrerai in me, scaverai la terra, scivolerai nell’erba alta, come un aratro mi aprirai le carni, mi feconderai col tuo giovane seme --
Ascoltavo in silenzio, immobile. Le mura della camera erano svanite, ero in mezzo alla savana, steso sulla sabbia calda, sdraiata vicino a me una leonessa possente, ne sentivo l’odore ferino, scuoteva la testa e ruggiva, i suoi occhi rossi mi fissavano, ero la sua preda. Ma non avevo la forza di muovermi e, terrorizzato, chiusi gli occhi. Quando li riaprii vidi il viso di Zena a un centimetro dal mio, non parlava più, era immobile. La penetrai a lungo profondamente. Nel suo corpo sentii l’amore. Lei ruggì e con le unghie mi graffiò le spalle. Il fuoco, sentivo il fuoco dentro di lei, un fuoco liquido come lava incandescente che mi ghermiva. Gli spasmi si accelerarono, il corpo di Zena s’inarcò, un ultimo ruggito, un’ultima unghiata e si quietò. Rimanemmo così distesi, sudati e abbracciati. Zena teneva gli occhi chiusi, il respiro affannato le sollevava il petto e il ventre. Continuavo a respirare il suo odore ora ancora più forte, più acre e pungente. Mi domandavo chi fosse quella strana creatura, metà donna e metà leonessa. Avevo uno strano sapore in bocca, quello della sua pelle e della sua saliva, così diversi dai sapori conosciuti. Zena si assopì, lentamente il respiro si fece più lento e regolare. Mi misi seduto e la guardai a lungo. La trovavo di una bellezza sconcertante, mi eccitai di nuovo, l’idea che nel suo ventre ci fosse il mio seme mi faceva impazzire. Zena percepì i miei movimenti, si svegliò. Guardò subito il mio sesso eccitato, sorrise e mi tirò su di lei. Questa volta la baciai dappertutto, prima davanti sui seni e sul ventre, poi la voltai e la baciai sulle spalle fra i glutei giù fino alle caviglie. Lei si mise prona, la presi da dietro lentamente, e fu come entrare in un magma bollente. Zena sospirava e mugolava, si divincolava come una bestia ferita. La tenevo forte per i fianchi, non le davo tregua, la martellavo con veloci colpi di reni, sentivo le sue natiche divaricate e bagnate di sudore sul mio ventre, mi arrivava nelle narici l’odore forte dei suoi umori mischiati ai miei, finché sentii i fiotti di seme selvaggio spargersi nei meandri ombrosi del suo sesso. Urlai di piacere mentre Zena inarcando la schiena unì il suo grido al mio. Cademmo l’una sull’altro, scomposti, affannati, tremanti. Zena continuava a mugolare, i muscoli delle gambe e del ventre continuavano a contrarsi e vibravano visibilmente lei si comprimeva forte il pube con le mani. Ci addormentammo insieme in pochi istanti. Mi svegliò un buon profumo di caffé, Zena era accanto a me con una tazza di bunna fumante, ne dovetti bere tre tazze come imponeva il rito. Zena aveva lo sguardo scintillante, mi guardava e mi sorrideva con aria complice, profumava di fresco e di sapone, si era cambiata d’abito e ora indossava un semplice vestito di lino bianco e sandali di cuoio chiaro. Aveva un unico ornamento, una lunga collana di conchiglie bianche al collo.
-- Ben tornato uomo bianco, eri nel deserto o nella savana? Eri a caccia? Nel sonno parlavi di leoni, non immaginavo che fossi un cacciatore.
Le dissi che non avevo mai cacciato, ma che forse stavo sognando davvero un leone, anzi una leonessa per l’esattezza. Mi guardò in tralice e fece un sorriso malizioso.
