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MAREA DOLCE MAREA di T_Mara_T
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UN INCONTRO INASPETTATO di Trachris
LO SPECCHIO di Tronaz
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CATENE D'ORIENTE di Viola
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NONNO CICALINO di Wilde62
IL VENDITORE DI SCARPE di Wyw
QUANDO LEI DICE NO di Xlater
DOMENICA MATTINA di Yaiza
OLD DEVIL MOON DEEP IN YOUR EYES di Zoeblog

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NONNO CICALINO di Wilde62

 

Nonno Cicalino: lo chiamavamo così noi ragazzini dell’oratorio perché faceva il verso di un uccellino strano, talmente strano da assomigliare molto alla sigla di “Tutto il calcio minuto per minuto”di Enrico Ameri. Non si esibiva con intenzione: era stato colto da una malattia che lo aveva portato, me lo aveva raccontato il mio amichetto Angelo, a fare cose strane e oscure senza essere cattivo: solo non ci stava più con la testa, ecco tutto.
Io sapevo solo che non dovevo parlargli: me lo aveva detto mia madre con tono perentorio ed intimidatorio:
“È matto e se gli parli ti attacca la malattia!”.
Tanto bastava per spaventarmi: ero tutto preso in quel periodo dal diventare il bravo bambino che i miei desideravano che diventassi, a compensazione, forse, delle sofferenze e dei dispiaceri che provocava loro mio fratello maggiore Valerio.
Valerio era tanto più grande e misterioso! Non lo avevo visto mai o forse lo avevo visto quando ero piccolissimo e ora non potevo ricordare altro se non una agendina di pelle nera che mi aveva lasciato frettolosamente in mano prima di sparire dicendomi:
“Questa è mia: me la devi ridare quando torno e se la leggi o la fai vedere a qualcuno ricordati: diventerai matto e ti chiuderanno nel manicomio!”.
Cosa fosse il manicomio non lo osavo ancora chiedere, ma il fatto che sia mia madre che mio fratello, ognuno all’insaputa dell’altro, mi prospettassero come la peggiore delle sventure quella di diventare matto, mi convinceva che niente di peggio al mondo potesse effettivamente succedermi.
Quella domenica pomeriggio faceva un po’ caldo: non un caldo normale… un caldo che mi faceva sentire la faccia in fiamme e le tempie completamente disubbidienti e decise ad uscire senza permesso dalla testa. Angelo, con lo guardo sempre obliquo e il maglione sempre bianco e sempre a collo alto, anche a fine aprile, aveva due anni più di me e mi aveva fatto partecipe di un segreto che lui non aveva mai rivelato a nessuno.
“Quando fumi queste sigarette, allora sì, puoi dire di essere diventato grande!”.
“Sigarette? Ma quelle che usa mio padre sono diverse… queste sono molto più grosse e l’odore non è lo stesso!”.
“E certo! Quando tuo padre fuma le sigarette davanti a te usa quelle normali, ma quando è da solo, fuma queste che sono proibite e che i bambini non conoscono: le fa una maga che si chiama Mariuana… me l’ha detto uno che ha molti più anni di mio padre e anche di tuo padre”.
Io volevo diventare grande in fretta perché quella cosa di essere un bravo bambino non mi sembrava una bella idea e poi io, già stanco, ancora non lo ero diventato neanche per metà: mia madre mi rimproverava spesso per questo e mi chiudeva in cantina al buio dove c’era la legnaia, i ragni, i topi e i mostri che non avevo mai visto, ma che dovevano esserci di sicuro perché tutti se ne dichiaravano convinti e a me scendevano le lacrime solo a pensarci.
Avevo aspirato il denso e dolciastro fumo di quella specie di razzetto con compostezza. Era un momento importante e non volevo sembrare stupido. Io sapevo usare la cerbottana e quindi potevo usare allo stesso modo quel diverso razzetto: solo che invece di soffiare con forza avrei dovuto aspirare con calma... tutto facile, tranne il mal di testa conseguente.
“Che fai più tardi Angelo?”.
“Accompagno nonno Cicalino al cinema: mi dà cinquemila lire se lo accarezzo”.