-- Una leonessa. Interessante. Sai, io gli ho visti davvero i leoni nella savana, erano bellissimi, in branco, maschi e femmine con i cuccioli. Quel giorno non erano aggressivi, si vede che erano sazi, probabilmente avevano mangiato da poco. Con degli amici eravamo andati con una jeep nella savana. I leoni erano così mansueti che mi venne voglia di scendere dall’auto per vederli da vicino. Non so perché, ma ero attratta irresistibilmente da quelle fiere. Mi avvicinai a loro, ero ormai a pochi passi, c’era il maschio più adulto, sicuramente il capo branco, il re, con una possente criniera. Era steso in terra, pigramente si leccava una zampa, poi mi vide, mi guardò a lungo, si alzò e lentamente venne verso di me. I miei amici dalla jeep mi gridarono di tornare subito indietro, era troppo pericoloso stare così vicini ai leoni. Ma io non riuscivo a muovermi, ero come ipnotizzata. Il leone si avvicinò, ormai era a pochi centimetri da me, mi annusò davanti, poi fece un giro e lo sentii alle spalle, sentivo un suono gutturale, sembravano le fusa di un gatto molto amplificate. Il leone strusciò il fianco sul mio corpo, sentivo l’odore selvatico che emanava, mi odorò ancora per un po’ e poi si posò a terra davanti a me con il muso sui miei piedi e rimase così. Rimasi immobile per qualche minuto, poi lentamente tornai indietro, montai in auto e andammo via. Che ne pensi? Strana storia vero? Voglio dirti ancora una cosa, sei la prima persona a cui la racconto. Quando avevo il leone davanti non avevo paura, anzi stavo bene, stranamente mi sentivo protetta. Quando il suo corpo toccò il mio sentii un brivido, respiravo il suo odore di bestia feroce, di predatore e mi eccitò. Carezzai appena la criniera con la mano, i peli erano duri e irsuti, sentii come una scossa pervadermi la schiena. Un languore diffuso mi prese allo stomaco e al ventre. Dovetti fare uno sforzo per allontanarmi. Allora che ne pensi?
Il leone l’aveva riconosciuta, le antiche leggende parlavano di strani incroci fra uomini e animali feroci, di magie e sortilegi legati a strani esseri divini e bestiali. Prima di partire avevo visto su dei libri dei disegni fatti da esploratori del passato, raffiguranti danze d’uomini con addosso le teste e le pellicce di leoni. Chissà, dopo aver visto Zena ruggire e graffiare, tutto poteva essere. In quel momento bussarono alla porta, era Carlo.
-- Ehi, dobbiamo tornare al Comando, dai fai in fretta e andiamo – Mi vestii in minuto, salutai Zena con un lungo bacio e le promisi che sarei tornato di sera per cena. Durante il tratto di strada per rientrare ai nostri alloggi Carlo mi raccontò di Liuba, mi disse che era una strana creatura.
-- Sai mentre facciamo l’amore sembra un animale, è ingovernabile, arriva addirittura a graffiarmi, non è normale, ho un po’ di paura, alle volte ho la sensazione che mi voglia mordere. Credo che rinuncerò, ci sono altre ragazze bellissime, credimi. Ma dimmi, come ti sei trovato? - Lo ringraziai, gli dissi che ero stato molto bene con Zena e che probabilmente ci sarei tornato. Carlo mi guardò in maniera strana ma non disse nulla. Al Comando trovammo un gran fermento. Sembrava che l’attacco delle truppe ribelli fosse imminenti. Il comandante in capo convocò tutti gli ufficiali per comunicare il suo piano di difesa della città. Ci disse di stare all’erta e a ognuno dispensò specifici ordini. A me toccò il compito di controllare una parte del perimetro periferico appena fuori Addis Abeba. Organizzai le mie truppe, una cinquantina di ascari disorganizzati e demotivati. Erano vestiti male, qualcuno non calzava neanche stivali ma sandali. Mi sentivo ridicolo ad andare in giro con quei soldati scalcinati. Nonostante questo partimmo per la ricognizione. Appena usciti dalla città ci trovammo in pieno deserto. Le dune sabbiose si susseguivano una dopo l’altra come onde marine. Cespugli spinosi rotolavano saltellando leggeri spinti dal vento. Gli ascari si trascinavano sudando e calpestando la sabbia. L’incudine del sole ci martellava con i suoi raggi infuocati. Non si vedeva nessuno fino all’orizzonte. Faticosamente finimmo la ricognizione e tornammo in città. Carlo non c’era. Mi feci un bagno, indossai la divisa e uscii. Era ormai sera, mi avviai a passo veloce al casino. C’era una fila di soldati all’ingresso, saranno stati una cinquantina, aspettavano con pazienza il loro turno. La mezzana mi riconobbe subito e mi fece entrare, in mezzo al parlottare dei soldati captai una frase:
-- Gli ufficiali vanno sopra…ci sono le fiche di lusso lì! -- Avevano ragione – pensai – se avessero saputo la cifra che avevamo pagato Carlo e io per la notte passata al casino…Velocemente mi feci strada tra le prostitute del piano basso, imboccai la scala e arrivai alla porta di Zena. Bussai, aspettai pochi secondi e mi aprì Liuba.
-- Ciao tenente, come stai? Se cerchi Zena non c’è, ma se vuoi ci sono io, in fondo ci assomigliamo molto, no? -- E mi fece un bel sorriso mostrandomi le gengive tatuate. Rimasi di stucco, non riuscivo ad abituarmi, erano solo prostitute, non c’era Zena, bene c’è la sorella, che differenza fa? Addirittura veramente sono quasi uguali, sembrano gemelle. E allora perché no, vada per Liuba. Le dissi che andava bene, che se ne aveva voglia potevamo cenare insieme e che avevo una fame da lupo. Liuba mi spiegò che Zena era andata al villaggio natio, era preoccupata per i vecchi genitori. La guerra stava arrivando anche sugli altipiani e loro volevano capire se era sicuro lasciare lì i due vecchi. Liuba mi tolse la giacca della divisa e mi fece accomodare sui cuscini vicino al tavolo, mi pregò di attendere e andò a prepararsi. La guardai mente si allontanava, il corpo era uguale a quello di Zena e camminava in modo agile come lei. Mi domandai se avesse lo stesso tatuaggio sulla natica. Poi vedremo! – pensai -. Liuba si differenziava da Zena per i capelli, non erano raccolti in piccole trecce, ma creavano una specie di cuffia, non riuscivo a capire come si reggessero tutti insieme compatti. Dopo un po’ Liuba arrivò con piatti colmi di cibi colorati. Mi disse che aveva cambiato menù per farmi assaggiare altre specialità locali. Iniziò con l’antipasto: sambusa, dei fagottini di pasta fritta con carne e verdure piccanti, una squisitezza. Poi il piatto forte: Kitfo, carne cruda tagliata in piccoli pezzi, condita col berberrè, un misto di peperoncino e altre spezie tutte rosse e molto piccanti. Per finire il dolce: Dabo Kolo, dei chicchi di pane dolce fritti e colorati. Il tutto innaffiato con il vino di Axum. Pregai Liuba di farmi compagnia e mangiammo insieme. Liuba aveva un abito dritto tipo coloniale di lino grezzo, molto scollato sul decoltè. I suoi seni erano forse leggermente più abbondanti di quelli di Zena. Stava sdraiata davanti a me, iniziò anche lei a toccarmi con le dita dei piedi, la gonna si era alzata e riuscivo a vedere le cosce fino all’inguine. Liuba mi sorrideva con aria furba, sapeva benissimo di eccitarmi in quel modo. Allargò di più le ginocchia, lasciando intravedere l’ombra scura del pube. Liuba si alzò, spense quasi tutte le candele e si spogliò subito. Venne sopra di me con le gambe divaricate si abbassò sulle ginocchia, mi sbottonò i pantaloni e si fece penetrare immediatamente. Anche lei era caldissima, aveva una temperatura corporea incredibile, quasi mi bruciava il sesso. Però non avevo mai goduto in quel modo, quella carne bollente che mi ghermiva mi faceva impazzire. Sentivo i suoi muscoli interni palpitare e contrarsi, caldi umori mi bagnavano il pube. Accovacciata sopra di me, mi teneva forte per le spalle e non mi faceva muovere. Scopava il mio sesso velocemente e a ritmo serrato. Guardandomi fisso negli occhi mi disse:
-- Aspettami, non venire, facciamolo insieme, vedrai non te ne pentirai. Dopo un po’ Liuba si slacciò da me. Con un atteggiamento animalesco e sempre in ginocchio girò su se stessa mostrandomi il sedere, il tatuaggio c’era ed era identico a quello di Zena. Con voce roca mi disse: (CONTINUA)
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