“Caspita che fortuna! Puoi comprarci 50 pacchetti di figurine Panini senza chiedere i soldi ai tuoi genitori!”.
Le parole mi erano uscite di bocca incontrollabili… ma ripresi subito una certa lucidità:
“E se poi ti attacca la malattia dei matti?”.
“Sei stupido, sei proprio stupido… ciao io devo andare”.
Non potevo accettare di essere stupido: io studiavo molto per dimostrare che ero intelligente e ora Angelo, che era più grande, mi giudicava stupido perché affermavo quello che mi diceva sempre la mamma.
Però, …però, pur con la testa confusa, non potevo negare che Angelo frequentasse nonno Cicalino e non apparisse affatto matto: il dubbio e la sfiducia sulla sincerità assoluta di mia madre si insinuò tra le due metà della mia testa che continuava a divaricarsi invisibilmente come l’uovo di Pasqua che avevo imparato ad aprire in anticipo con abili colpetti sulla linea di attacco della cioccolata.
Nonno Cicalino vestiva sempre di nero e portava anche gli occhiali scuri: una volta però lo avevo visto senza, mentre si asciugava una lacrima guardando di sbieco una vecchia foto ingiallita di una bambina vestita alla marinara. Aveva le pupille quasi completamente bianche e lì per lì avevo pensato che forse era un marziano: avevo visto David Bowie, quella volta al cinema, che si toglieva gli occhi terrestri e sotto li aveva più o meno così…
Un’altra volta poi, da lontano, lo avevo visto litigare con papà che gli urlava:
“Bastardo, spacciatore bastardo e finocchio” mentre mia mamma vicino a me piangeva. Lei piange sempre e se si tratta di Valerio si scola addirittura… quella volta si trattava di Valerio.
Non si asciugò lacrime Nonno Cicalino. Disse solo con calma:
“Io non vendo morte, ma solo pochi grammi di serenità… suo figlio si è rovinato con qualcun altro”.
Il cinema Lido si trovava nella parte sud della città: quella piena di casermoni e di cartacce per terra.
Avevo seguito Angelo e Nonno Cicalino per capire perché ero stupido: sapevo che in quel cinema facevano vedere i film “zozzi”. Non avevo ben chiaro il concetto ma sapevo che solo i grandi potevano entrare, oppure i ragazzi grandi che si facevano credere più grandi. Io di certo non potevo entrare, ma neanche Angelo poteva e quindi fu totale la mia meraviglia quando lo vidi nell’atto di varcare l’ingresso senza problemi subito dopo quello che poteva apparire suo nonno.
“Di certo Angelo ha ragione e mamma ha torto” pensai, del resto avevo avuto la prova che Angelo era grande perché faceva cose da grandi, mentre mamma mentiva dicendo della pazzia di nonno Cicalino.
Qualche ragazzo si era avvicinato alla coppia da me spiata prima ancora di entrare e avevo visto trafficare il gruppetto con cartamoneta e razzetti: non ero proprio sicuro a causa della confusione nella mia testa, ma desideravo ardentemente diventare grande al più presto.
“Nonno Cicalino, aspetta…fai entrare anche me!”.
“Chi sei?”.
“Sono il fratello di Valerio”.
“Torna da tua madre… ha bisogno di te”.
“Perché non mi fai diventare grande?”.
“Chi ti ha detto questo?”.
“Mah… ecco… (non volevo tradire Angelo) l’ho sentito dire da te!”.
“Beh… ti dirò la verità: io dico sempre bugie”.
Entrò recitando qualcosa del tipo “Ecco la storia raccontata da un pazzo piena di fumo e di frastuono, vuota di ogni significato reale, ecco la vita”.
Tornando inquieto a casa, ripresi in mano l’agendina di Valerio e la lessi con attenzione:

24 gennaio
20 grammi per una pippa: 40 grammi per un ciuffolotto e 60 per metterglielo dentro… bisogna che riveda le tariffe: se mi cerca è perché ha bisogno di me. Io posso smettere quando voglio, lui no.
In fondo lì, al buio, mentre sullo schermo Cicciolina si mette alla pecorina e la sua fica, depilata come una bambina, sta troppo in primo piano per non poterla toccare, chi sta fottendo chi?

Forse compresi allora cosa significa “diventare grandi”, ma non piansi, non piansi mai più.

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